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martedì 27 settembre 2011

Chi rompe paga

Voi mi volete far parlare di Berlusconi, ma io, scusatemi tanto, non ho più voglia di parlare di Berlusconi, ché qua il problema non è più Berlusconi, ché negli anni e nel tempo ne ho già detto qui e altrove tutto il male possibile, ma non per quello che lui è, che alla fin fine non ci ho mai mangiato assieme e dunque non posso dire di conoscerlo, ma per tutto quello che poteva produrre un personaggio come lui, anche solo a conoscerlo a distanza, per quel che si vedeva e per quel che se ne diceva, non solo da quei cattivoni di Biagi e Montanelli, o da quegli altri di Repubblica o di Avanzi, ma pure dagli amiconi del Giornale o nel Parlamento, tutte cose che non ci voleva tanta scienza a capire e che poi hanno puntualmente finito per produrre questo escremento di Paese che ci ritroviamo oggi (toh, la pensiamo uguale, ma per motivi diversi).
Che, ve lo devo dire, a me Berlusconi sta sulle scatole praticamente dalla prima volta che ne ho sentito parlare, e la prima volta che ne ho sentito parlare è stato per via del suo ingresso nel mondo del calcio (che all'epoca di televisioni mi importava davvero poco e in politica lui non c'era ancora entrato direttamente), un ingresso prepotente e già cafone (min 0.43) con elicotteri e cavalcate delle valchirie e miliardi su miliardi di lire buttati sul mercato per accaparrarsi pure chi non gli serviva affatto, così, tanto per non lasciarlo alla concorrenza, la qual cosa (lo strapagare chi pensava potesse servirgli) si capiva subito che non era una gran bella cosa, perché poi tutto sarebbe andato ad aumentare per potergli stare al passo, aumentare dentro e fuori dai campi, perché a un potere forte è naturale che vengano a contrapporsi altri poteri forti, e si innesca un meccanismo che poi non si sa mica dove può portare, ma qualche idea ad esempio dalle parti di corso Galfer credo se la siano fatta, ora. Certo non gli puoi imputare pure questo, lo schifo di calcio che ci ritroviamo che fra tutte le cose è poi il meno, sto esagerando mi direte, e invece ve lo imputo e esagerando forse sì, ma in natura è tutto un causa ed effetto, ad azione corrisponde reazione, e se è vero che la farfalla batte le ali qui e scatena un uragano là allora è anche vero che se la butti tutta solo sul potere dei soldi quello che ne può venire è solo una montagna di merda: quello che ha combinato nelle televisioni e nel calcio lo ha poi ripetuto in politica, paro paro, ma senza vincere la Champion's League.
Ma comunque, nonostante le vostre insistenze, io non voglio parlare di Berlusconi, o meglio non vorrei parlare di Berlusconi ora, adesso, perché si è già detto tutto e il contrario di tutto negli anni, ma soprattutto perché a me sta sulle balle l'indignazione a comando, quella montata ad arte da chi gli si contrappone per arrivare a farlo fuori finalmente, il che sarebbe cosa buona e giusta, non fosse però che gioca sulle spalle di noialtri. Ora che il manicomio è in mano ai pazzi e il burattino ha da tempo sganciato i fili, chi a suo tempo ne ha permesso l'ascesa ne vorrebbe al più presto la caduta; dunque tutti a dargli contro, industrialotti e borghesucci e pretacci e pure quel resto di mondo che fino a non molto tempo fa ne tollerava la cafonaggine, ma prova che ti riprova quello non casca, e per cui anche in questo girotondo la soluzione è nel finale: tutti giù per terra, e in quei tutti -cazzarola- ci stiamo pure noi, anzi, ci stiamo più di tutti noi.
E quindi lo capisco, ve ne do atto, che qua pure se non hai voglia di parlare di Berlusconi, finisci per dover parlare di Berlusconi, perché alla fin fine è tutto ma proprio tutto legato alla sua figura (soprattutto alle sue figure), e questa storia dell'Italia fatta andare a rotoli non smetterà finché non si sarà levato di mezzo, gli attacchi all'Italia continueranno, il marcio (quello sacrificabile) verrà sempre più a galla e quindi, viene da pensare, prima se ne va prima finisce 'sta faccenda. Ma a me vien da dire, porca zozza, che voi, industrialotti e borghesucci e pretacci della malora ce l'avete messo lì, e a voi ora tocca schiodarlo da lì, ché noi quello che si doveva dire lo si è detto e quello che si doveva fare lo si è fatto, e il problema adesso, per noialtri, non è più Berlusconi, ma siete voi e il vostro cervello all'ammasso pronto a pensare, appena quello casca, che mai e poi mai siete stati berlusconiani, e mai e poi mai avete creduto in quella rivoluzione liberale da barzelletta, e mai e poi mai e poi mai lo avete difeso. Io lo so, vi conosco, siete fatti così, ma non ci provate nemmeno, quando fra non molto tutto andrà in malora e per rimettere in sesto la baracca saranno lacrime e sangue e tagli e privatizzazioni e diritti azzerati e pensioni negate, a dire che "siamo tutti sulla stessa barca": chi rompe paga, porca puttana. E i cocci sono suoi.

domenica 11 settembre 2011

Torino rules

Che poi alla fine resto un tifoso, tranquillo, pure sportivo penso, ma pur sempre un tifoso. E allora sono soddisfazioni da poco, ma mi inorgoglisce sapere che la squadra per cui tengo, nella città in cui vivo, si rende protagonista di un qualcosa che potrebbe diventare uno spartiacque nella storia calcistica italiana. Non è stata la Juventus il primo club in Italia, bisogna dirlo, a dotarsi di uno stadio di proprietà. Per prima ci fù la Reggiana quindici anni fa con lo stadio Giglio, è però senz'altro la prima a sposare una filosofia che da noi non ha mai preso piede, ma che all'estero, Inghilterra e Spagna in testa, adottano da decenni: rendere lo stadio un luogo di aggregazione, un centro polifunzionale in grado di inserirsi nel contesto urbano non solo per meriti sportivi e restituire così alla città un quartiere per certi versi problematico.
Oggi si è giocata la prima partita ufficale nel nuovo impianto e l'impressione all'ingresso in campo delle squadre, a chi pure non la vedeva dal vivo ma su uno schermo come me, era di star guardando la Premier League. I tifosi a pochi metri dal campo, come altri in Italia, con poche barriere a dividere, non sono una novità per noi, ma vanno nella direzione giusta: responsabilizzare lo spettatore rendendolo più partecipe dell'evento; relativizzare quello che in fondo è solo e resta uno spettacolo sportivo; riportare famiglie e bambini a godersi la gara. L'esordio è stato da ricordare: bella partita, larga vittoria, tifosi entusiasti e forse increduli per il regalo che la squadra ha fatto non solo a se stessa ma anche a loro. C'è da augurarsi che si continui così, che i tifosi arrivino a pensare allo stadio come alla propria "casa" e a trattarla con il rispetto che merita.
Torino città aggiunge un nuovo primato alla sua lunga lista (da sempre qui nascono nuove cose che poi trovano miglior fortuna e valorizzazione da altre parti), e conferma la sua vocazione ad essere propositiva non solo per sè, ma anche per il resto del Paese. Vedremo. Speriamo.

mercoledì 6 luglio 2011

Di fuffa, atto terzo

C'è questa mania nel calcio italiano, da un po' di anni a questa parte, di parlare delle squadre per prefissi telefonici: quattroquattrodue, quattrotretre, quattroduetreuno per chi chiama da fuori Roma e via numerando, senza star tanto a pensare al fatto che se putacaso un esterno arretra di due metri il modulo è bello e cambiato, ma tant'è, son le mode del momento e fa tanto fico fra i caressa ai microfoni dare i numeri in corsa ("ora il quattrounoduetre è diventato un trequattrotre, anzi no, quasi un tredueduedueuno": macheccazzo!), che tanto c'è qualcuno che va a controllare?
Succede che in quel di Torino, sponda bianconera, ti arriva ad allenare la squadra un suo ex giocatore che ha come credo tattico il quattroduequattro (!?) che a me che vorrei tanto il ritorno del libero e della mezzala e del terzino fa drizzare i capelli, e succede che, visto che a centrocampo ci sono solo due posti disponibili e uno è del neo acquisto Pirlo e l'altro sarà necessariamente di qualche povero cristo che dovrà correre per tre, va da sé che uno come Marchisio, nazionale, giovane, di belle speranze, spostato da chiunque lo ha allenato un po' qua e un po' là per via che sa fare un po' tutto (magari non bene tutto, ma un po' tutto), tra l'altro uno dei pochi ad essersi salvato nel marasma delle ultime due stagioni, ecco uno come Marchisio è destinato a far panchina, se non ad essere addirittura ceduto, così, tanto per rinforzare qualcun'altro.
A me sembra che partiamo male. Innanzitutto perché a me la storia che è il modulo che vince non mi ha mai convinto: puoi averci il modulo migliore dell'universo ma se ad applicartelo in campo hai Sissoko e Martinez il massimo che puoi pretendere è vincere il torneo aziendale Fiat. In secondo luogo perchè un tecnico bravo lo vedi da quello che sa tirarti fuori dal gruppo che ha a disposizione: in poche parole prima i giocatori, buoni, poi il modulo. Per cui se io fossi Conte uno come Marchisio me lo terrei stretto, e magari cercherei il modo di sfruttarne le doti, anche a costo di rivedere le mie idee tattiche. Vabbeh, staremo a vedere.

lunedì 23 maggio 2011

Il fascino del perdente

Ecco, poi umanamente mi spiace per Gigi Delneri, ormai ex tecnico di una Juventus abbonata ai cambi di progetto (che poi, se tutte le volte si cambia, quali mai saranno non si sa. Bah, calcio moderno!).
Era indubbiamente la sua grande occasione per salire di livello, l'ultima in un grande club dopo i flop alla Roma e al Porto. Occasione sprecata, forse era destino.
Le attenuanti le ha tutte: per aver dovuto allenare la Juve meno competitiva (con meno campioni) degli ultimi quarant'anni e per aver dovuto fare i conti con una sequela di infortuni impressionante nel momento topico della stagione. C'è però anche da dire che nel deludente consuntivo finale (settimi in campionato, dunque fuori dai piazzamenti per le coppe europee, eliminati in Europa League già nella fase a gironi, fuori ai quarti in Coppa Italia) un po' del suo ce lo ha messo, se non altro per non aver saputo trovare rimedio ai difetti che la squadra aveva evidenziato da subito, in primo luogo una fragilità difensiva imbarazzante e una mancanza di concentrazione nei momenti decisivi. Almeno in questo credo che il tecnico friulano qualche colpa ce l'abbia, ma siamo però tutti d'accordo che a parte il solito Del Piero e un paio d'altri la Juve appena passata era infarcita di mezze calzette e il settimo posto ne esprime appieno il valore. Da altre parti si sarebbe andati avanti, col progetto. Alla Juve non puoi permetterti di sbagliare, ma questo credo che l'allenatore di Aquileia lo sapesse benissimo e lo avesse messo in conto.
Ora, con un paio d'anni di ritardo, arriva Antonio Conte, e magari è anche andata bene così. Ma è l'ennesimo cambiamento di preparazione, di mentalità e, soprattutto, di tattica. Arrivano anche, pare, pure gente qualitativamente migliore di quelli che ha avuto a disposizione Delneri (Pirlo, Pazienza, Ziegler, Lichtsteiner, si parla addirittura di Ribery), e alla fine è anche per questo che umanamente mi spiace per il friulano, che ha dovuto invece avere a che fare con i Motta e i Grygera e i Sissoko e i Martinez.
Che ci volete fare, trovo che i perdenti abbiano un fascino tutto particolare.

giovedì 10 marzo 2011

Festa a sorpresa (ovvero I contenuti della manifestazione sono in via di definizione)

Della serie Io, Bonetti e il Furbi

Allora, sabato che facciamo, si va o non si va?".
La domanda del Bonetti arriva ad interrompere una tranquilla serata di cazzeggio telecalcistico, che vede la partecipazione alquanto annoiata anche mia e del Furbi, in cui una squadra in rossonero cerca in terra d'Albione di segnare contro una squadra in biancoblu e le prova tutte ma proprio tutte, scordandosi però di tirare in porta che è uno dei requisiti fondamentali se si vuole che la palla entri in rete. Difatti non entra in rete, e la sensazione è che potrebbero andare avanti un paio di migliaia di anni senza che questo evento catartico si verifichi e contribuisca a liberare noi che si assiste dalla crisi di sbadigli che ci ha assalito, complici anche l'ascolto dei commenti e dei sospiri ansiosi di Salvatore Bagni e l'assenza sul campo di Ringhio Gattuso a mordere polpacci e a sacramentare in calabroscozzese.
"Si va dove, a vedere la Juve?" chiede stancamente il Furbi stappando l'ennesima birra.
Il Bonetti lo guarda stizzito: "Ma che Juve e Juve! Non ci andavo quando ci giocavano Zidane e Trezeguet figurati ora che ci giocano Felipe Melo e Martinez! E poi questo sabato gioca a Cesena". Dopodichè aggiunge: "Intendevo alla manifestazione!"
Manifestazione? Che manifestazione?"
. La sorpresa del Furbi è tanto evidente quanto sincera ma non impressiona il Bonetti, che butta occhi e sguardo al cielo: "Ah sì, andiamo bene! Manco sa che manifestazione".
A dire il vero manco io",
intervengo senza staccare gli occhi dal televisore mentre quella pertica di Crouch sale in testa, letteralmente, a Thiago Silva. "Che manifestazione?"
"Che manifestazione! Che manifestazione!"
ripete a se stesso il Bonetti ormai lanciato: "Proprio un bell'esempio di partecipazione alla vita di questo paese voi due, e proprio in un momento in cui tutti dovrebbero essere più partecipi e presenti, ma presenti veramente, in piazza, quella vera, non quella virtuale dei vostri cavoli di socialcosi dove basta scrivere due minchiate e la coscienza è bella che a posto",
Il Furbi mi guarda interdetto, come a chiedermi che cacchio siano i socialcosi dato che lui a casa non ha nemmeno il pc e l'ultimo progresso tecnologico entrato a far parte della sua vita risale alla scoperta del cellulare, avvenuta con anni di ritardo e con sommo sbigottimento, tanto che continua a non usarlo pur avendone uno a cui non risponde mai, tra l'altro. Io lo rassicuro scuotendo la testa, come a dire nulla di importante non ti preoccupare, ché col Furbi bisogna sempre stare attenti a rimanere sull'analogico affinché non si perda, e come a dire anche ormai è partito, vediamo dove arriva.
Il Bonetti intanto continua: "....... che qua i tempi sono gravi! Ma non vedete in che razza di puttanaio ci hanno cotretto a vivere? Non vedete che mentre i popoli si rivoltano in mezzo mondo arabo noi stiamo qua a parlare di bunga bunga e di federalismi, di cui nessuno ha capito una mazza, tra una partita di calcio e un' isola famosa?"
"Dei famosi", lo interrompo.
Il Bonetti mi guarda con occhio assassino.
"Dei famosi. L'isola. E' dei famosi. Non è famosa l'isola, sono famosi quelli che ci stanno su",
dico precisando.
"Nel senso che hanno fame?" chiede il Furbi col suo tipico sorrisetto. Io ridacchio e dico che "In effetti non l'avevo mai vista in questo modo. Resta da stabilire di cosa hanno fame quegli imbec....", ma non riesco a terminare la frase perchè sono interrotto dall'alzata in piedi del Bonetti, visibilmente alterato: "Ma chissenefotte chi è famoso! L'isola dei famosi, ok, dei famosi, affondasse quella cazzo di isolaccia con tutti i suoi abitanti, e crollasse pure la casa in testa a quelli del Grande Fratello.....".
"Ma sono ancora lì dentro?
chiedo io, "Ma cos'è, tre mesi, quattro?"
"Ah non lo chiedere a me",
ribatte il Furbi che conosce il modo per far incazzare il Bonetti, che difatti corre scocciato in cucina a prendersi da bere. "Potrebbero starci pure due anni, sai che mi frega", e lo dice divertito nel vedere la reazione dell'amico. Questi dalla cucina continua a borbottare "Qua il mondo va a fuoco, l'Italia va a bagasce e questi pensano alle minchiate. Ah ma verrà il momento in cui tutto andrà in vacca, oh se verrà! E io in quel momento voglio poi vederli questi qua! Che poi magari c'avranno pure il coraggio di dire che loro si sono sempre impegnati e son sempre stati contro, ma è facile và dirlo dopo che sei contro, è adesso che devi dimostrare di essere contro........ ".
Il Bonetti torna a sedersi, mentre Seedorf ricama a centrocampo pizzi e merletti tanto belli a vedersi quanto inutili ai fini del risultato, e beve dalla bottiglia lanciandoci sguardi che hanno poco dell'amichevole e molto dello schifato. All'ennesimo sospiro di Bagni il Furbi chiede conciliante: "Vabbeh dai, che manifestazione stavolta? Contro il governo, finalmente?"
Il Bonetti fa ancora l'offeso e non risponde, il Furbi attende invano e poi incalza: "No, eh? Contro i tagli all'università e alla cultura allora? Contro la politica di Marchionne? Per la libertà di stampa? Contro la discriminazione delle donne?"
"Già fatte tutte. L'ultima la si è già fatta a febbraio".
"Ma non era contro Berlusconi?"
mi chiede il Furbi. "Io ci sono andato a dire Berlusconi dimettiti. Se non ora quando intendevo se non ora quando te ne vai fuori dai coglioni!".
"Anch'io pensavo fosse per quello, se non ora quando, ma pare che invece fosse per la dignità delle donne",
preciso, "Era pure un bello slogan, ma si è sputtanato nel giro di niente: ora lo ripete pure Veltroni!"
"Ah beh, allora è proprio sputtanato! Toccherà pensare ad altro" dice il Furbi con lo sguardo alla partita, poi chiede: "Comunque sul serio, 'sta manifestazione, per cosa?".
"Per cosa, per cosa" si rianima il Bonetti, "per.... tutto!".
"Come per tutto, non capisco".
"E' che ancora non si sa bene",
riprende il Bonetti, "Si sa che ci si mobilita, questo conta." e gli mostra un foglio stampato da un sito con quattro righe scarne che il Furbi legge ad alta voce:
“Se non ora quando? A difesa della scuola pubblica, della costituzione e….”
Luogo del concentramento ore 14 in Piazza Castello Torino. I contenuti della manifestazione sono in via di definizione, quando avremo maggiori informazioni ve le comunicheremo, i promotori chiedono di non partecipare con bandiere e simboli di partito.

Il Furbi mi guarda interdetto, io faccio spallucce come a dire che vuoi che ti dica, poi si rivolge al Bonetti: "Ma sei scemo? Ma cos'è, una festa a sorpresa? I contenuti sono in via di definizione... ma chi cacchio le pensa 'ste cose?"
"Non lo so", si inalbera il Bonetti, "ma... credo.... penso sia giusto esserci, ecco!".
E qui il Furbi sbrocca: "Eh no cazzo, no no no no no, cazzo! E io mi son rotto le balle, cazzo. E non è che posso fare il manifestante per mestiere, cazzo. E mica sono una claque, cazzo. Non è che arriva primavera e allora andiamo a manifestare invece di andare al mare, cazzo. Le manifestazioni sono una cosa seria! Non le puoi sputtanare così, cazzo. Che poi finisce che nessuno ci fa più caso al fatto di scendere in piazza. Cazzo.
E una volta la scuola e va bene, e una volta la libertà di stampa e va bene, e una volta la Fiat e va bene, e una volta l'acqua e va bene, e una volta i grillini e la Tav e il popolo viola e la disoccupazione e tutti gli stracazzi che vuoi e va bene, ma ora mi son rotto i coglioni, cazzo! I contenuti sono in via di definizione...... e allora prima li definisci e poi mi chiedi se c'ho voglia di andare a prendere acqua e freddo in piazza, cazzo!".
Il Furbi ormai è partito e a me e al Bonetti tocca solo ascoltare, contare il numero di volte in cui dice cazzo e ogni tanto annuire.
"Che gli arabi mica erano in piazza tutti i momenti, cazzo. E quando ci sono andati chi li governava si è cagato in mano. E hanno fatto fagotto, cazzo. Mica facevano le scampagnate, cazzo. Noi qua son quarant'anni che si va in piazza senza che di fatto cambi una mazza! E sapete che vi dico? Me in piazza non mi vedono più, cazzo. Se mi vogliono ci dovrà essere un motivo per cui valga la pena, e non così tanto per stare in compagnia il sabato pomeriggio, cazzo. Che poi senza bandiere.... ma che minchia di novità è, senza bandiere. A che minchia serve, senza bandiere. Qualcuno mi spieghi in cosa mi si distinguerà da chi sarà lì per passeggiare e fare shopping, cazzo. Ma che minchia di novità sono, cazzo. Ma ché, si vergognano delle bandiere? Ma vaffanculo! Cazzo!".
Il silenzio cala nella stanza, interrotto solo dagli uhh di Salvatore Bagni a commento di una partita che nessuno segue più. Il Furbi continua a dire: "Mi vogliono in piazza? E allora mi dicano almeno perchè in maniera chiara, cazzo. Vuoi che Berlusconi se ne vada fuori dalle palle? E allora chiedilo, cazzo. Non la scuola e la Costituzione e le donne e Ruby e la madonna: chiedilo! E' semplice! Berlusconi fuori dai coglioni! Toh! E' pure meglio di se non ora quando. Fà pure rima, toh: Berlusconi fuori dai coglioni! Allora vado in piazza, cazzo! Lì sì, che vado in piazza, non per un... contenuto in via di definizione! Cazzo!".
Il Bonetti è sprofondato in poltrona, incapace di ribattere, io bevo dalla bottiglia e ho perso il conto della parola cazzo. Poi dico per sdrammatizzare: "Potremmo sempre andare a Cesena a vedere la Juve", ma come ovvio non ottengo risposta. Salvatore Bagni alla tele intanto sospira l'ennesimo uhh.

sabato 26 febbraio 2011

Miseria e nobiltà

Vedi, poi vorresti anche recriminare sugli episodi che, è vero, ti vanno tutti male: quel palo, preso da uno che di gol ne avrebbe bisogno come il pane, che invece di esser pieno poteva essere un po' più interno e la palla finiva dentro nove volte su dieci e invece no, è bello pieno e torna in campo e tu ricominci ad arrancare. E poi quell'intervento all'ultimo momento a deviare il pallone che con un po' di fortuna poteva andar fuori e invece no, gira proprio bene, aggira il portiere e si infila nell'angolo destro con tutti increduli a guardare. Ti chiedi se era in fuorigioco quell'ex maledetto, ma lo sai che invece no, non lo era: un attimo di ritardo che fa la differenza da parte di un difensore che gioca pure in nazionale e che non pago combina cazzate pure dopo, sempre su quell'ex maledetto che pure quando vestiva il bianconero ti piaceva tanto e che stasera si diverte a consumare vendette neanche cercate.
E vorresti recriminare, sull'ennesimo arbitro che dà sfoggio di mancata sudditanza negando falli piuttosto evidenti seppure non decisivi, tanto basta per indirizzare una gara come già domenica scorsa (ma quelli erano decisivi), come già altre volte (troppe volte) in quest'altro disgraziato torneo, ma il tutto è come sparare sulla croce rossa. Perchè tu lo sai, la formazione la leggi tutte le settimane e lo capisci, dal turbinio di sostituzioni che non dipendono da infortuni, che è una squadra ancora tutta da costruire. E lo vedi che il friulano che la guida non sa più che pesci prendere -poveraccio- e che le ha già provate tutte, partita dopo partita, gara dopo gara e ora anche frazione di gara dopo frazione di gara. Togliendo, inserendo, modificando, cambiando, sostituendo senza che il risultato cambi, senza che quella squadra che scendeva in campo anche solo due mesi fa, la stessa, ritrovi verve e risultati. Sì certo, la quaglia manca eccome, ma non è quello, è che mancano tutti gli altri. Perchè comunque chi ti affronta affronta il nome, e il nome è ancora grande mentre chi lo porta in giro, eh no ragazzi, non lo è. Una provinciale dal grande nome. Non c'è niente di peggio.

giovedì 23 dicembre 2010

Ciao ciao, gabbia di matti.

A una persona intelligente come Rafa Benitez sono bastati pochi mesi, sei per l'esattezza, per capire che uno come lui in Italia è fuori posto. Si è fatto in maniera di mandare via una persona comunque decisa e attenta alla gestione di sé (alcuni dicono fin troppo), ma pur sempre un tecnico preparato, capace, vincente anche, educato, rispettoso. Qualità, queste ultime, di cui da noi importa veramente troppo poco e non sono usate per definire il giudizio su una persona.
Da noi, e non solo nel calcio, vanno bene i Mourinho, gli arroganti presuntuosi, preparati certo, vincenti anche, ma soprattutto gran comunicatori. Quelli furbi, che hanno i giocatori più forti del mondo e riescono a far passare il messaggio che se si vince è solo merito della propria guida, non della squadra. Che vincono una Champion's League a botte di catenaccio degno degli anni '60, difendendosi nelle gare importanti in nove più il portiere e segnando gran gol in contropiede, facendo credere però di aver fatto giocare il miglior calcio del mondo (il calcio più utile, Mou, non il migliore). Quelli che la partita la giocano principalmente fuori campo, alimentando tensioni prima delle gare più sentite, lagnandosi in anticipo di presunti torti arbitrali, prendendosela con qualcuno, chiunque, non importa chi sia, purchè si riesca a creare un conflitto noi/loro utile ai propri interessi. Quelli egoisti, che vinci tre tornei in un anno, fai l'impresa che più storica non si può e la sera stessa annunci il tuo addio, rovinando la festa a tutti e prendendosi ancora una volta i riflettori su di sé. Quelli che alla fine vengono stranamente rimpianti, mentre bisognerebbe ringraziare la dea Eupalla per esserseli levati dai coglioni e aver riacquistato un po' di tranquillità.
Da noi i Benitez (come i Bearzot, gli Zoff, gli Ancelotti) non vanno bene. Troppe poche parole fuori tono, troppo lavoro svolto professionalmente pur tra mille difficoltà, troppo mantenere un rispetto per i ruoli sempre e comunque, troppa consapevolezza che alla fine si sta parlando solo di calcio e non di massimi sistemi. Era evidente lo stupore del tecnico spagnolo per le polemiche sorte ad appena tre mesi dal suo arrivo senza che si tenessero conto delle difficoltà oggettive in cui stava operando: infortuni, mancati acquisti, una eredità pesante. Sembrava profondamente stupito per la serietà con cui gli si ponevano le domande nelle interviste, come se si stesse parlando dei destini del mondo e non di un gioco, miliardario quanto vuoi ma pur sempre un gioco. Deve aver pensato (realizzato) di essere finito in una gabbia di matti, e non stupisce che se la sia data a gambe levate, non senza prima essersi assicurato una milionaria buonuscita però. In fondo il matto è mica lui.

martedì 21 dicembre 2010

Un saluto al Vecio

Quella dell'82 fu la più bella estate che un appassionato di calcio, specie se quindicenne, potesse desiderare. Sole, caldo, interminabili partite a pallone anticipando e ripetendo quelle vere dell'undici guidato da Bearzot, noi in campetti improvvisati dappertutto, in parrocchia come in strada come nei campi appena fuori il paese, loro in quegli stadi favolosi di Spagna che finimmo per impare a memoria. Era il primo mondiale, anzi Mundial, che i miei amici ed io seguivamo in tutto quello che accadeva, guardano parlando e discutendo, chè in quelli precedenti si era ancora troppo piccoli per gustarsi le partite appieno e in quelli dopo, anche quelli vinti, si diventò troppo grandi perchè il calcio mantenesse il fascino che aveva da ragazzini. Quell'estate per noi il calcio aveva ancora il sapore genuino delle sfide e grazie all'età non ci fregava nulla delle solite (avremmo imparato poi) polemiche italiote sul fatto che il Vecio aveva lasciato a casa Beccalossi e Pruzzo. Più che altro non le capivamo: se l'uomo con la faccia da pugile e la pipa sempre a portata di labbra li aveva lasciati a casa qualche motivo c'era, lui era il C.T., e a noi tanto bastava. Alla fine ebbe ragione lui e ci rese tutti campioni del mondo. Grazie Enzo.

Campioni del Mondo 1982

sabato 30 ottobre 2010

San Maradona

Ho provato, a scriverlo un post su Diego. Non ci sono riuscito. Maradona è Maradona. Nessuna parola può descriverlo.
Buon mezzo secolo.

Manu Chao - La Vida Tombola (Tribute to Maradona)

martedì 12 ottobre 2010

Natural Born Pirla

Su Rai Uno nazionalisti serbi travestiti da tifosi mandano in vacca una partita di calcio e se la litigano con poliziotti in assetto antisommossa (*); su Rai Due la premiata ditta Elio Maionchi Tatangelo Ruggeri se la litiga attorno agli starnazzi di una banda di aspiranti canterini; su Rai Tre a Ballarò Ignazio Marino se la litiga con una pidiellina che non ricordo come cavolo si chiama.
Spengo e metto sul lettore il dvd di Natural Born Killers. E' meno violento.

(*) Il commissario tecnico Prandelli dichiara: "Una roba mai vista" (fonte Televideo). Strano, eppure all'Heysel nell'85 giocò pure lui.

lunedì 25 gennaio 2010

Understatement piemontese

Pare che i tifosi della Roma sabato notte siano andati a Fiumicino ad attendere il ritorno dei loro campioni, reduci dalla vittoria in casa della Juventus.
Pare che il loro tecnico, Ranieri, di fronte a tanto affetto abbia dichiarato "Ma che ne sanno a Torino di queste cose!", levandosi almeno un sassolino dalla scarpa.
Claudio Ranieri a Torino ha trascorso due anni, senza evidentemente comprendere lo spirito di questa città e senza generare particolari entusiasmi nella esigente ma, purtroppo, scarsamente competente tifoseria bianconera. In effetti sarebbe bastato scorrere l'organico delle squadre che gli erano state affidate per rendersi conto che un terzo posto al primo anno e un secondo posto al secondo anno, almeno finchè la squadra e la società non decisero di remargli contro per poterlo esonerare, erano mezzi miracoli, se non altro per lo spirito con cui la Juventus scendeva in campo, lottando fino alla fine, sempre. E' quello che sta facendo oggi la Roma e non stupisce neanche che il suo gioco in fondo non sia granchè: era ad inizio stagione una squadra alla deriva, oggi a furia di risultati utili è terza dietro Inter e Milan e il merito va gran parte al suo tecnico, che sa che in Italia conta solo vincere o perlomeno dimostrare di volerlo fare, il bel gioco e tutto il resto sono e restano chiacchiere.
La Roma ad ogni modo va a vincere in casa di una squadra rivale, si piazza stabilmente al terzo posto e questo basta per mandare in visibilio le folle, tanto da farle correre all'aereoporto ad osannare i propri campioni.
A Torino una cosa del genere non sarebbe mai successa, e, credo, mai succederà. Vuoi perchè da queste parti nonostante tutto un terzo posto è ancora una stagione buttata, vuoi perchè bene o male di vittorie se ne è sempre portate a casa tante da viziare i propri tifosi, ma soprattutto perchè di fronte a una vittoria avvenuta in undici contro dieci, contro una squadra allo sbando che sta regalando punti a chiunque ne voglia, segnando all'ultimissimo minuto senza peraltro aver fatto molto più dell'altra squadra, ebbene di fronte a tutto questo l'ipotesi di recarsi a Caselle alle tre di notte per attendere gli eroi reduci da cotanta gloria sarebbe stata chiusa con due sole parole: esageruma nen!

mercoledì 25 novembre 2009

Incubo

Stanotte ho avuto un incubo.
Ho sognato che ero diventato interista.

lunedì 13 luglio 2009

L'estinzione dei Lupi

La prima partita di calcio che ho visto dal vivo fu un regalo di mio fratello maggiore, più vecchio di me di sei anni. Quando si è ragazzi avere un fratello più grande, di parecchio più grande, è comodo per tante ragioni, in casa ad esempio si becca tutte quelle fastidiose domande tipo cosa vuoi per cena, a cui poi io, una volta rimasto solo a vivere con i miei, avrei regolarmente risposto "lasagne", perchè si poteva richiedere qualsiasi cosa che tanto la cena era già bella e pronta e la domanda era solamente retorica. In più il fratello maggiore fa in genere da apripista al minore, evitandogli di commettere gli stessi errori, cosa generosa quanto inutile, perchè il minore di solito ne commette di diversi, magari peggiori, ma se non altro in famiglia non ci si annoia!
Il mio di fratello, oltre a svolgere i compiti di cui sopra, ha provveduto forse non volendo a iniziarmi a pratiche che io poi avrei affinato. Devo a lui il primo fumetto "letto" (a quattro anni guardi le figure e interpreti quello che dicono a seconda delle espressioni), il primo vero concerto dal vivo (Angelo Branduardi, Palazzetto dello Sport, Torino, 1981, tournée album "Concerto"), e appunto la prima partita di calcio, al Comunale di Torino il 31 gennaio 1982, in campo la Juventus contro l' Avellino, squadra della nostra terra.
L' Avellino quell'anno era alla sua quarta stagione in serie A, e le sue maglie verdi ci sarebbero rimaste per altre sei, per poi cominciare una altalena fra serie cadetta e serie C durata fino allo scorso campionato.
Quella domenica (perchè ai tempi si giocava solo di domenica!) arrivammo allo stadio in macchina, con noi un amico di mio fratello, pure lui di quella nutrita colonia di paesani emigrati nel cuneese che avremmo ritrovato in parte davanti ai cancelli della curva Maratona destinata agli ospiti. Comprammo i biglietti alla biglietteria dello stadio (perchè all'epoca si poteva ancora farlo!), con questo amico che si era portato dietro un bandierone di quattro metri per quattro, con una asta lunga sei metri, pesantissima, tanto che faceva una fatica bestiale a maneggiarla. Ci fecero entrare (perchè all'epoca si poteva ancora portare aggeggi del genere in uno stadio e a pochi veniva in mente di tirarlo in testa a qualcunaltro!), ma vista la fatica che faceva a reggerla forse si augurava che gliela sequestrassero. Alla fine la legò in cima alla curva e lì rimase a far bella figura per tutta la partita.
Quell'anno i Lupi avevano una bella squadra. Ne facevano parte gente che poi sarebbe finita in grossi club, Tacconi, Vignola, Favero, Juary. In più il capitano Di Somma, Mario Piga, Beruatto, insomma una bella compagine che alla fine si sarebbe nuovamente salvata dalla retrocessione. Quella domenica a Torino ne presero però quattro, con una tripletta di Pietro Paolo Virdis e un gol su rigore di Liam Brady l'irlandese, ma a me interessava veramente poco, perchè ero e sono rimasto sostenitore di entrambe le quadre.
Fino ad oggi, perchè l'Avellino Unione Sportiva 1912 non esiste più. E' fallito schiacciato dai debiti, e dopo l'ultima retrocessione in terza serie non ha potuto iscriversi al campionato di Prima Divisione della Lega Pro, la ex serie C. E' in buona compagnia, col Pisa il Treviso il Venezia e la Samb, anche loro impossibilitate a continuare nei professionisti, e a me dispiace, perchè anche nel calcio sta accadendo come nella vita reale, dove il divario fra ricchi e poveri è sempre più marcato. Per una Inter che paga 11 milioni di euro all' anno al solo Ibrahimovic ci sono intere squadre a cui basterebbe un decimo per garantirsi la sopravvivenza, ma tant'è.
Ad ogni modo dei Lupi in Irpinia resta il ricordo. Per me di quella mia prima partita dal vivo, a Torino, il 31 gennaio 1982.

martedì 19 maggio 2009

Lo stile è morto. Viva lo stile.

Lo so che ci sono cose più importanti di cui parlare, ed è vero, in fondo le vicende pallonare sono marginali nel bailamme di notizie che arrivano da tutte le parti.
Un allenatore esonerato a due giornate dal termine nell'ex campionato più bello del mondo (qualifica strettamente autoreferenziale) non ha lo stesso peso di, chessò, l'incontro Obama-Netanyahu, ennesimo atto di una commedia che va avanti da sessanta anni, oppure, per restare nei nostri confini, delle motivazioni dei giudici al processo Mills, dove si dice che l'avvocato inglese fu corrotto da chi sappiamo, oppure ancora il peso degli scontri che stanno avvenendo dall'altra parte della città.
Eppure anche un episodio marginale come la cacciata di Ranieri dalla panchina della Juventus dà l'idea del mondo in cui stiamo vivendo. Esonerare un tecnico comunque terzo in campionato con una squadra composta per metà da campioni ma per metà da mezze figure (e i campioni possono avere cali di rendimento, le mezze figure difficilmente assurgono a campioni), che ha retto comunque fino a un mese fa, che ha avuto chissà perchè mezza stampa contro (forse perchè non è Mourinho, non dà soddisfazione) senza che la società intervenisse decisamente in suo sostegno, come pure nelle scaramucce con i giocatori, normali in uno spogliatoio come in qualsiasi ambiente di lavoro, dove la società si è fatta beatamente i fatti propri, esonerare quel tecnico si diceva è la conferma che il cosidetto "stile" è definitivamente morto, non solo nella associazione col nome Juventus, ma in senso generale. Se sopravvive da qualche parte è proprio nel tecnico romano, che per due anni lo ha portato avanti nonostante il mondo in cui lavora.
Ai dirigenti bianconeri si ricorda che non basta avere il doppio cognome per essere signori, bisogna non necessariamente nascerci ma dimostrarlo, e Ranieri, modestamente, lo ha dimostrato. Peccato sia rimasto il solo.

mercoledì 3 settembre 2008

Ad esempio a me piace il calcio

Dopo l'ennesima prova dei soliti idioti questa domenica passata (vedi post precedenti) ho letto molti inviti sia su vari blog che sulla carta stampata a disertare il mondo del calcio, a non andare più allo stadio, a non seguire programmi televisivi a lui inerenti, a non parlarne neanchè più e ad allontanarsi da chi ne parla, insomma a boicottare il sistema calcio, che per come è strutturato distoglie dai problemi reali del paese.
Sull'effetto panem et circenses che il calcio produce sulla società italiana ho già detto e non voglio ripetermi, se non per dire che sono d'accordo con quanti vedono il calcio come un elemento soporifero utile a incanalare rabbie che si sfogherebbero in altro modo e in altri ambiti, e non giustifico manco per idea certe scelleratezze compiute in suo nome.
Ma comincia a darmi fastidio la supponenza di alcuni (tanti, e purtroppo devo dire che sono tutti dalla mia parte, tutti a sinistra) che vedono chi si interessa di cose pallonare come un ebete incapace di articolare un qualsiasi ragionamento, come comincia a infastidirmi lo sguardo sorpreso e impietosito di qualcuno di questi quando scopre che seguo il campionato, come a dire "di te non lo avrei mai detto". E che t'avrò detto mai, manco che ho preso l'aids mentre facevo un'orgia con quattro trans e due mignotte!
Chiariamo qualche punto: a me il calcio piace, ma non vado allo stadio dal '92 (con una sola unica eccezione due anni fà), da quando i prezzi dei biglietti di curva raddoppiarono nel giro di un paio d'anni e comunque quando saltuariamente ci andavo lo facevo per vedere la partita e non per altro. Mi piace e se mi capita di poter guardare una partita alla tele la guardo, ma non ho sky e manco lo voglio, e se ho altro da fare lo faccio senza troppi rimpianti. Se mi trovo a parlare di calcio con qualcuno lo faccio senza esasperare nulla, allo stesso modo di come lo farei se dovessi parlare di musica o di cinema o di qualsiasi altro argomento. Se mi capita che al bar sotto casa danno in diretta la partita della squadra a cui tengo, e non ho niente di meglio da fare, scendo a farmi una birra e magari socializzo pure. Sempre se sono a casa e sempre se non ho niente di meglio da fare mi guardo volentieri 90° minuto e tra un servizio e l'altro giro canale perchè mi giran le balle a sentire le idiozie di Galeazzi & friends. Ammetto di avere per almeno dieci anni comprato il Guerin Sportivo, fino a che questo era una rivista decente, quando è diventato una roba inguardabile ho smesso, ma nel frattempo compravo pure altre riviste e leggevo quanti più libri potevo: sono decerebrato? Conosco fior di laureati che hanno l'unico difetto di tenere alla squadra sbagliata della città e vanno allo stadio tutte le domeniche: devo evitarli?
La stragrande maggioranza di chi segue il calcio è come me, non è nè un ultras nè un bradipo inebetito e preferirebbe vedere solo più gioco e meno chiacchiere.
Insomma, la puzza sotto il naso di certa sinistra mi infastidisce parecchio, così come quella straordinaria capacità tutta mancina di ritenersi comunque "meglio" .
Eugenio Finardi, ai tempi di Radio Alice, rispose così a un critico che lo accusava di trasmettere musica "non all'altezza": "Ascolto Donna Summer, leggo Tex Willer e a te ti mando affanculo".
Punto.
.
P.S.
Non è mica colpa di chi segue il calcio se questa settimana devono decidere per Alitalia.

domenica 31 agosto 2008

I soliti idioti

Il campionato non ha fatto in tempo a ripartire che siamo già alle solite. Quello che è accaduto alla stazione ferroviaria di Napoli ha dell'incredibile: migliaia di tifosi che colti dalla smania di correre a Roma per il derby del Sud fra Roma e Napoli, non si capisce se muniti di biglietto oppure no, in pratica paralizzano l'attività ferroviaria, costringendo i circa 250 poveracci a cui della partita fregava poco o nulla e che avevano scelto il treno Napoli-Torino delle 9,24, a scendere e a prenderne un altro.
Insomma un casino: ferrovieri che vogliono controllare i biglietti, tifosi che scavalcano e assaltano i vagoni, polizia lì a guardare senza sapere cosa fare, turisti che assistono increduli alla scena e immagino avranno qualcosa da raccontare al loro rientro a casa, Trenitalia che ha la buona occasione per risparmiare sulla pulizia dei treni (cosa che fa già comunque), il prefetto di Napoli che avrà stramaledetto il calcio e tutto quello che gli stà attorno, Maroni che avrà stramaledetto Napoli che prima la monnezza, ora i tifosi: eccheccazzo tutto lì capita!
Alla fine quasi tutto è bene quel che finisce bene: i tifosi mezza partita l'hanno vista, si son fatti male in pochi a parte qualche ferroviere contuso, i 250 sfrattati bene o male sono arrivati a Torino senza pagare il supplemento rapido.
Una volta c'erano i treni speciali, quelli solo per i tifosi. Tolti perchè arrivavano a destino alleggeriti di tutto. Una volta la gente si azzuffava nelle piazze per questioni più serie che non ventidue personaggi in mutandoni, ma non andava bene, meglio dargli qualcosa per sfogarsi (vedi precedente post), ma ci si azzuffa lo stesso. La morale di questa storia è che creare un popolo di idioti non sempre ti risolve il problema: ci si azzuffa lo stesso, ma per motivi più idoti.

domenica 1 giugno 2008

Tiro mancino

L’appuntamento è fissato per le nove di sera. Mancano ancora venti minuti ma sono già sul posto, in auto ad attendere. La strada è poco illuminata, dal finestrino alla mia destra si intravede la sagoma del grande stadio. Mi appare enorme. Quando vi giocai la prima volta, entrando mi tremavano le gambe. Il rumore della folla assiepata sugli spalti era assordante, ma io quasi non lo sentivo, concentrato com’ero a non cedere all’emozione.
Bella partita. Vincemmo.

Una coppietta si avvicina a passi lenti. Quando arrivano alla mia altezza non mi giro a guardarli. Sento lei che parla, non capisco di cosa. Di lui non sento nulla, solo il suono più pesante dei passi sul marciapiede. Si allontanano dietro di me, a sinistra. Quando la voce della donna smette di arrivarmi, li cerco nello specchietto. Lui ora è girato a guardare lo stadio. Lo vedo fare ancora due passi, poi prendere la rincorsa e calciare di sinistro. Il rumore della lattina colpita mi arriva chiaramente. Sorrido. E’ facile immaginare quello che ha pensato mentre tirava. Nessuno resiste alla tentazione di sentirsi per un secondo dentro quel campo, non i tifosi di calcio almeno. Chissà se mi ha mai visto giocare.

L’uomo arriva con alcuni minuti di ritardo. Ha una bella auto. Parcheggia a diversi metri da dove mi trovo. Scendendo si guarda attorno, poi si muove deciso verso di me. Una gamba gli cede leggermente, dandogli una camminata buffa, oscillante.
Entrando nella mia macchina non mi saluta, viene subito al dunque.
- Allora, cosa hai deciso, ti sei convinto?
Il mio sì ha un sapore liberatorio.
Quanti ne abbiamo dalla nostra? Chiede.
- Sei. In tutto siamo in sei, due per reparto.
-Bene. Bravo. Sapevo che avresti preso la decisione giusta. Sai, i ragazzi temevano che tu potessi fare qualche scherzo. Ho dovuto faticare per trattenerli. Li conosci, non hanno molta pazienza. Sono giovani. Rivogliono sempre tutto e subito, non capiscono che a volte aspettare è un bene. Non sanno fare gli affari.
- Tu si, invece.
Fa un sorrisino, quasi a compiacersi.
- Lo facciamo tutti.
Esce dalla macchina, mi raccomanda di dare il massimo. Poi se ne va. Zoppicando.

Scendo a prendere una boccata d’aria e mi soffermo a guardare lo stadio. E’ una serata piuttosto afosa. L’estate è arrivata prima, quest’anno. Quando ancora ero titolare, non troppo tempo fa, pativo il caldo. Mi tagliava le gambe. Una volta giocammo in una città del sud, era l’ultima di campionato, o la penultima forse. Faceva talmente caldo che dalla panchina ci lanciavano sacchetti di ghiaccio per rinfrescarci. Ne ingoiai tanto che dovetti farmi sostituire per una congestione. Forse vincemmo. Non ricordo.
Risalgo in macchina e guido verso casa.
Accendo una sigaretta. Ho sempre fumato, anche nei ritiri, di nascosto. Segnavo tanto, e i mister chiudevano un occhio. Per qualche anno ho smesso, faceva incazzare i miei allenatori, dicevano che perdevo il fiato. Poi sono finito in panchina e ho ripreso il vizio.
Da un paio di stagioni le partite le seguo quasi sempre dalla panchina. Anche quest’anno fino a gennaio non ho giocato molto, poi l’attaccante titolare si è rotto e hanno dovuto rispolverare il vecchietto.
Ho ripreso anche l’altro vizio, di fare gol. Non ne facevo così tanti dall’anno dell’ultimo scudetto, sei anni fa. In tutte le maniere. Di sinistro ma anche di testa, tanti. E pure uno di destro, che non è mai stato il mio piede: una ciabattata a fil di palo, che si è infilata lenta in rete. Un gol pesante, in trasferta, su un campo dove non vincevamo da vent’anni e che è valso la testa della classifica.
Questa domenica si decide tutto. Abbiamo un solo punto di vantaggio sulla seconda ma siamo favoriti: giochiamo in casa, contro una squadra già retrocessa. Gli altri invece sono in trasferta contro una che si gioca un posto in Europa. Tutti scommettono sulla nostra vittoria finale.
Perderemo il titolo invece, così abbiamo deciso in sei. L’altra partita è già stata combinata: i nostri rivali vinceranno in trasferta. A noi basterà non vincere la nostra gara.
Ha ragione lo zoppo, facciamo tutti un affare: loro vinceranno un sacco di soldi scommettendo giusto, i miei compagni intascheranno più che col premio scudetto, a me condoneranno i debiti e manterrò intatta la pelle.

Eva mi aspetta a casa con una certa impazienza. Non faccio in tempo ad entrare che mi chiede come è andata. Bene, è andata bene, è tutto combinato.
Annuisce nervosa, va a versarsi da bere, si siede sul divano di pelle marrone. Non mi sembra troppo sollevata dalla notizia. Sa con chi abbiamo a che fare, conosce i rischi. Ha l’aria stanca, di chi ha pensato troppo.
E’ stata lei ad introdurmi in quell’ambiente. Io prima giocavo a carte in circoli ristretti di persone. Perdevo spesso, a volte vincevo, ma giocavo solo per il gusto di giocare. Non avevo bisogno di troppi soldi, ero ricco. Segnavo tanti gol ed a ogni stagione il mio ingaggio cresceva. Avevo quello che volevo: belle case, belle macchine, belle donne soprattutto. Andavo di moda, facevano a gara per passare una notte con me. Lei si intrufolò nel mio letto senza che me ne accorgessi, era una delle tante. Parlava poco l’italiano, era arrivata dall’est da non molto. Mi accalappiò e la lasciai fare. Mi piaceva, mi piace ancora. La sua bellezza è stata il lasciapassare per intromettersi nella mia vita e poi aveva i miei stessi vizi.
Questi suoi amici, suoi connazionali, avevano messo su un circolo clandestino in cui poter giocare e perdere grosse somme. Si giocava in begli ambienti, in cui girava di tutto, donne, alcool, droghe: divertimento assicurato. Il mio rendimento in campo andava male, ero stato messo in panchina, avevo bisogno di divertirmi. All’inizio stranamente vincevo e tutto andava bene: anche se in campo ormai andavo poco, fuori le cose continuavano a girare alla grande. Puntavo pesante, cominciai a perdere. Fare debiti con la mala non è molto saggio, ma la saggezza non è mai stata un mio pregio e d’altronde anche la stampa sportiva mi aveva appiccicato l’etichetta dell’irruento. Per questo giocavo bene, per questo segnavo tanto.
Mi verso da bere anch’io e siedo vicino a lei.
Andrà tutto bene, perderemo, ci lasceranno in pace.

Alcune ore prima della partita la squadra fa un sopralluogo del campo. Ci siamo riuniti prima questa volta, il mister ci vuole concentrati.
I giornali hanno montato l’attesa in maniera esemplare. Nei giorni scorsi ho rilasciato dichiarazioni in cui ho mantenuto il mio ruolo: “Ormai lo scudetto è nostro”. “Mi piacerebbe segnare il gol vittoria, ma l’importante è che la squadra sia unita e giochi bene”. “Il singolo non conta”. “La nazionale? Certo, ci penso, ma lasciamo decidere il C.T.”.
Alcuni tifosi, fuori lo stadio, mi hanno chiesto autografi, mi hanno incitato. Si sono sincerati delle nostre condizioni, si aspettano la vittoria. Li ho rassicurati. Ho rassicurato anche i miei cinque compagni. Sono tutti un po’ avanti con gli anni, come me. Ancora una stagione, massimo due, poi il gioco è finito. Carriera breve la nostra, bisogna pensare al futuro. E poi non è la prima volta che vendiamo una partita. Non valevano il campionato certo, ma una partita è solo una partita, novanta minuti.
Guardo il campo. E’ leggermente allentato, stanotte è piovuto. L’erba è ancora umida ma ora c’è un bel sole. Farà caldo, oggi.

Mi sono chiesto spesso cosa mi piaceva del calcio. Non è per il gioco in sé, che a pensarci è anche stupido, o per i tanti soldi che si possono guadagnare. Neanche per la notorietà che ti dona, con la gente che ti ferma per strada. Anzi, è pure fastidioso.
Del calcio credo mi piacciano quei riti che si consumano negli spogliatoi, prima delle partite. L’armadietto, cambiarsi, allacciarsi gli scarpini. Il ripetere quei gesti sempre allo stesso modo, con superstizione. L’odore della canfora che impregna tutto l’ambiente. Lo spogliatoio dopo la partita, con quel misto di sudore e vapori di doccia. Gli scherzi dei compagni, l’atmosfera dei ritiri. Sono certo che tutto questo mi mancherà una volta appese le scarpe al chiodo.
Mentre mi cambio cerco con lo sguardo i miei complici. Sembrano tranquilli. Tutti gli altri compagni si caricano a vicenda, pregustano il trionfo. Per tutti loro sarebbe il primo vero successo in una competizione e sono tutti eccitatissimi.
Usciamo dal tunnel che immette in campo e il boato della folla ci arriva come una cannonata. Lo stadio è stracolmo di gente che urla slogan di incitamento. Ognuno di loro porta addosso i colori della squadra, sciarpe e bandiere si agitano al sole facendo dell’intero stadio un catino ribollente.
Cerco nelle tribune volti noti e li trovo. Eva è venuta da sola, lo zoppo è a pochi metri da lei. Sono venuti tutti a sincerarsi che le cose filino lisce.
Io sono tranquillo: giochiamo contro una squadra che questa stagione non ha impensierito nessuno. Basterà non impegnarsi più di tanto, evitare di segnare. L’ideale sarebbe se loro vincessero, ma basterà che non vinciamo noi, sono sicuro che chi si contende il titolo con noi, sull’altro campo, farà il suo dovere fino in fondo, portando a casa il risultato.
Perderemo il titolo. Sarà stata solo una giornata storta. A volte capitano.

La gara ha inizio.
Per tutto il primo tempo non succede nulla. Alcune buone azioni nostre, un paio di tiri miei poco convinti, il risultato che non si sblocca, le porte che restano inviolate. Noi sei facciamo la nostra parte sbagliando più del dovuto. L’allenatore impreca in panchina, il pubblico incita sempre. Per il momento siamo ancora noi i campioni, ma c’è tempo.
Durante l’intervallo, nel sottopassaggio per gli spogliatoi, vengo avvicinato da Eva, mischiata tra i giornalisti. Non dice nulla ma intuisco le sue preoccupazioni. Le sorrido, a farle intendere che va tutto bene. Devo rassicurare anche un mio compagno, preoccupato del fatto che non arrivano segnali dall’altro campo. Gli dico di stare calmo. L’accordo è che noi non dobbiamo vincere, punto e basta. Quello che succede nell’altra partita non ci interessa.
Poi vado sotto la doccia e ci sto praticamente tutto il tempo della pausa. Mentre sento l’acqua scorrermi addosso ripenso agli ultimi avvenimenti, ai debiti, alle minacce. Non potevo fare nient’altro. Me lo ripeto, a convincermi, più di una volta.
Quando esco gli altri stanno già rientrando in campo, solo una persona, il magazziniere, è ancora nello spogliatoio. Sta ritirando le tenute sudate del primo tempo.

Il magazziniere Paolini è una di quelle figure che si trovano solo in certi ambienti. E’ molto anziano, nella squadra da una vita. Era già qui quando arrivai, a fare già quello che fa ancora oggi, a prendersi cura delle tenute, curare le scarpette, lucidandole e ammorbidendole con cura. A pensare ai tacchetti, consigliando quelli giusti ai più giovani e meno esperti. Soprattutto a stare vicino alla squadra, cogliendone gli umori, incitando e sostenendo quando è il caso.
Negli anni gli allenatori sono andati e venuti, i giocatori anche, ancora di più. Lui è sempre rimasto qui, come lo stadio stesso. Chiuso nel suo gabbiotto, a catalogare e pulire. E a ricordare.
Ricorda i numeri di scarpa di tutti quelli che hanno giocato nella squadra, i loro vezzi, le loro manie. Tutti gli umori, tutte le vittorie, tutte le sconfitte. Ricorda tutti quelli che sono passati di qui, i campioni ed i brocchi, anche quelli che hanno giocato una sola stagione: per lui sono stati comunque della squadra e questo basta a renderli parte di un qualcosa che solo lui percepisce.
E’ lui, a pensarci, la vera anima di questa squadra. Non chi gioca, non la dirigenza. Nemmeno i tifosi, che pure gli somigliano, possono esserlo. Lui sembra sapere qualcosa che agli altri è negato. A volte, da quello che dice, sembra l’anima del calcio stesso.
E’ stato anche un discreto mediano, da giovane.
Oggi è euforico. Incita tutti, per ognuno ha una parola, un dettaglio da ricordare, un ricordo da regalare. Per avvicinarli a quel tutto che lui solo conosce. Erano anni che non lo vedevo così, dall’ultimo scudetto. Mi chiede:
- Te lo ricordi il primo?
Lo guardo senza rispondere. Mi incammino verso il terreno di gioco.
Sì. Me lo ricordo il primo. Avevo diciannove anni, provenivo dalla serie B. Segnavo tanto già allora, dieci gol in quindici partite, contributo determinate per la conquista del titolo. Dopo ne sono venuti altri, più qualche coppa. Ho avuto una bella carriera, tutto sommato.

Il secondo tempo si avvia ad essere la fotocopia del primo. Aspettiamo. La squadra si batte comunque bene, creando occasioni da gol che noi sei della combine sprechiamo malamente. In fondo è facile: passaggi sbagliati, fuorigioco, tiri sbilenchi. Basta non dare il massimo. E’ alquanto irritante, perché i nostri avversari sono davvero modesti e facciamo fatica a trattenerci. Io poi faccio una fatica bestiale per permettere al difensore che mi controlla di marcarmi a dovere. Gli sto facendo fare una gran bella figura, facendomi anticipare spesso.
Al quindicesimo arriva la notizia del vantaggio della nostra rivale sull’altro campo. Ora i Campioni sono loro e lo stadio ammutolisce. La nostra panchina si sbraccia e strepita. I compagni che non sanno nulla dell’accordo si impegnano ancora di più.
Al ventesimo arriva mio malgrado una buona occasione: un lancio smarcante sulla sinistra, il mio controllore inciampa e non posso fare altro che dirigermi verso la porta palla al piede. Sparacchio un tiro che va abbondantemente sopra la traversa. L’ho fatto apposta, ovviamente, ma non sembrerebbe.
Il nostro pubblico non ha smesso di incitarci, ma è meno convinto, piuttosto attonito. Rumoreggia sui tanti palloni sprecati. Le imprecazioni si sentono anche dal campo.
Spesso con lo sguardo mi rivolgo verso la tribuna: a vedere da qui lo zoppo sembra soddisfatto del lavoro che stiamo facendo. Immagino stia già contando i soldi che intascherà.
Un compagno mi urla qualcosa che dovrebbe servire a svegliarmi. E’ di quelli che non sanno nulla, non capisce come faccio a sbagliare palloni tanto facili.
La farsa continua. Il mio controllore è decisamente una schiappa, in condizioni normali gli andrei via praticamente sempre. Invece ritardo sempre quell’attimo che gli permette di recuperarmi, dandogli modo di levarmi la palla.
Fila tutto liscio fino alla mezzora, poi uno dei nostri viene atterrato in area ed è calcio di rigore.
Mi incarico di tirarlo. Uno dei compagni corrotti, un difensore, si raccomanda. Veramente tutti si raccomandano, solo che lui si raccomanda al contrario.
Tiro il rigore, facendo il contrario di quello che si dovrebbe fare: aspetto di vedere da che parte si butta il portiere e tiro verso quella parte. Il numero uno avversario si ritrova il pallone in braccio ed esulta. Faccio finta di essere disperato, mettendomi le mani nei capelli.
I fischi mi sommergono, io resto fermo in mezzo all’area e mi guardo attorno: mi giro verso la tribuna e vedo lo zoppo applaudire ridendo; vedo il mio controllore abbracciare il suo portiere, i miei compagni venire verso di me e nonostante tutto incoraggiarmi. Sento il rumore dello stadio, le imprecazioni dei tifosi. Immagino cosa stia succedendo ora, in questo momento, sull’altro campo, dove le radio avranno già dato la notizia. Vedo i tifosi che esultano e i giocatori in festa.
Mi giro verso la nostra panchina:, l’allenatore si sbraccia ed urla ordini, tutti si agitano e bestemmiano, solo Paolini resta immobile al suo posto e mi guarda. Mi guarda e basta. Per un lungo, interminabile istante, i nostri sguardi si incrociano. Poi scuote la testa.

Riprendiamo a giocare. Manca un quarto d’ora alla fine, non è ancora finita.
Nei minuti successivi il mio controllore riesce davvero a marcarmi. Ora non faccio finta di giocare, qualcosa è cambiato. Mi accorgo che sto davvero giocando a calcio.
Dopo il rigore collezioniamo tre calci d’angolo. Su uno di testa mando di poco fuori a lato. Un mio compagno, uno dei centrocampisti corrotti, si avvicina a dirmi qualcosa.
– Occhio, c’è mancato poco.
Lo so, rispondo.
Nonostante il mio impegno tardivo il tempo scorre senza che accada nulla: siamo già a tre minuti dalla fine e ancora pareggiamo. Ormai, nonostante tutto, penso sia finita.
Ma poi… poi mi lanciano di nuovo sulla sinistra.
Un lancio lungo, dalla trequarti, smarcante. Questa volta il mio avversario non inciampa, anzi, sono io che con una finta gli vado via e corro dietro al pallone. Attorno a me, sugli spalti, tutti si alzano a seguire l’azione e vedono me palla al piede dirigermi verso la porta avversaria.
Mi accentro. Un terzino mi si fa incontro ed io rallento per vedere le sue intenzioni. Tenta un tackle, ma riesco ad evitarlo, saltandolo.
Ora sono solo, di fronte alla porta, a pochi metri dal limite dell’area.. Dietro di me, distante alcuni passi, sento il respiro affannato di chi mi insegue, oltre la porta intravedo le macchie scure dei fotografi e dei raccattapalle. La porta invece la vedo chiaramente, con la sua rete tutta bianca e il portiere in mezzo. Fa per uscire dai pali e mi viene incontro.
Entro in area. Faccio ancora un paio di passi, palla al piede. Il portiere si prepara al mio tiro, fermandosi di scatto, ginocchia piegate e braccia leggermente aperte. Alzo la testa per controllare la sua posizione, scarto leggermente a sinistra.
E poi calcio.
Un tiro forte, potente, dei miei. Di sinistro. Un collo pieno che supera il mio avversario, sfiora appena il palo e si infila nella rete, gonfiandola.
C’è un attimo di silenzio assoluto, un brevissimo istante che forse solo io noto, tra il momento in cui tiro con tutta la potenza che ho e la consapevolezza di aver segnato.
Poi il fragore mi inonda. Un unico enorme urlo accompagna la mia corsa a braccia alzate.
Corro a perdifiato, per tutto il campo, con i compagni che mi inseguono e urlano come me. Anche quelli della combine, urlano anche loro. Vengo raggiunto e sommerso dagli abbracci. La folla è in delirio e noi con lei, lo stadio sembra debba scoppiare da un momento all’altro, in un agitare di colori e di urla.
Ho ancora le braccia al cielo quando butto lo sguardo verso la tribuna. Lo zoppo è sempre seduto al suo posto, ma non sorride più.La poltrona che era occupata da Eva invece, è vuota. Di lei intravedo la sagoma che si allontana verso l’uscita.
Tiro giù le braccia e sorrido verso la panchina.
Abbiamo vinto.