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mercoledì 7 marzo 2012

Il mondo di fuori

1.
Odore di disinfettante, pungente, saturo d’aceto. Una donna in camice azzurro, bassa più del necessario, non bella, con fare meticoloso lava il pavimento del corridoio alla mia destra. Non risparmia né acqua né fatica. L’odore mi pizzica le narici, lo avverto forte, a ogni respiro entra e va giù, sempre più giù.
Oggi non avevo ancora fatto caso al mio respiro. Ero riuscito ad arrivare fino a quest’ora senza che il pensiero mi si focalizzasse sul respirare e adesso, per colpa di questa stupida donnetta e del suo vizio di spargere aceto dappertutto, sono obbligato a pensare al cavolo di respiro e se in me funziona correttamente. A ogni refolo d’aria che entra dalle narici deve corrispondere un altro refolo d’aria che deve uscire, in un movimento oscillatorio di prendere e lasciare che è bene non si interrompa mai. È così che sta andando, ma per un attimo non ne sono certo.
Pari. Il movimento deve essere pari. Una azione doppia, mai singola, perché ad una inspirazione deve corrispondere una espirazione. Necessaria. Vitale. Aria che entra e aria che esce. Aria, non aceto. Quella stupida donnetta dovrebbe smetterla di mettere così tanto detergente nel secchio. Imparare a diluire. Imparare anche a lavare, forse.
Mi guardo attorno. Devo spostare l’attenzione in qualche modo, così hanno detto: quando ti fissi su un particolare allarga la veduta e non pensare. E’ questo che devo fare, anche se il pensiero va a tutto l’aceto che mi sta entrando nei polmoni. Mi chiudo il naso tra le dita e respiro forte con la bocca. Aria meno pura mi entra dentro, l’odore è meno intenso. Respiro un po’ affannato.
Mi guardo attorno. Queste stanze sono tutte uguali, simili in tutti gli ospedali. Una fila di sedie in metallo laccato e formica bianca, addossate alle pareti bianche anch’esse. Macchie di umido agli angoli alti disegnano sfumature di grigio muffa. Non brutte da vedere, a guardarle con occhio distratto, meglio dei due manifesti reclame posti sul lato lungo di fronte a me.
Mi guardo attorno. Sono esattamente al centro della fila di sedie più numerosa, sette in tutto, tre alla mia destra e tre alla mia sinistra. Io al centro sono seduto e aspetto, con le narici tappate dalle dita per non sentire l’odore che si alza dal pavimento, per non far sì che il pavimento mi entri dentro. Una volta mi è successo, un po’ di tempo fa. Non era un pavimento, era solo terra. Bagnata, fradicia. Ci camminavo sopra da un bel po’. Mi sembrava una bella cosa camminare sotto la pioggia a piedi nudi sulla terra, con le scarpe in una mano e la valigetta nell’altra. L’odore di pioggia e erba e muschio era talmente forte che mi si infilò dentro e ci scivolai, fino a diventare terra io stesso. Una sensazione sgradevole di acqua e fango, giù, dentro me. Io fermo immobile in mezzo al prato, come una statua di legno che come legno assorbe. Non so quantificare quanto durò quella sensazione, abbastanza per spaventarmi. Da allora evito i prati sotto la pioggia e l’ho risolta così.
Mi guardo attorno. La donna in camice azzurro mi lancia occhiate furtive, me ne accorgo anche se finge di guardare altrove. Mi scruta, dal basso della sua veduta. Guarda anche dietro sé, nel corridoio appena lavato, a sincerarsi di protettive presenze che non la facciano restare sola a due metri di distanza da me, che sono seduto con le dita a tappare le narici esattamente in mezzo a una fila di sedie tutte uguali, in pantofole di pelle marrone col pigiama azzurro mare che si intravede sotto la lunga vestaglia da camera, bianca, aperta sul davanti. Forse teme che le tiri dietro una pantofola. L’ho già fatto, una volta, ma non a lei. Le voci in questo posto corrono veloci, si diffondono rapide, tutti sanno. Sanno di come ho lanciato la pantofola, la destra, verso l’infermiera grassa che mi cucina quel cibo schifoso tutti i giorni, da una distanza doppia rispetto a quella che mi divide ora dalla donnetta in camice azzurro. Sanno di come l’ho centrata nel pieno di quel suo volto grasso e molliccio, proprio sulla bocca da cui esce quella voce fastidiosa. Potrei rifarlo, se volessi. Potrei sfilare la pantofola dal mio piede destro e lanciarla a tutta forza verso la donna bassa che sparge troppo aceto nell’aria. Forse dovrei farlo, lo meriterebbe. Potrei farlo ma non voglio. Lo sguardo che lancio verso il camice azzurro che si muove tra acqua e aceto dice questo, come il sorriso che accompagna lo sguardo. La donna sparisce dietro il muro e sento solo lo sciabordio dello straccio nel secchio.
Mi volto a guardare di fronte, le dita tappano ancora le narici.
Aspetto.
Sì, avrei potuto farlo. Lanciare di nuovo qualcosa di mio addosso a qualcuno.
Non che sia una gran soddisfazione alla fine. E’ troppo il trambusto che segue quel gesto. Magari nel momento in cui la mano va a posarsi sulla suola della calzatura per sfilarla, in cui la mente già vede il percorso che farà qualche attimo dopo, quel gesto può sembrare liberatorio, un moto di energia che si propaga nell’aria fuoriuscendo da dove trabocca, ristabilendo per un attimo l’equilibrio. Ma è un attimo, appunto. Dopo sei solo uno con un pigiama azzurro mare e una pantofola in meno ai piedi, con un sacco di sguardi fissi addosso, più fastidiosi di quello che volevi scacciare, e magari tocca pure sentire parole parole parole e tutto il resto. Insomma, non ne vale molto la pena.
"Ecco”, mi dico mollando la presa delle dita e provando a far rientrare l’aria attraverso il naso, “sono guarito!”, ma il respiro mi sembra ancora troppo affannato, l’odore ancora troppo forte e l’attenzione ancora troppo rivolta verso quella parte di me che regola il flusso d’aria per essere guarito veramente. Chiudo gli occhi e ci provo, ad allargare la veduta, ma tutto ciò che riesco a fare in questo momento è richiudermi le narici, respirare forte con la bocca e, più che altro, aspettare, aspettare, aspettare.
La prima volta che sono venuto qui in questa stanza c’era più gente attorno a me. Non era una bella giornata. Io ero sempre seduto su questa sedia, esattamente a metà della parete, ma ai fianchi avevo mia madre da un lato e mio padre dall’altro. La simmetria era rovinata da mio fratello, ha un vero talento nel rovinare le simmetrie, lui. Stava in piedi di fronte alla finestra a sinistra, guardava fuori e moriva dalla voglia di fumare una delle sue stupide sigarette col filtro bianco: un elemento di disturbo in un quadro altrimenti perfetto. Ci aveva portati lui qui tutti quanti e il viaggio era stato piuttosto silenzioso, dopo tutto il baccano che lo aveva preceduto, poche indispensabili parole per tutto il tragitto, con lui che lasciava parlare le sue sigarette tutte bianche. Guidava silenzioso e fumava, con mio padre a fianco e io e mia madre seduti dietro. Lei aveva l’aria preoccupata, ma è tipico di mia madre avere l’aria preoccupata, mio padre invece sembrava più normale, forse rassegnato. Mio fratello sembrava scocciato. In effetti aveva dovuto prendere una mattinata libera dal lavoro per portarci tutti quanti in questo posto e la cosa lo disturbava, anche se non lo diceva apertamente. Più che altro fumava e dalla quantità di cicche spente potevi capire tutto il suo nervosismo nel dover fare quello che stava facendo. Che poi, non è che stesse facendo chissà cosa. Guidare un’automobile con tre passeggeri a bordo verso un ospedale alle dieci del mattino. Forse era scocciato per via che la mamma lo aveva svegliato nel cuore della notte a causa mia, ma allora la colpa era della mamma, non mia, e non capivo perché quando arrivò mi salutò a stento.
E’ sempre stato strano questo mio fratello. Bravo, niente da dire, e pure gran lavoratore. Parlava sempre poco, e la cosa mi piaceva molto, anche se in quel poco riusciva a smontare tutto quello che facevo. O che non facevo. Insomma, questo mio fratello sembrava fosse stato piazzato lì per qualche oscuro motivo a badare a tutte le faccende che mi riguardavano, e in tutte ci trovava qualcosa da ridire, e in tutte sembrava ci fosse sempre qualcosa da correggere. Un gran rompicoglioni, ad essere sincero.
L’attesa per il colloquio giornaliero con il medico che mi tiene in cura è molto fastidiosa. Nella stanza tutta bianca dove mi trovo non c’è nulla che possa permetterti di trascorrere il tempo senza dover pensare a te stesso, all’aceto e a come respiri. L’unica distrazione è data dai due manifesti sbiaditi appesi alla parete di fronte, ma li ho già letti tanto da sapere a memoria cosa c’è scritto, e non è che siano tanto interessanti. Di più: qualcosa in loro me li rende decisamente antipatici. Il primo è uno stupido poster di propaganda per la donazione del sangue, talmente vecchio che ricordo di averlo visto già parecchi anni addietro e che, ora che ci penso, non mi è mai piaciuto. Ci sono disegnati quattro scolaretti sorridenti dall’aria tutta per benino che fanno girotondo scambiandosi fiori rossi, e ognuno di loro reca sul grembiulino una scritta con quello che deve essere il proprio gruppo sanguigno, e una scritta in alto a destra chiede A che gruppo appartieni?, perché Saperlo può salvare la tua vita, e una scritta enorme in basso reca l’acronimo dell’associazione donatori, e allora il tutto è un modo che hanno questi donatori di far proseliti, immagino. Il tutto, scolaretti e scritte e domande, in un campo verde acido che disturba gli occhi. Sarebbe stato meglio un campo rosso a mio avviso, dato che parliamo di sangue, perché a me tutto l’insieme non richiama affatto il sangue, né mi spinge a donarlo, anzi tutto il contrario, perché gli scolaretti sono disegnati veramente male e sono troppo per benino e non mi ispirano nessuna simpatia. Mi ricordano certi compagni che avevo al tempo delle elementari, sempre ben vestiti e ordinati e col padre fuori in auto ad attendere. Anzi, ora che ci penso, uno di loro, quello biondo, mi ricorda quello che aveva detto alla maestra che io gli avevo rubato non so che merenda, e la maestra lo aveva detto alla direttrice, e la direttrice lo aveva detto a mia madre, e la notizia, dopo tutto questo passaggio femminile, era finita alle orecchie di mio padre e in ultimissimo passaggio alle sue sberle, maschilissime nonostante l’apparenza. Per cui se la mia vita non verrà salvata, non essendomi mai premurato di sapere a che gruppo sanguigno appartengo a causa della mia avversione verso le donazioni nata da una avversione verso uno stupido poster contenente messaggi che per me andavano oltre le scritte e i disegnini, ciò è a causa di una merenda mai rubata e soprattutto di uno stronzetto biondo col padre fuori in macchina ad aspettare.
L’altro poster mi è antipatico perché c’è il mare, e a me non piace il mare.
Potrebbero mettere qualche rivista. Uno potrebbe venire qua dentro, sedersi su una qualunque delle sedie tutte uguali e sfogliare una rivista. Gli impedirebbe certo di concentrarsi su inutili donnette in camice azzurro che spargono troppo detergente, sul detergente che sa troppo di aceto e di conseguenza sul funzionamento del proprio respiro. Ne guadagnerebbe, il respiro, se ci fosse una rivista a distrarre e non solo due inutili manifesti. Anche solo una di quelle stupide riviste mediche che abbondano nella stanza del dottore che mi ha in cura. Non sarebbe molto interessante neanche quella, ma uno passerebbe il tempo, lo ingannerebbe, si dice. Evidentemente in questo posto non sono ammessi inganni, verso nessuno, nemmeno verso entità immateriali. Peccato. Sarebbe stato un buon modo di trascorrere i minuti che passano dalla tua entrata in questa stanza tutta bianca e il momento in cui dovrai lasciarla per sederti di fronte a un signore in camice lungo, tutto bianco, e parlare.



2.



Il dottore ha la faccia scura. Una barba ispida e grigiastra gli ricopre metà del volto, con peli che gli arrivano fin sulle gote, quasi a ridosso di quei due occhietti piccoli e neri sormontati da sopracciglia troppo folte. Anche le mani sono pelose, troppo, e affusolate oltremisura. Brutte a vedersi: sbucando fuori dal bianco delle maniche appaiono come due enormi ragni in attesa di cibo. Non mi piacciono. Neanche lui mi piace, è troppo peloso: sbuffi neri e grigi di pelo che fuoriescono dappertutto. Dalle maniche, da dietro il collo, dal petto davanti! Tanto pelo superfluo è mitigato da una pelata lucida e tonda, quasi perfetta. Sembrerebbe che la natura abbia voluto bilanciare tanta abbondanza pilifera a scapito dei capelli, ma il tutto gli dona un’aria piuttosto ridicola. Fuma sigari toscani. Non qui naturalmente, ma l’ho visto un paio di volte giù in cortile e comunque l’odore di tabacco che emana è così forte che riesce a soffocare anche l’odore dell’aceto della donnetta troppo bassa. Non saprei dire quale è peggio. Forse l’aceto, a pensarci. Sarà che una volta anch’io fumavo, sigarette, poi sono entrato qua dentro e me ne sono dovuto dimenticare.
Ha uno strano modo di guardarmi, il dottore. Di sottecchi, non saprei dire. Comunque un po’ mi disturba. A volte quando mi soffermo sui suoi occhi troppo piccoli e troppo scuri mi viene voglia di tirargli addosso la prima cosa che mi capita, ma mi trattengo, non so bene perché. Forse per via che poi mi chiederebbe il motivo per cui gli ho lanciato addosso qualcosa, e non sono troppo sicuro del fatto che avere occhi troppo piccoli e troppo scuri sia un motivo bastante per riceversi cose addosso. Voglio dire, non è come per la donnetta dell’aceto o come per la donna grassa del cibo schifoso, che è evidente che se lo meritano che qualcuno gli lanci addosso qualcosa, ma per qualche strano motivo penso che anche lui se lo meriti. Almeno, così mi sembra.
I nostri colloqui avvengono da seduti, anche se avrei preferito che avvenissero come si vede in certi film, io sdraiato sul lettino e lui seduto dietro di me. Sarebbe stato meglio, penso. Più comodo. Avrebbe potuto anche fumare uno dei suoi sigari puzzolenti se proprio avesse voluto, non mi avrebbe dato fastidio. O forse sì. Forse l’odore del suo sigaro mi avrebbe costretto a concentrarmi sul respiro, a tapparmi le narici e a pensare ad altro come per l’aceto della donnetta troppo bassa, e allora è meglio che avvengano come ora, seduti, uno di fronte all’altro con una scrivania di mezzo come a un colloquio di lavoro: io che cerco la posizione meno imbarazzante, lui con i gomiti a bucare i braccioli, le mani pelose davanti al naso, le dita appoggiate le une contro le altre. Ogni tanto le apre e le chiude, ogni tanto le flette e le riallunga. Sembra un enorme ragno allo specchio.
Chiede cose, sempre le stesse. Io dico cose, sempre le stesse. D’altronde qui dentro non ci sono grosse novità, a meno che non lanci qualcosa contro qualcuno, e questo è da un po’ che non capita, e quello che è successo fuori di qui non lo si può più cambiare. Dico cose generiche, come sto, cosa penso, cose così. Ogni tanto il dottore peloso annuisce, ma più che altro mi guarda con quegli occhietti bui e mi ascolta. Non saprei dire quale di queste cose mi dà più fastidio.
Ripete diverse volte la parola “bene”. All’inizio pensavo che se ripeteva così tante volte la parola bene fosse perché le cose andavano davvero bene, ma poi mi sono accorto che la ripeteva anche quando le cose non andavano affatto bene, un po’ come quando ti chiedono come va? e tu per riflesso dici bene! anche se non va bene per niente e anzi spesso le cose vanno decisamente male, e allora ho smesso di farci caso e lascio che dia aria alla bocca in quel modo, se gli fa piacere.
Dopo un po’ il colloquio finisce, ultimamente è sempre più breve, e io mi ritrovo in piedi fuori dalla porta nella stanza tutta bianca piena di sedie tutte bianche.
Penso sempre, in quel momento, che forse avrei potuto dire di più. Fare come una volta, parlare, dire, spiegare. Perdere tempo a raccontare cose di me avvenute in anni remoti, pure le cose senza importanza, che anzi pare che siano proprio le cose senza importanza ad interessare maggiormente il dottore peloso dalle mani di ragno. Non so il motivo, o a cosa gli serva saperle. Io il nesso tra il fatto che a nove anni una volta piansi un giorno intero, perché ero convinto che mia madre fosse morta, e il trovarmi oggi qui dentro non riesco a trovarlo. In realtà non era affatto morta, era solo partita per andare da quella sua parente nell’altra città e non sarebbe tornata a casa quella sera, ma io ero convinto che fosse morta e che non volevano dirmelo. Comunque non gliene facevo una colpa, anzi, li perdonavo, mio padre e mio fratello. Pensavo fosse una bella cosa da parte loro preoccuparsi di non farmi sapere una cosa brutta come il fatto che la mamma fosse morta, e gli dicevo grazie, e loro non capivano perché insistessi in quelle domande su dove la avrebbero seppellita e su come avrei dovuto vestirmi per il funerale. Il tutto ovviamente in un mare di lacrime che però a un certo punto non distinsi più se fossero per la madre morta in quanto tale o se per la commozione di vedere me così emozionato e sensibile, seppure verso un qualcosa tanto triste come una madre morta. Dubbi non da poco, se proprio vogliamo andare a scavare, ma non è compito mio andare a scavare. Diciamo che dovrebbe essere il dottore peloso con le mani di ragno a scavare e trovare interpretazioni, semmai ce ne fossero. Invece lui si limita ad annuire e a dire bene. E allora bene, che devo fare?
Me ne sto lì, in piedi fuori dalla porta per qualche secondo, il tempo necessario a vedermi, per poi uscire via dalla stanza veloce, senza voltarmi.


3.


Non è semplice. Un giorno andava tutto bene e il ricordo dopo sono qui, davanti a una finestra chiusa, a guardare dai vetri sporchi la vita di fuori e a chiedermi perché sono qui dentro. Fanno quasi tre anni. Io ci ho pensato tante volte, al perché sono qui dentro. Qualche volta mi pare anche di capirlo, veramente, ma davvero non è semplice.
Non che mi manchi molto, la vita di fuori. Ogni tanto vengono mio padre e mia madre, e mi raccontano un sacco di cose. Cosa hanno fatto, cosa non hanno fatto. Tutte cose senza nessuna importanza. Sono sempre sorridenti quando vengono, ma io lo so che sono sorrisi provati ad arte. Sembra che si sentano in colpa per il fatto che mentre io me ne devo stare qui dentro a guardare il mondo di fuori da una finestra chiusa, loro invece in quel mondo ci possono vivere e muovere. In colpa per quella che ritengono una situazione più fortunata rispetto alla mia, e per questo sorridono forzato, e per questo sperano sempre che io esca da qui. Punti di vista.
Evitano come la peste ogni riferimento ai giorni che precedettero il mio arrivo qui, ma io lo so che quei giorni sono in cima ai loro pensieri. Più che altro si domandano il perché. Il perché, quello non lo hanno mai capito, e io non mi sono mai premurato di tentare di spiegarglielo: sono cose che ci devi arrivare da solo, penso. Comunque mi rendo conto che non è facile capire perché a un certo punto ho fatto quello che ho fatto, con tutte le conseguenze del caso, non solo per me. Oggi, di tutto quel baccano di parole e gesti e situazioni che precedettero il mio arrivo in questo posto, come conseguenza rimane che loro vivono fuori ed io vivo qua dentro, e ciò comporta silenzi da parte loro nel loro stupido mondo, e un senso di vergogna che li prende quando devono accennare a me. Ma non è che io abbia poi fatto chissà che di vergognoso. È di questo posto che si vergognano, e del fatto che un loro figlio ci viva dentro, e questo nonostante a quel loro figlio, cioè a me, la cosa sia del tutto indifferente, per cui non ci sarebbe proprio nulla di cui vergognarsi. Ma è opinione comune in quel loro mondo di fuori che questo sia un posto di cui vergognarsi, a maggior ragione se uno dei tuoi figli ci è finito dentro, e i miei sono gente a cui piace sentirsi a proprio agio nel mondo in cui fanno e non fanno cose, per cui si adeguano al pensiero corrente e dunque alla vergogna, vera o presunta non ha molta importanza. Ecco, io quando vengono a trovarmi e avverto in loro quel senso di vergogna gli lancerei addosso qualcosa, un po’ come feci quella sera che precedette la mia entrata in questo posto, non fosse che come per il dottore peloso dalle mani di ragno non sono troppo sicuro del fatto che se lo meritino. Quel mio fratello invece sì, che si merita che qualcuno gli lanci delle cose addosso, e l’ho anche fatto, l’ultima volta che è stato qui a trovarmi. Aveva preso in quel suo modo saccente e fastidioso a spiegarmi le cose, perché lui sa tutto capisce tutto ha in mano sempre le chiavi di tutto. Lui non ha mai avuto dubbi! Mai, neppure una volta! Le cose le ha capite da subito. Per dire, lui finite le medie disse voglio fare la scuola per geometri, e a chi gli chiedeva perché rispondeva che gli piacevano le case, per cui nessuno si stupì quando poi decise di diventare architetto e ancor meno si stupì quando davvero lo diventò e cominciò a costruirle, le case, tra l’altro pure belle devo dire. Insomma, in quelle poche parole dette a quindici anni lui aveva fatto tutto un discorso, prima a sé e poi agli altri, che lo vedevano proiettato in un futuro incanalato in una ben precisa direzione che lui aveva già bene in mente. Gli anni successivi gli erano serviti solo per mettere in pratica una cosa che già sapeva, oltre che per fare da esempio a me che invece a quindici anni nemmeno mi chiedevo cosa davvero mi piacesse, e tantomeno cosa mai avessi voluto fare da lì in avanti. E tutto questo esempio, vantato e indicato da genitori soddisfatti, di come si deve fare per viver bene nel mondo di fuori, a me non è mai piaciuto –mi dava la stessa sensazione del troppo aceto sui pavimenti- e non l’ho mai seguito, seppure in qualche parte di me deve essere andato a infilarsi, se è vero che a ogni mio fallimento torna su assieme alla voglia di lanciar cose addosso a qualcuno.
Il mondo di fuori. Io il mondo di fuori l’ho conosciuto, e per un sacco di tempo ne ho fatto anche parte. Facevo e non facevo le stesse cose senza importanza di cui raccontano i miei genitori quando vengono a trovarmi e che mi elencava quel mio fratello quando ancora ci veniva, prima che gli tirassi addosso quella bottiglia e lo facessi arrabbiare e gli facessi decidere che era il caso che non venisse più. Alcune di quelle cose le facevo perché credevo mi potessero piacere, altre perché quelle sono le cose che si fanno quando vivi una vita calato in quel mondo. E’ diverso da qui, non so spiegare. L’unica cosa che so è che a un dato momento tutto cominciò a sembrarmi come se a fare quelle cose fosse un altro. Mi vedevo fare e non fare cose e ne ridevo, tra me e me dapprima, poi ne ridevo e basta, sguaiatamente. E nello stesso tempo mi accorsi di come le cose, tutte, puzzassero di un odore pungente da levare il respiro, e che il più delle volte a spargere odori era chi mi stava attorno. I miei colleghi, in quell’ufficio con una sola finestra dove trascorrevo gran parte della giornata. I miei genitori, a casa, e quel mio fratello, quando veniva a trovarci. Tutti toccavano cose, calpestavano suoli, occupavano spazi che dopo poco cominciavano ad emettere odori soffocanti, che mi costringevano a tapparmi le narici, a concentrarmi sul respiro e a lanciare oggetti verso di loro, nel tentativo di mitigare la puzza, per non far sì che la puzza mi entrasse dentro. Andò avanti così per un po’, poi decisero che dovevo venire qui dentro, ma non è poi così male, qui dentro. Attorno a me gente che vive fuori di qui è indaffarata in cose che pensano abbiano un senso. Altra gente, che invece qui dentro ci vive, non si pone il problema e campa i propri giorni, all’apparenza tutti uguali. Anch’io vivo giorni all’apparenza tutti uguali. Parlo col dottore peloso dalle mani di ragno, passeggio dentro il caseggiato tra corridoi appena lavati da donne troppo basse, mangio il cattivo cibo servito da donne troppo grasse, guardo il mondo di fuori da una finestra troppo sporca, per ore ed ore.
Restare qui, alla finestra a guardar fuori, è la cosa che più mi piace. Sotto di me vedo la gente che passa, in auto, a piedi, da soli, in compagnia. Sono in tanti lì fuori. Li vedo fare cose, non fare cose, muoversi e andare verso direzioni che forse davvero conoscono bene e davvero è ciò che vogliono raggiungere. Come quel mio fratello. O forse sono come me, come ero io prima di avvertire gli odori, prima che lanciassi cose, prima di entrare qui dentro. Difficile dirlo, non è un mio problema, comunque mi piace il fatto di sapere che io posso stare a guardarli fare e non fare cose da qui, dalla finestra, senza dover fare e non fare le stesse cose io stesso. Giusto appoggiare, come ora, la fronte al vetro e lasciare che un sole pallido d’aprile mi scaldi la testa. E’ piacevole come sensazione.
Mi guardo attorno. Non è poi così brutto stare qui dentro, per quanto la donna grassa cucini veramente male e il dottore peloso dalle mani di ragno dica bene senza conoscerne davvero il significato. Si può sopportare. Spesso la donnetta bassa mette troppo detergente nel secchio saturando l’aria di aceto, e mi obbliga per questo a concentrarmi sul respiro, ma basta turarsi le narici e pensare ad altro: non è difficile, ormai so come fare. Per cui penso proprio che vorrei restare ancora qui, almeno per un po’. Per continuare a farlo mi basta poco. Mi basta parlare ogni giorno col dottore peloso, mangiare tutto quello che mi passano e ogni tanto lanciare qualcosa di mio addosso a qualcuno. Qualcuno che se lo meriti. In fondo lo si trova sempre. Basta guardare.

giovedì 10 marzo 2011

Festa a sorpresa (ovvero I contenuti della manifestazione sono in via di definizione)

Della serie Io, Bonetti e il Furbi

Allora, sabato che facciamo, si va o non si va?".
La domanda del Bonetti arriva ad interrompere una tranquilla serata di cazzeggio telecalcistico, che vede la partecipazione alquanto annoiata anche mia e del Furbi, in cui una squadra in rossonero cerca in terra d'Albione di segnare contro una squadra in biancoblu e le prova tutte ma proprio tutte, scordandosi però di tirare in porta che è uno dei requisiti fondamentali se si vuole che la palla entri in rete. Difatti non entra in rete, e la sensazione è che potrebbero andare avanti un paio di migliaia di anni senza che questo evento catartico si verifichi e contribuisca a liberare noi che si assiste dalla crisi di sbadigli che ci ha assalito, complici anche l'ascolto dei commenti e dei sospiri ansiosi di Salvatore Bagni e l'assenza sul campo di Ringhio Gattuso a mordere polpacci e a sacramentare in calabroscozzese.
"Si va dove, a vedere la Juve?" chiede stancamente il Furbi stappando l'ennesima birra.
Il Bonetti lo guarda stizzito: "Ma che Juve e Juve! Non ci andavo quando ci giocavano Zidane e Trezeguet figurati ora che ci giocano Felipe Melo e Martinez! E poi questo sabato gioca a Cesena". Dopodichè aggiunge: "Intendevo alla manifestazione!"
Manifestazione? Che manifestazione?"
. La sorpresa del Furbi è tanto evidente quanto sincera ma non impressiona il Bonetti, che butta occhi e sguardo al cielo: "Ah sì, andiamo bene! Manco sa che manifestazione".
A dire il vero manco io",
intervengo senza staccare gli occhi dal televisore mentre quella pertica di Crouch sale in testa, letteralmente, a Thiago Silva. "Che manifestazione?"
"Che manifestazione! Che manifestazione!"
ripete a se stesso il Bonetti ormai lanciato: "Proprio un bell'esempio di partecipazione alla vita di questo paese voi due, e proprio in un momento in cui tutti dovrebbero essere più partecipi e presenti, ma presenti veramente, in piazza, quella vera, non quella virtuale dei vostri cavoli di socialcosi dove basta scrivere due minchiate e la coscienza è bella che a posto",
Il Furbi mi guarda interdetto, come a chiedermi che cacchio siano i socialcosi dato che lui a casa non ha nemmeno il pc e l'ultimo progresso tecnologico entrato a far parte della sua vita risale alla scoperta del cellulare, avvenuta con anni di ritardo e con sommo sbigottimento, tanto che continua a non usarlo pur avendone uno a cui non risponde mai, tra l'altro. Io lo rassicuro scuotendo la testa, come a dire nulla di importante non ti preoccupare, ché col Furbi bisogna sempre stare attenti a rimanere sull'analogico affinché non si perda, e come a dire anche ormai è partito, vediamo dove arriva.
Il Bonetti intanto continua: "....... che qua i tempi sono gravi! Ma non vedete in che razza di puttanaio ci hanno cotretto a vivere? Non vedete che mentre i popoli si rivoltano in mezzo mondo arabo noi stiamo qua a parlare di bunga bunga e di federalismi, di cui nessuno ha capito una mazza, tra una partita di calcio e un' isola famosa?"
"Dei famosi", lo interrompo.
Il Bonetti mi guarda con occhio assassino.
"Dei famosi. L'isola. E' dei famosi. Non è famosa l'isola, sono famosi quelli che ci stanno su",
dico precisando.
"Nel senso che hanno fame?" chiede il Furbi col suo tipico sorrisetto. Io ridacchio e dico che "In effetti non l'avevo mai vista in questo modo. Resta da stabilire di cosa hanno fame quegli imbec....", ma non riesco a terminare la frase perchè sono interrotto dall'alzata in piedi del Bonetti, visibilmente alterato: "Ma chissenefotte chi è famoso! L'isola dei famosi, ok, dei famosi, affondasse quella cazzo di isolaccia con tutti i suoi abitanti, e crollasse pure la casa in testa a quelli del Grande Fratello.....".
"Ma sono ancora lì dentro?
chiedo io, "Ma cos'è, tre mesi, quattro?"
"Ah non lo chiedere a me",
ribatte il Furbi che conosce il modo per far incazzare il Bonetti, che difatti corre scocciato in cucina a prendersi da bere. "Potrebbero starci pure due anni, sai che mi frega", e lo dice divertito nel vedere la reazione dell'amico. Questi dalla cucina continua a borbottare "Qua il mondo va a fuoco, l'Italia va a bagasce e questi pensano alle minchiate. Ah ma verrà il momento in cui tutto andrà in vacca, oh se verrà! E io in quel momento voglio poi vederli questi qua! Che poi magari c'avranno pure il coraggio di dire che loro si sono sempre impegnati e son sempre stati contro, ma è facile và dirlo dopo che sei contro, è adesso che devi dimostrare di essere contro........ ".
Il Bonetti torna a sedersi, mentre Seedorf ricama a centrocampo pizzi e merletti tanto belli a vedersi quanto inutili ai fini del risultato, e beve dalla bottiglia lanciandoci sguardi che hanno poco dell'amichevole e molto dello schifato. All'ennesimo sospiro di Bagni il Furbi chiede conciliante: "Vabbeh dai, che manifestazione stavolta? Contro il governo, finalmente?"
Il Bonetti fa ancora l'offeso e non risponde, il Furbi attende invano e poi incalza: "No, eh? Contro i tagli all'università e alla cultura allora? Contro la politica di Marchionne? Per la libertà di stampa? Contro la discriminazione delle donne?"
"Già fatte tutte. L'ultima la si è già fatta a febbraio".
"Ma non era contro Berlusconi?"
mi chiede il Furbi. "Io ci sono andato a dire Berlusconi dimettiti. Se non ora quando intendevo se non ora quando te ne vai fuori dai coglioni!".
"Anch'io pensavo fosse per quello, se non ora quando, ma pare che invece fosse per la dignità delle donne",
preciso, "Era pure un bello slogan, ma si è sputtanato nel giro di niente: ora lo ripete pure Veltroni!"
"Ah beh, allora è proprio sputtanato! Toccherà pensare ad altro" dice il Furbi con lo sguardo alla partita, poi chiede: "Comunque sul serio, 'sta manifestazione, per cosa?".
"Per cosa, per cosa" si rianima il Bonetti, "per.... tutto!".
"Come per tutto, non capisco".
"E' che ancora non si sa bene",
riprende il Bonetti, "Si sa che ci si mobilita, questo conta." e gli mostra un foglio stampato da un sito con quattro righe scarne che il Furbi legge ad alta voce:
“Se non ora quando? A difesa della scuola pubblica, della costituzione e….”
Luogo del concentramento ore 14 in Piazza Castello Torino. I contenuti della manifestazione sono in via di definizione, quando avremo maggiori informazioni ve le comunicheremo, i promotori chiedono di non partecipare con bandiere e simboli di partito.

Il Furbi mi guarda interdetto, io faccio spallucce come a dire che vuoi che ti dica, poi si rivolge al Bonetti: "Ma sei scemo? Ma cos'è, una festa a sorpresa? I contenuti sono in via di definizione... ma chi cacchio le pensa 'ste cose?"
"Non lo so", si inalbera il Bonetti, "ma... credo.... penso sia giusto esserci, ecco!".
E qui il Furbi sbrocca: "Eh no cazzo, no no no no no, cazzo! E io mi son rotto le balle, cazzo. E non è che posso fare il manifestante per mestiere, cazzo. E mica sono una claque, cazzo. Non è che arriva primavera e allora andiamo a manifestare invece di andare al mare, cazzo. Le manifestazioni sono una cosa seria! Non le puoi sputtanare così, cazzo. Che poi finisce che nessuno ci fa più caso al fatto di scendere in piazza. Cazzo.
E una volta la scuola e va bene, e una volta la libertà di stampa e va bene, e una volta la Fiat e va bene, e una volta l'acqua e va bene, e una volta i grillini e la Tav e il popolo viola e la disoccupazione e tutti gli stracazzi che vuoi e va bene, ma ora mi son rotto i coglioni, cazzo! I contenuti sono in via di definizione...... e allora prima li definisci e poi mi chiedi se c'ho voglia di andare a prendere acqua e freddo in piazza, cazzo!".
Il Furbi ormai è partito e a me e al Bonetti tocca solo ascoltare, contare il numero di volte in cui dice cazzo e ogni tanto annuire.
"Che gli arabi mica erano in piazza tutti i momenti, cazzo. E quando ci sono andati chi li governava si è cagato in mano. E hanno fatto fagotto, cazzo. Mica facevano le scampagnate, cazzo. Noi qua son quarant'anni che si va in piazza senza che di fatto cambi una mazza! E sapete che vi dico? Me in piazza non mi vedono più, cazzo. Se mi vogliono ci dovrà essere un motivo per cui valga la pena, e non così tanto per stare in compagnia il sabato pomeriggio, cazzo. Che poi senza bandiere.... ma che minchia di novità è, senza bandiere. A che minchia serve, senza bandiere. Qualcuno mi spieghi in cosa mi si distinguerà da chi sarà lì per passeggiare e fare shopping, cazzo. Ma che minchia di novità sono, cazzo. Ma ché, si vergognano delle bandiere? Ma vaffanculo! Cazzo!".
Il silenzio cala nella stanza, interrotto solo dagli uhh di Salvatore Bagni a commento di una partita che nessuno segue più. Il Furbi continua a dire: "Mi vogliono in piazza? E allora mi dicano almeno perchè in maniera chiara, cazzo. Vuoi che Berlusconi se ne vada fuori dalle palle? E allora chiedilo, cazzo. Non la scuola e la Costituzione e le donne e Ruby e la madonna: chiedilo! E' semplice! Berlusconi fuori dai coglioni! Toh! E' pure meglio di se non ora quando. Fà pure rima, toh: Berlusconi fuori dai coglioni! Allora vado in piazza, cazzo! Lì sì, che vado in piazza, non per un... contenuto in via di definizione! Cazzo!".
Il Bonetti è sprofondato in poltrona, incapace di ribattere, io bevo dalla bottiglia e ho perso il conto della parola cazzo. Poi dico per sdrammatizzare: "Potremmo sempre andare a Cesena a vedere la Juve", ma come ovvio non ottengo risposta. Salvatore Bagni alla tele intanto sospira l'ennesimo uhh.

lunedì 16 agosto 2010

Agosto '44

(Se avete tempo da perdere.......)
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La voce continuava a risuonargli in testa e le parole si ripetevano uguali, infinite volte: “Allora intesi, voi due rimanete qui fino a domattina”, dicevano e anche “Occhi aperti, mi raccomando”, e poi parole come “coraggio” e “compagni”, forse anche suoni di saluto, e nella mente rivedeva, da lontano, l’uomo della voce scomparire nel bosco proprio sopra di loro. Lo videro, lui e Valerio, inerpicarsi sul sentiero usato dai taglialegna e ne udirono i passi ancora per qualche minuto, poi il silenzio si fece intenso, ognuno si rifugiò nei propri pensieri, che per lui erano quel ripetersi uguale di una situazione banale.
Il compagno di quella veglia, Valerio, almeno così si faceva chiamare, si era accovacciato a ridosso di un pino. Teneva in mano il vecchio fucile e ogni tanto lo stringeva più forte. Lui stava di fianco, il mitra posato davanti pronto ad essere imbracciato, e guardava la valle sotto di loro mentre lasciava spazio a quegli unici pensieri dettati dalla stanchezza.
Come postazione era ben scelta. Dietro erano riparati dal Gran Bosco, e l’unica strada che veniva da sopra era quella che portava al rifugio dove i compagni avrebbero trovato riparo, un paio d’ore di cammino più a monte. A poca distanza dalla postazione c’era una specie di bunker in cemento dove poter riparare in caso di attacco, probabile quella notte. Da lì potevano controllare la strada che saliva dalla frazione e riuscivano a vedere fino giù, in paese, dove le forze nemiche si erano assestate, e in caso di un loro movimento avvisare in qualche modo i compagni in fuga.
“Pensi che verranno?” chiese Valerio rompendo il silenzio.
Mario si girò verso il ragazzo, stupito da quella domanda. Era certo che sarebbero venuti. Da giorni non facevano altro che braccarli, spingendoli sempre più su per le montagne e adesso che li avevano a portata di mano non si sarebbero certo lasciati sfuggire l’occasione. Avrebbe voluto dirgli di non fare domande stupide, ma Valerio era giovane, troppo per quelle cose, e inoltre mostrava segni di nervosismo da quando il loro comandante Lupo li aveva destinati a quell’incarico: “occhi aperti, mi raccomando”. Chissà perché Lupo aveva deciso di lasciare in mano a un vecchio e a un ragazzo quell’incarico così delicato. Ma forse era una domanda stupida anche questa: un vecchio e un ragazzo sono più sacrificabili di altri, e un capo deve saper prendere anche decisioni difficili.
“Forse”, rispose Mario e fece per accendersi una sigaretta.
La teneva nascosta nel palmo della mano, per evitare bagliori, un gesto ripetuto tante volte nelle notti di guardia in trincea, quasi trenta anni prima. Aveva passato gran parte della sua vita a combattere, senza avere possibilità di scelta, spesso senza manco chiedersi il perché. L’unica volta che aveva potuto scegliere il destino lo aveva portato su una montagna del Piemonte, a mille e più km da casa, e ora gli chiedeva di dividere la guardia con un ragazzo di un terzo dei suoi anni.
“Vuoi?” chiese Mario porgendo la mano con la sigaretta a Valerio.
“No", rispose senza girarsi, "Non fumo”.
“Male. Di un uomo senza vizi non c’è da fidarsi” disse il vecchio abbozzando un sorriso.
Valerio si voltò a guardarlo, di scatto.
“Ehi, non volevo offenderti”, disse Mario, “E’ per sdrammatizzare”.
Il ragazzo voltò la testa a valle e strinse le mani sul fucile ancora più forte.
Trascorsero alcuni minuti in cui il solo rumore era dato dal bosco che si agitava alle loro spalle. Mario pensò che forse non era il caso di voler sdrammatizzare. Forse il ragazzo era uno di quelli che prendeva la faccenda seriamente e bisognava lasciarlo stare. Per quello che lo riguardava non prendeva più seriamente quel genere di cose ormai da tempo. Erano cose della vita, punto e basta, non valeva la pena dargli troppa importanza. Era un buon modo per rimanere vivi, pensava, quello di non aver paura di morire.
“Tu pensi che io non valga nulla.” disse Valerio interrompendo il pensiero di Mario, a cui ci volle un attimo prima di rispondere con un tono un po’ scocciato, perché i pensieri che gli stavano venendo gli sembravano piuttosto profondi e degni di essere seguiti, ma si sforzò di non darlo a vedere.
“Non ho detto questo”, disse, e non avrebbe voluto proseguire, ma il ragazzo continuava a guardarlo come se aspettasse un seguito alla sua risposta, e in effetti, pensò Mario, da come la aveva posta lui stesso un seguito sembrava dovesse esserci. In realtà finora non si era posto il problema di farsi una idea del ragazzo, gli sembrava una operazione inutile. Se davvero non valeva nulla si sarebbe visto, presto o tardi, e se valeva qualcosa lo avrebbe dimostrato, presto o tardi. Disse infine, ma solo perché non gli sembrava giusto negare a un giovane almeno il conforto delle parole, che in realtà non lo conosceva e quindi non poteva giudicarlo, sempre che bisognasse farlo.
Il ragazzo continuava a fissarlo. “Non è stata colpa mia” disse piano, abbassando gli occhi.
“Ormai è fatta” rispose Mario aspirando una boccata di fumo, poi lo invitò a stare tranquillo e a riposare: “Il primo turno lo faccio io. Ti sveglio tra un paio di ore per darmi il cambio”.
Valerio seguì il suo consiglio e si sdraiò voltandogli la schiena, lui cercò una posizione più comoda e guardò in basso, a valle.
Era una notte serena e la luna illuminava bene il sentiero sotto di loro. Lontano, giù, in paese, le luci erano tutte spente, e per quel che si poteva vedere tutto sembrava tranquillo. L’uomo si concentrò meglio sulle case dabbasso, cercando di scorgere qualche segnale di movimento, ma non vide nulla oltre quello che gli parve un cane nel cortile adiacente una specie di fienile.
“Non è stata colpa mia”, Mario ripensò a quelle parole e decise che forse davvero non lo era stata. Cose che capitano in guerra, si disse. Lui non aveva partecipato all’azione, gliela avevano raccontata più tardi i compagni che ora, come loro, erano costretti alla fuga.
Aveva sentito diverse versioni, discordanti tra loro. Qualcuno diceva che Valerio, il giorno prima quando era sceso in paese per le provviste, non aveva preso i dovuti accorgimenti e si era fatto notare troppo, forse seguire. Qualche altro era arrivato a dire che era stato proprio lui a indicare ai loro nemici la strada per arrivare al rifugio dove erano nascosti costringendoli a fuggire, e lo aveva apertamente accusato, tanto da far intervenire Lupo a metter pace e sedare la rissa che ne era nata. Alcuni dei compagni non si fidavano di questo Valerio, giunto nel loro gruppo poco tempo prima e che nessuno conosceva. Era giovane, classe ’27, senza nessuna esperienza militare, e forse era questo che rendeva diffidente la maggior parte del gruppo, quasi tutti reduci del regio esercito con anni di servizio all’attivo.
“Ad ogni modo”, pensò Mario, “stupido o traditore non cambia il fatto di dover scappare”.
Gli piaceva questo suo aspetto di prendere le cose per come venivano, un senso di fatalità innato, per quello che ne poteva sapere. Finora gli era andata bene ragionando così, non vedeva motivo per doverla pensare diversamente. Qualcuno del gruppo che aveva studiato più di altri gli aveva affibbiato il nomignolo di Magna Grecia, sia per la sua provenienza meridionale che per quel suo modo di filosofeggiare. Gli andava bene, il nomignolo, anche se non sapeva bene cosa intendessero, però sapeva che magno significava grande e la Grecia era la Grecia, per cui non ci vedeva niente di male se lo chiamavano così.
Prima che le due ore scadessero Valerio era già sveglio. Aveva dormito poco e male, quasi niente, rigirandosi spesso sulla terra umida, sempre col fucile ben stretto fra le mani. Quando chiese il cambio a Mario i suoi occhi erano un po’ gonfi di sonno insoddisfatto e la sua voce incrinata da una malcelata tensione.
Mario gli disse che finora era tutto tranquillo e subito si sdraiò supino cercando di dormire.
Pensò, prima di prendere sonno, a una situazione simile di molti anni prima, quando il più giovane era lui e il suo compagno di allora stette sveglio tutta la notte. Attribuì quella scelta a mancanza di fiducia e per questo, ora, anche se la fiducia non era totale, si impose di chiudere gli occhi e dormire.
Quando li riaprì un fucile era a un palmo dal suo naso e attorno a lui si agitavano figure scure, molte.
“Cazzo” esclamò facendo un movimento per tirarsi su.
L’uomo che gli puntava il fucile fece il gesto eloquente di prendere la mira e sibilò piano, sorridendo, “Shhh!”.
Mario cercò di guardarsi attorno. Vide almeno una ventina di figure con la divisa scura transitare lungo il sentiero e Valerio parlare con uno di loro. Non sentiva cosa si stessero dicendo, ma quello che sembrava comandare la pattuglia puntava il dito verso la sua direzione, mentre Valerio sembrava stesse protestando. La discussione durò poco e al termine Valerio si diresse verso Mario, mentre il comandante faceva un gesto verso l’uomo che lo teneva sotto mira. Questi prima di voltarsi indietreggiò di un paio di passi, sempre tenendo l’arma puntata, e l’abbassò solo quando Valerio lo ebbe raggiunto per dargli il cambio. A Mario parve di vedere nuovamente un sorriso, tronfio, sul volto dell’uomo col fucile mentre incrociava lo sguardo del ragazzo che arrivava a passi lunghi.
Il gruppo si allontanò in fretta lungo il sentiero, piuttosto silenzioso. Mario si mise a sedere incrociando le gambe, Valerio gli si pose davanti, fucile in mano.
Il vecchio fece per prendere una sigaretta portando la mano verso il taschino della giacca, ma si bloccò nel momento in cui il ragazzo gli puntò l’arma contro.
“Vuoi?” chiese Mario con un mezzo sorriso.
“Ti ho già detto che non fumo” rispose seccato Valerio.
L’uomo si portò la cicca alle labbra e cercò più del dovuto con le dita nel fondo della tasca. “Già”, disse, “Non fumi, e non bevi, e parli sempre poco”. Sfregò il fiammifero senza preoccuparsi della luce che avrebbe fatto la fiamma e tirò poi una boccata lunga dalla sigaretta accesa, senza aspirare il fumo che uscì dalla bocca corposo e grigio.
“Quanto ti hanno pagato?” chiese.
“Non è per i soldi” rispose pronto Valerio.
“No? E per cosa, per avere salva la vita?” Mario teneva le gambe incrociate e le braccia attorno alle ginocchia, stava seduto mantenendosi in equilibrio in questo modo e tirava dalla sigaretta a intervalli regolari. Ogni volta inspirava a fondo e rilasciava il fumo quasi subito. Gli piaceva vedere il contrasto della luce notturna su quel rivolo grigio che gli usciva dalla bocca.
Mentre aspettava una risposta che non arrivava notò il suo mitra a qualche metro di distanza, poco più in basso. Si chiese se fosse stato Valerio a buttarlo lì o se erano stati invece quelli che li braccavano. Pensò che non sarebbe mai potuto arrivare all’arma, che era stato ingenuo per non dire stupido a fidarsi di quello strano ragazzo, che avevano avuto ragione alcuni dei suoi compagni. Che era inutile pensare a quelle cose.
Valerio non rispondeva e Mario provò a incalzarlo.
“Io invece pensò che ti abbiano pagato. Preferisco pensare che ti abbiano pagato. Se uno si vende per soldi lo capisco, se lo fa per paura è solo un vigliacco!” La sua voce andò indurendosi mentre diceva la frase e l'ultima parola arrivò dritta dove voleva arrivare, Valerio infatti reagì di scatto: “Non sono un vigliacco!”. Lo disse a voce alta, portandosi il fucile alla spalla, puntandolo dritto verso gli occhi di Mario. Questi tirò l’ultima boccata e spense la cicca contro una pietra. Il fucile di Valerio sembrava non disturbarlo affatto e l’uomo continuava a muoversi tranquillo, come sempre.
Anche quando udirono l’eco di uno sparo arrivare da poco più a monte l’uomo non si scompose e mantenne la posizione seduta con le braccia a reggere le gambe. Valerio si voltò di scatto a guardare nella direzione da cui era arrivato il suono e lo calcolò molto vicino. Altri spari seguirono il primo e in un attimo la valle fu inondata dell’eco di uno scontro che stava avvenendo a poche centinaia di metri da loro. Si udivano anche voci indistinte e a volte urla più forti.
Valerio era confuso, era trascorso troppo poco tempo da quando la colonna degli inseguitori si era allontanata e non era possibile che gli spari venissero dal rifugio a monte, a meno che…. Il pensiero lo fece girare verso Mario e fargli dire col tono di chi ha appena avuto una rivelazione “Non sono andati al rifugio. Sono rimasti nel bosco”.
“Così pare” disse Mario.
Restarono a guardarsi per qualche secondo, poi il vecchio mise una mano nella tasca della giacca, la tirò fuori stringendo una manciata di proiettili calibro 6,5 mm.
Valerio sussultò, forse cominciando a capire, guardò il fucile che stringeva e poi la mano di Mario. Tirò il grilletto senza tensione, già conoscendo il suono che ne sarebbe uscito, di percussore che scarica la sua forza a vuoto, un suono secco di metallo contro metallo ma senza l’esplosione e il contraccolpo che avrebbero dovuto seguire quel rumore di meccanismo.
Mario approfittò di quell’attimo di sbandamento per tirarsi in piedi, in un modo veloce per un uomo della sua età che lo stupì e rincuorò allo stesso tempo. Mentre strappava via l’arma dalle mani di Valerio pensò anche a come fosse strano che in un momento come quello, di tensione e velocità, gli venissero pensieri tanto assurdi.
Fu rapido nel ricaricare il fucile, un colpo solo, nel portarsi l’arma in posizione ideale per sparare come gli avevano insegnato tanti anni prima, calcio contro la spalla, polso fermo e testa leggermente reclinata nel prendere la mira.
Il ragazzo era ora a una decina di metri da lui e correva in cerca di riparo verso il primo gruppo di alberi poco distante. Non aveva urlato cose, come si sarebbe aspettato Mario, non aveva cercato pietà a parole o nei gesti. Si era solo voltato e messo a correre più in fretta che poteva.
Mentre tirava a sé il grilletto Mario non pensò a nulla, e quando uno sbuffo di fumo sembrò uscire dalla testa del ragazzo già conosceva cosa avrebbe fatto seguito: la schiena che si inarca, le gambe che cedono, il corpo che cade, la faccia per terra e il sangue, lento, a macchiare di scuro la terra e scivolare via.
Raccolse le sue cose in fretta, lo zaino, il mitra, e si avviò verso il sentiero da cui ancora provenivano i colpi della sparatoria.
Passando accanto al corpo di Valerio gli gettò solo uno sguardo, di sfuggita. Avrebbe voluto chiedergli quale fosse stato il motivo di quel tradimento, ma si stupì nell’accorgersi che in fondo non gli importava poi molto saperlo. Mentre si lasciava alle spalle quegli ultimi minuti di vita pensò a cosa era cambiato in lui così tanto. L’eco della battaglia poco lontana lo distolse da quel pensiero e se ne dispiacque, perché gli sembrava un pensiero profondo e degno di essere seguito, ma si sforzò, di non darlo a vedere.

venerdì 25 dicembre 2009

Mistero di Natale

Come ogni anno all'avvicinarsi del Natale il Furbi scompare dalla circolazione, e a nulla sono valsi finora i tentativi del Bonetti e del sottoscritto di capire che fine può mai fare. Ogni anno, verso il diciannove o il venti di dicembre, il Furbi si assenta all'improvviso, senza avvisare nessuno, per ricomparire poi il ventisette a feste ormai concluse. In quella data puntualmente lo si ritrova al solito tavolo del solito bar, sacramentando a seconda della pagina di giornale letta, anche se a dire il vero ultimamente è un sacramento unico quello che accompagna la sua lettura del quotidiano. E' diventato nel locale, per i pigri che non vogliono faticare nel tenersi informati, una sorta di indicatore della situazione esterna, un rivelatore di magagne sonoro, un applausometro che invece degli applausi utilizza le imprecazioni come strumento di misura e più la magagna è grande più l'invettiva aumenta. Dati i tempi, la sua lettura del giornale è accompagnata da un borbottio continuo di parolacce con picchi di vere e proprie maledizioni che in genere riguardano la politica interna. Il segnale che quella specie di giornale radio interno al bar sta per concludersi è solitamente il lancio dei fogli tre posti più in là e l'ordinazione ad alta voce di un fernet, a mandar giù la merda dice, con un bestemmione finale a far da sigla tratto dal suo vasto repertorio, variabile a seconda dei giorni e dell'umore.

Cominciammo a notare la sua costante assenza natalizia piuttosto in ritardo, che era ormai qualche anno che mancava alle riunioni della vigilia e su quella assenza e sui suoi silenzi sulla questione continuano a circolare insistenti voci. La più comune lo vuole restio a partecipare a quella operazione buonista dello scambiarsi auguri a perdere che tanto lo imbarazza: dover sorridere di circostanza, stringere mani e pronunciare parole a suo avviso vuote è cosa diventata pesante da sopportare, questa la tesi, per cui il Furbi scompare per sottrarsi a quel martirio. Ma sembra piuttosto inverosimile che arrivi a nascondersi per una settimana solo per questo, semplicemente grugnirebbe un po' di più, ma non è certo da Furbi nascondersi.
Qualcuno aveva tirato fuori vecchie madri e vecchie sorelle a cui il Furbi reca visita una volta l'anno, ma sia io che il Bonetti sappiamo bene che non ha famiglie da visitare, anzi pare anche strano che uno come lui possa aver avuto una madre come tutti e non si è invece autogenerato e concepito.
Forse lontani cugini, dicono altri, ma anche qui non sembra verosimile, per quello che ne sappiamo la sua parentela si tiene molto alla larga dal nostro. C'è allora chi dice che il Furbi approfitti dell'occasione per recarsi in pellegrinaggio nell'ex Unione Sovietica a rendere omaggio ai padri del comunismo, ma è notoria la sua avversione al freddo intenso, e comunque l'Unione Sovietica per lui è ormai solo un poster nostalgico raffigurante contadini barbuti appeso nella sua stanza, tra quello di Lenin e quello di Marx, una serie di barbe multicolori che lo guardano dall'alto e che ultimamente lo inquietano anche un po'.
Niente Urss dunque, forse Cuba allora dicono altri, ma se fosse Cuba dove può trovare i soldi per l'aereo rimane un mistero ancora più grande, senza contare poi che di una cosa così ne avrebbe sicuramente parlato. Avrebbe certo raccontato dei suoi incontri con Fidel, e se non con il Lider Maximo almeno con Raul, e se non con il fratellino della rivoluzione almeno con un lontano cugino di Camilo Cienfuegos, insomma con qualcuno che avesse avuto anche solo un minimo collegamento con il Granma, ma lo avrebbe di sicuro raccontato!
No, niente Cuba o Russia o Cina, ogni natale il Furbi sparisce dalla circolazione ma rimane certamente in zona e scoprire dove è ormai diventata una questione di principio per il Bonetti e me, e quest'anno, complici vacanze forzate, ci siamo attrezzati per risolvere il mistero e svelarlo al mondo (del bar).

La mattina del venti dicembre dunque ci siamo ritrovati sotto casa del Furbi di buon ora. Già verso le sette siamo al coperto di un androne posto di fronte alla sua abitazione, in attesa che il nostro esca di casa, pronti a seguirlo in ogni sua mossa. Complice la cattiva situazione metereologica, che dà neve e freddo per tutta la giornata, il Bonetti si è attrezzato per l'evenienza e si è presentato con scarponi anfibi neri, cappottone grigio con martingala lungo fino alle caviglie, guanti e sciarpone di lana grezza color topo e colbacco di pile con falcetto e martelletto al centro: praticamente un ufficiale dell'Armata Rossa alla parata del 1980!
Io, per la cronaca, sono vestito normale.
Il Furbi esce verso le nove, ma dato che in quelle condizioni è impossibile seguire qualcuno senza essere notati decido unilateralmente di rimandare all'indomani, utilizzando magari un'auto e pregando il Bonetti di vestirsi in maniera più adeguata ai tempi, cosa che per fortuna questa volta fà. L'indomani quindi siamo nuovamente puntuali sotto la casa dell'osservato, senza tenute nostalgiche e comodamente seduti nell'auto imprestataci dalla sorella del Bonetti per l'occasione.
Il Furbi esce al solito verso le nove, sale sulla sua Fiat Punto color granata e imbocca i primi viali. Noi a debita distanza lo seguiamo e lo vediamo dirigersi verso ovest, fuori città. Ci stupiamo alquanto nel vederlo imboccare l'ingresso del parcheggio del più grande centro commerciale della zona: che noi sapessimo mai il Furbi aveva messo piede in quel "luogo di perdizione edoconsumistica offusca menti", parole sue. Lo stupore aumenta quando lo vediamo varcare a piedi l'ingresso del centro e infilarsi tra la folla che già a quell'ora passeggia con sguardo tra l'affrettato e il perso nei corridoi. Lo perdiamo di vista quasi subito, complice la scarsa dimestichezza con il luogo, visto che anche il Bonetti ed io solitamente prediligiamo posti più tranquilli e meno affollati per i nostri acquisti, e complice anche il senso di claustrofobia che ci prende ad entrambi dopo pochi minuti che sembrano eterni, trascorsi in mezzo al bailamme di gente con pacchi dappertutto, e luci dappertutto e merci dappertutto, e babbi natale distribuenti doni a bambini vocianti e piangenti, e come ulteriore tortura dappertutto sentire quelle canzoncine rincoglionenti cantate con voci calde da crooner rincoglioniti per utenti da rincoglionire. Troppo, anche per noi.
A questo punto, perse le speranze di ritrovare il Furbi, dopo aver vagato per un po' decidiamo di soprassedere e di riprovare il giorno dopo.

Il terzo giorno ripetiamo l'inseguimento e capito che la destinazione è la stessa lo precediamo, in maniera da tenerlo costantemente sott'occhio. Quando il Furbi varca l'ingresso del centro noi siamo già là ad attenderlo, e si affaccia in noi l'idea che alla fine giocare alla Cia è pure divertente. Con lo spirito di chi finora ha nascosto transfughi nel bagagliaio e ha attraversato Checkpoint Charlie almeno tre volte al giorno seguiamo la figura magra del Furbi fino all'ingresso destinato al personale, dopodichè nuovamente lo perdiamo, perchè da dentro continuano ad uscire addetti alle pulizie e camerieri e commessi e pure quel panzone di Babbo Natale, ma del Furbi nessuna traccia. Per maggior sicurezza ci infiliamo nella stanza a controllare, ma anche qui niente e nessuno. Insomma, un mistero.
Io e il Bonetti cerchiamo di non darci per vinti, in fin dei conti fino lì il nostro è sicuramente arrivato e sarà da qualche parte di certo, il problema è capire dove e il guaio è che non ne abbiamo la minima idea.
Vaghiamo dunque per il centro commerciale in cerca del Furbi ma dopo qualche ora ci sediamo sconsolati in un bar a fare il punto della situazione. Di fronte a noi le solite torme di persone in cerca di acquisti e poco più in là uno spiazzo dove un Babbo Natale distribuisce doni a bambini turbolenti. Il vociare della marmaglia è assordante, quasi quanto quello degli adulti e questo Babbo Natale là in mezzo appare piuttosto in difficoltà.
Ne parliamo io e il Bonetti e concordiamo sul fatto che fare Babbo Natale è certamente il più ingrato mestiere che ci possa essere, tutto il giorno in mezzo ai marmocchi a far finta di essere allegri, magari sforzandosi di fare il vocione da Babbo Natale e mantenere l'aria bonaria di chi vuol bene a tutto il mondo, bambini compresi, che è la parte più dura.
Osservandolo meglio però, il Babbo Natale che siede a pochi metri da noi non appare proprio bonario, anzi sembra piuttosto burbero, più un Nonno Natale che un babbo. Rifila pacchetti senza badare se chi gli sta davanti è un maschietto o una femminuccia, non è raro che una bambolina finisca nelle mani di un bambino o una macchinina in quelle di una bambina, e spesso i genitori tornano indietro a cambiare il regalo. In questo caso il Babbo Natale borbotta qualcosa e cambia la merce, ma è evidente che è contrariato.
Insomma, non proprio modi da Babbo Natale, la voce poi, non è per niente quella che ci si aspetta da quella figura, troppo sgraziata e poco amichevole, seppure le parole sembrano quelle giuste. La maniera poi impacciata con cui si presta alle foto di rito tenendo i bambini sulle ginocchia, e il modo come poi li allontana danno l'idea di uno che coi bambini poco ha a che fare, e non fosse per la stazza fisica sembrerebbe quasi che sotto quei vestiti ci sia uno che i bambini li mangerebbe a colazione, non avesse timore che gli restino sullo stomaco come un cibo cattivo.
"Cavoli" dice il Bonetti, "da come li tratta sembra il Furbi con la barba e cinquanta chili in più!".
Io guardo il Bonetti e poi quel Babbo Natale, e per un momento mi sembra quasi di scorgere sotto la barba bianca il sorrisetto tipico del nostro amico mentre dà una pacca sul sedere a un bambino per rimandarlo dalla mamma, ma è questione solo di un attimo.
"Seeh, il Furbi! Come ti vengono certe idee a te!" dico. "Dai va, andiamocene a casa, che tanto quello non lo ritroviamo più. E anche quest'anno non scopriamo nulla!".
Mentre ci alziamo e prendiamo l'uscita il Bonetti pensa a voce alta: "Ma chissà che fine farà mai il Furbi tutti gli anni sotto Natale! Bel mistero".

mercoledì 23 settembre 2009

Considera la Siberia

Io Bonetti e il Furbi siamo anche qui e qui.
Come ogni pomeriggio che Dio o chi per lui manda in terra il Furbi prende posizione nel solito angolo al solito tavolo del solito bar a leggere il giornale, a tracannare birra e ad ascoltare le conversazioni degli altri avventori, per quel gusto dell'interesse al sociale, come dice lui, o per il gusto di farsi i cazzi degli altri, come afferma invece il Bonetti. Quest'ultimo di solito accompagna l'amico nelle bevute e anch'io, più raramente, mi unisco alla compagnia, forse nel tentativo estremo di normalizzare una coppia che sembra essere uscita da una rivista politica anni 70. Il Furbi sfoggia con ostentazione nelle tasche della giacca copie dell'Unità e del Manifesto, indossa abiti che sanno ancora di lacrimogeno e assume quando si guarda attorno lo sguardo tipico del rivoluzionario cubano, tra il fiero e l'incazzato con una punta di umana pietà verso chiunque calzi un paio di Nike. Il Bonetti dal canto suo è più sul nostalgico sovietico, con barbone marxista, aria da operaio della Ddr e giacca ad ogni stagione con l'unica eccezione in pieno agosto, dove tira fuori dall'armadio la mitica maglietta della nazionale di calcio sovietica ai mondiali '90, l'ultima con la scritta CCCP, bermuda bianchi e scarpe Adidas modello Nastase, originali del 1982.
Io, per la cronaca, vesto normale.

Quando li raggiungo al tavolo il Bonetti mi accoglie porgendomi la mano, il Furbi col suo solito grugnito seguito da un "Shh! Fatemi sentire cosa dicono 'sti due imbecilli" indicando due tavoli più in là dove sono sedute due giacche e due cravatte con pataccone d'acciaio al polso, capello corto rado, fisico palestrato e allampadato, aria da cacasoldi ultima generazione. Sul tavolo, in ordine sparso, tre cellulari, un palmare, due bicchieri contenenti un liquido color blu inverosimile, patatine e noccioline come piovesse.
I due se la contano ad alta voce dei cazzi loro come fossero soli in mezzo al deserto, noi ci poniamo in ascolto comodi come a un concerto jazz, tra lo svacco e l'annoiato.
"Perchè sai, quest'anno, con la crisi..." dice il primo imbecille.
"Niente ferie?" chiede il secondo imbecille.
"Giusto un paio di settimane a Miami. Sai, ora che il dollaro rispetto all'euro... sì, insomma, se non ne approfitti adesso" risponde Primo Imb con un sorrisetto e aggiunge "e poi una settimana nella casa al mare in Liguria, ma non è che puoi considerarla vacanza, capirai, a Ceriale!".
"Eh già" commenta Secondo Imb.
"Comunque poi a inizio ottobre andiamo una settimana a Sharm, che è già prenotato il volo da mesi. Mia moglie ci tiene".
"A proposito" interviene Sec Imb, "come sta?"
Primo Imb si caccia in gola un pugno di arachidi prima di rispondere "Bene" con bocca piena e voce ovattata "adesso bene". Butta giù il boccone e continua "Ha avuto un po' di problemi, sai, valori sballati. Per fortuna che ho un amico in ospedale che l'ha fatta passare davanti nel fare le analisi, che gliele avevano prenotate fra tre mesi, figurati, in Italia, però ho 'st'amico lì, giochiamo al tennis assieme, che basta una telefonata. Per fortuna, sennò hai tempo a morire".

La conversazione si sposta sul sociale e Sec Imb incalza: "Cosa vuoi, qua in Italia funziona un cazzo, buoni solo a chiederti le tasse, quelle sì che son puntuali".
"Eh già", fa eco Primo Imb "tutta colpa di 'sto comunista del cazzo di Prodi", al suono delle quali, non tanto per Prodi quanto per il "comunista del cazzo" in automatico scatta il Furbi che fa per alzarsi e in rapida successione la mia mano a tenergli il pugno chiuso e quella del Bonetti a spingerlo giù sulla sedia.
"Ohi ma lo avete sentito 'sto 'mbecille?" chiede il Furbi "adesso salta fuori che il Mortadella era comunista! Ma vi rendete conto?"
"Che ci vuoi fare, fammi sentire!" dico io.
Il Furbi si calma un attimo e ci rimettiamo all'ascolto in tempo per sentire Sec Imb dire che "....poi tanto è inutile pagarle le tasse. Prima o poi una leggina che ti condona tutto la fanno, e allora che sono scemo, che pago una botta mentre c'è chi non paga niente e poi ci guadagna pure!"
"Eh già", risponde Primo imb, "ad esempio io le multe ho smesso di pagarle! E mi avevano rotto il cazzo, tutti i mesi me ne arriva almeno una: e il divieto di sosta, e il velox, eccheccazzo!"
"Si, ma poi ti arrivano raddoppiate".
"Intanto faccio ricorso, tanto per, non si sa mai. Poi, nel frattempo i governi cambiano.... ah, ah, ah (risatina idiota!).
I due ingollano quel che resta di cibarie e fanno per alzarsi, noi tre siamo inchiodati alle nostre sedie a guardarci come pirla senza dir nulla. Li vediamo andar via e li sentiamo salutarsi mentre Primo imb apre la portiera di un mostro a quattro ruote che ingombra un posto auto e mezzo. L'ultima cosa che sentiamo è "Allora sabato si va a mangiare dove ti ho detto, si mangia bene e costa poco: sai, con la crisi....".

Mentre li seguiamo con lo sguardo dico al Furbi: "sai quella tua idea del lager in Molise?"
"Quale", interviene il Bonetti, "quella di recintare la regione che tanto ci sono solo montagne e Di Pietro e metterci dentro tutta 'sta bella gente per rieducarla?"
"Sì, e allora? è ancora una opzione validissima, no?" dice il Furbi.
"Certo", rispondo, "solo ho paura che toccherà recintare pure tutto l' Abruzzo e non so mica se basta".
Qualche secondo di silenzio, in cui tutti e tre immaginiamo un muro enorme a recintare montagne.
"La vedi la differenza tra noi e i sovietici", dice il Bonetti, "E' che a noi ci manca una Siberia".
"Eh già", dico io, "una Siberia è proprio quello che ci manca".
Il Furbi si desta dal torpore in cui i due imbecilli lo avevano gettato e alzandosi in piedi sbotta: "E grazie al cazzo, Lenin e Stalin! Avevano la logistica dalla loro! Facile vah così! Prova qua!"
Poi si risiede e borbotta tra sè e sè con lo sguardo chino:
" 'O paese d'o sole! '0 paese d'o mare!
La Siberia. Quella sì!"

giovedì 4 giugno 2009

La logica da fumettaro

Bonetti è il primo ad arrivare all'appuntamento, un po' in anticipo. Si siede a un tavolo appartato, per quanto parlare di tavoli appartati da Fiorio è come parlare di spiagge libere a Loano in agosto, ma fa del suo meglio nel cercare di mantenere una certa distanza dagli altri avventori.

Ordina al cameriere baffuto in divisa d'ordinanza un analcolico con cui intende ingannare l'attesa e si mette a leggere il libro che si è portato dietro. Ha ancora questa idea assurda per cui se sei solo e leggi qualcosa dai meno nell'occhio, ma sbaglia, come sempre: per dire, leggere Maus da Fiorio può pure sembrati figo e un tono te lo da anche, però siamo in Italia e se leggi un libro in pubblico non passi certo inosservato, se poi il libro è un fumetto e pure di un autore dal cognome intrascrivibile puoi star certo che ti noteranno praticamente tutti.

Il Furbi ed io arriviamo con una puntualità che scandalizza persino noi e ci sediamo ai lati opposti del tavolo. Il Bonetti ci dedica una occhiata distratta, ci saluta a malapena e sembra veramente rapito dalle vicende narrate, e mentre il Furbi tira fuori una copia del Manifesto, io ordino due birre al baffuto che serve ai tavoli.

"Allora hai deciso per chi votare?" mi chiede il Furbi girando rumorosamente le pagine del quotidiano.

A queste parole il Bonetti si desta e alza gli occhi dal libro, solo gli occhi, e mi fissa con aria interrogativa.

Io tiro fuori una sigaretta e dico che non ho ancora deciso, diciamo che sono combattuto tra diverse opzioni e che non ho ancora maturato una scelta convincente. Più che altro mi chiedo se continuare in una logica da fumettari o se saltare definitivamente il fosso e darmi a una sana ignoranza della materia.

Il Furbi posa via il giornale e fa un lungo respiro prima di dire "Il tuo problema è che non si capisce mai di che cazzo parli", con tono vagamente provocatorio. “Cos’è adesso ‘sta logica fumettara e di che fosso vai cianciando?”.

“Beh, i tempi sono cambiati”, dico, “il mondo è andato avanti. Faccio per ragionare, ma non è detto che si debba per forza rimanere legati a se stessi e a quello che piaceva prima. Insomma non è che se uno legge fumetti per una vita poi non può più smettere o non può cercarsi altre letture”.

"Che il mondo sia andato avanti avrei qualcosa da obiettare", dice il Furbi incrociando le mani, "qua mi sembra si stia tornando piuttosto indietro, non dico di tanto ma di almeno una ottantina di anni è sicuro. Ad ogni modo se il tuo parallelo è tra fumetto e voto ti dico che ci sono obblighi di coerenza che fanno si che il mio voto vada per una parte che disgraziatamente in questo momento storico si trova fuori dall'arco costituzionale, il che fa di me un extraparlamentare a tutti gli effetti non senza una certa punta di orgoglio devo ammettere, ma di fatto un reietto che vorrebbe invece avere una voce, in nome della pluralità alla base di ogni democrazia, dove anche l'ultimo della scala sociale ha diritto di rappresentanza e il dovere di portare avanti le proprie battaglie in tutte le sedi democratiche e civili e sociali e.....

"Senti", lo interrompo, "non ho detto che non voterò. So bene che finirò per votare per l'ennesima volta quella bandiera rossa con falce e martello, ho solo detto che mi sto seriamente chiedendo se non è il caso di guardare oltre".

"Infatti", interviene il Bonetti, "bisogna guardare oltre questa società del consumo dove tutto è mercificato. Riportare la gente ai giusti valori di solidarietà, uguaglianza e...."

"Eccheccazzo", dico bloccandogli la frase a metà, "non intendevo questo. Intendevo solo guardare oltre. E basta".
"Ma oltre che, si potrà sapere?" chiede un Furbi lievemente alterato.

"Insomma", provo a spiegare, "da quanto votiamo da quella parte lì? Praticamente da che abbiamo votato la prima volta, giusto? A parte qualche deviazione di cui ci siamo subito pentiti abbiamo sempre sostenuto quel partito, lo abbiamo visto nascere, poi dividersi, poi dividersi ancora, e poi nuovamente. Eravamo quasi al 9% quando eravamo tutti uniti, se oggi sommiamo tutte le componenti che ne sono fuoriuscite siamo ancora li attorno, percento più percento meno. E siamo sempre noi e siamo sempre gli stessi".
Il Furbi mi guarda interrogativo: "E allora? Che c’entra la logica fumettara?”
"E allora hai presente quelli che comprano e leggono fumetti? Son sempre loro e son sempre gli stessi, non aumentano e non diminuiscono. Se tu vai a una convention oggi e la paragoni a una di vent’anni fa ti accorgi che son sempre le stesse facce, la stessa tipologia di persona, e né aumentano e né diminuiscono: il numero si mantiene costante".

"Bene, e dunque?”

"E' per fare un esempio. Chi legge fumetti lo fa perchè gli piace leggere fumetti da sempre. Insomma, ce l'ha dentro. Non che non legga altro, però quella cosa che ogni tanto lo porta a comprare le nuvole parlanti è lì e non se ne va: gli rimarrà sempre".

I miei due interlocutori mi guardano perplessi, io continuo: "Il popolo dei fumettari è minoritario rispetto alla maggioranza delle persone, ed è a suo modo elitario, perchè chi legge giornaletti sa che ha qualcosa che altri non possono capire. Ha i suoi riti, i suoi miti, le sue date. Pure, per continuare il paragone, all'interno di questa minoranza ci sono varie correnti, chi gli piace il manga, chi la linea chiara, chi i comics e via dicendo, e di solito una cosa esclude l'altra, perchè un mangofilo vuole solo quello, insomma minoranze di minoranze".

"Mi sembra una stronzata" sentenzia il Furbi.

"Aspetta, fallo andare avanti che son curioso" dice invece il Bonetti.

"Quello che voglio dire è che pur avendo una base comune si è per nostra natura intrinseca divisi, tanto che è quasi inutile cercare una unità di intenti. In più c'è la consapevolezza, questa sì comune, di essere più fighi degli altri perchè si conosce una cosa che agli altri è negata, ed anche il fatto di sapere di essere un numero finito di persone è una cosa che fa piacere, perchè difficilmente il fumetto può diventare fenomeno di massa nonostante gli sforzi per propagandarlo, e se diventasse mai di massa chi oggi li legge sono certo smetterebbe. Per cui il popolo dei fumettari è destinato a rimanere quello che è, e il popolo dei rossi pure, perchè si è già raggiunto il numero massimo di persone che possono capire la faccenda ed altri, in fondo in fondo, manco se ne vogliono".


"Per cui cosa intendi fare?” chiede il Bonetti.

"Io? Beh, una opzione sarebbe comprare riviste dove c'è un po' di tutto e pure fumetti, per cui votare Pd, ma ho idea che alla lunga sarei in disaccordo con le scelte delle tavole inserite e la cosa finirebbe per stufarmi. Oppure non leggere affatto e allora votare per i destrorsi, ma è una ipotesi impraticabile, essendo affetto da letturite acuta”.

“E il tuo guardare oltre allora dove va a finire?” chiede il Furbi rinfrancato.

“A pensarci bene ho idea che mi sarà impossibile, almeno in quel senso. Vorrà dire che continuerò a leggere fumetti, a chiedermi perché più gente non legge fumetti, a litigare con chi legge solo manga e a non capire chi non legge affatto. E continuerò a votare comunista. Posso fare altro?”.


Un secondo di silenzio, in cui i due mi guardano senza dir nulla.

Due secondi di silenzio.

“Certo sei strano, tu” dice il Furbi mentre il Bonetti se ne torna alla sua lettura. Io bevo la mia birra e penso che noi, quell’oltre, difficilmente lo vedremo mai. Per fortuna.

domenica 22 marzo 2009

Lezioni di vita

Il locale è ancora semivuoto ma è la sua dimensione ideale, ti permette di girarci senza dover spintonare e ai piatti il solito dj si permette di passare roba meno ballabile ma certo migliore di quello che dovrà metter su fra non molto. Se lo osservi durante la serata te ne accorgi quando sta suonando dischi per passione e quando per tirar sù la paga. In questo momento è lì che campiona una sola frase presa da Material Girl, Madonna è costretta a ripetere in continuo I am a material I am a material I am a material ed entra in una altra realtà sulle prime note acide dei Chemical Brother di Hey Boy, Hey Girl. La gente a bordo pista si accorge del salto temporale solo a livello inconscio, sottolinea la finezza ordinando un'altra birra e si butta a muoversi giusto mentre il pezzo cambia ritmo.
Dietro i piatti la serata è ufficialmente cominciata e l'accanimento nel miscelare dischi da proporre si perde nella routine, niente più motown d'annata, funky scelti e vecchi rock steady, ora è lavoro.
Al mio fianco il Professore ascolta e guarda senza proferire parola. Ha qualche anno più di me, almeno sette o otto, un figlio o due forse, insegna Diritto al liceo cittadino e non lo avresti mai detto, forse neanche lui lo avrebbe mai detto, ma non sai se per il fatto che lui possa insegnare qualcosa o per via della materia insulsa che ha scelto. Viene qui tutti i venerdì sera, e tutti i sabati sera, e a volte pure tutte le domeniche sera che Dio manda in terra, tanto che pensi che lo paghino per esser lì a far presenza, ma non è così. E' parte dell'arredamento e lo sa, ma non è che gli interessi molto, gli interessa solo star lì ad ascoltare buona musica, fra gente più giovane di lui che spesso lo saluta dandogli rispettosamente del lei, i suoi studenti, di sicuro.
Io stò lì in attesa che la seconda birra entri in circolo, la solita birra, sono abitudinario, non bevo altro. Penso dovrei segnalare la cosa alla ditta importatrice o alla casa madre, dopo tutti gli ettolitri che ho dapprima ingoiato e poi evacuato. Che cavoli, in un mondo serio mi spetterebbe quantomeno uno sconto sulle future consumazioni, invece nisba, mi tocca pagare tutto sull'unghia neropittata di fresco della Tiziana, passato dark, cicatrice sulla guancia e occhio spento, che guarda tutti allo stesso modo e non sai se guardi davvero o se sia ancora nel suo mondo fatto di camice viola capelli cotonati e siringa sul comodino.
Siamo lì, il Professore ed io, come altre volte a goderci lo spettacolo di giovane vita che balla a tempo, a farci entrare fin nelle ossa la musica oltre volume che esce dalle casse alla nostra destra, a bere dalla bottiglia e a non dire nulla, che tanto non c'è nulla da dire. Lo guardo, ha un sorriso appena accennato sulle labbra e lo vedi che si sta divertendo, e te ne accorgi che è soddisfatto di tutto quello che ha. E' in quel momento che mi dice una frase, non ho mai capito quanto serio fosse, ma non ha troppa importanza: "Sai, uno a vent'anni pensa che un giorno, quando ne hai il doppio, finisce tutto, si cambia, si diventa seri. Invece no, alla fine si rimane la stessa testa di cazzo di sempre".

martedì 7 ottobre 2008

I had a dream

Ci incontriamo io Bonetti e il Furbi al Caffè Roberto, ora di aperitivi, locale gremito. Aspettiamo piatto in mano Beppe Sarotto, come al solito in ritardo, e l'attesa ci snerva alquanto. Bonetti tenta di nascondere il nervosismo trangugiando olive ascolane e lanciando occhiate furtive verso l'entrata. Il Furbi appare tranquillo, ha la solita espressione che assume durante le crisi, con l'occhio sinistro leggermente strizzato, non molto ma abbastanza da alzargli la bocca quel tanto che basta a stampargli in faccia un mezzo sorriso da furbetto, da cui il soprannome.
Io bevo birra e mi guardo attorno.
La gente infreddolita - il riscaldamento è spento per via del razionamento - è accalcata ai banconi del cibo e parla poco, quasi nulla. Più che altro riempiono i piatti ben oltre la loro capienza, dando l'impressione che per molti quello è l'unico pasto della giornata e resterà tale fino alla sera successiva. Anche ai tavoli la gente è silenziosa, stretti nei cappotti, lo sguardo fisso al piatto. In sottofondo la filodiffusione trasmette musicaccia lounge intervallata dalle ultime disposizioni del Ministero del Bene Comune.
"Ma quando cacchio arriva Sarotto?" chiede Bonetti, visibilmente teso.
"Calma" risponde il Furbi "Avrà trovato traffico".
"Traffico? Ma se non c'è una macchina in giro"
"Lui viaggia in tram"
"Non ci sono manco più tram a quest'ora. Staccano alle 8 lo sai, no?"
"Avrà preso la bici"
"Lavora a due isolati da qui, cazzo prende la bici".
"Cazzo ne so. Cominci a stressarmi lo sai?"
"E basta" intervengo io, "tra poco arriva. E' in ritardo di solo quindici minuti e non è mai stato puntuale in vita sua".
"Come cazzo ha fatto il comando a affidargli l'operazione non capisco" dice Bonetti addentando l'ennesima oliva.
"Magari se non lo sbandieri ai quattro venti ci fai un favore" dice il Furbi, "Sai vorrei almeno cominciarla l'operazione, senza essere fermato come un pirla prima".
Le ultime parole le dice mentre una sirena della Polizia Pubblica sovrasta il sottofondo sempre più lounge. Hanno vietato l'ascolto di gran parte della musica Pre-Libertà perchè non consona ai nuovi valori ma quella l'hanno mantenuta, chissà perchè. Certo poteva andar peggio. Potevano salvare la bachata.
Finalmente Sarotto entra nel locale sempre più freddo e sempre più umido. Il Furbi gli fà un cenno con la mano ma Sarotto fa finta di non vederlo e va dritto al bancone. Sottobraccio stringe una cartellina rossa e indossa una specie di completo blu scuro e una coppola a quadrotti.
Lo vedo sporgersi oltre il bancone e parlare all'orecchio del barista, gli affida la cartellina e poi viene verso di noi. In faccia lo trovo diverso, ma ancora non so dire il perchè.
Bonetti manda giù l'ultima oliva ascolana e non è più così nervoso, io e il Furbi ci stringiamo per far posto al compagno capo dell'operazione, che più lo guardo e meno somiglia a Sarotto. Mi ricorda qualcuno, ma non mi viene in mente chi. Bah.
"Compagni" fa lui con aria greve, "è per stanotte".
"Cosa?" chiede Bonetti
"Come cosa" dice Sarotto lisciandosi il pizzo (ma ce l'aveva già quel pizzetto?)
"Eh, per stanotte. Cosa".
Sarotto pare interdetto. Guarda Bonetti, (che tra l'altro non somiglia più a Bonetti: sfoggia baffoni neri e capelli all'indietro e anche lui mi ricorda qualcuno ma mica mi viene chi) con l'aria di chi sta pensando "questo porterà solo guai", ma poi prosegue senza farci troppo caso.
"L'ora è giunta. Stanotte ci riprenderemo quello che è nostro, compagni. L'orrido regime del Bandana terminerà questa notte stessa. Tutto è pronto. Il barista sta provvedendo a nascondere gli ordini nel cibo dell'aperitivo, perciò occhio a non mangiare tutto, i bigliettini bisogna leggerli non mangiarli".
"Ma stai scherzando?" dice il Furbi che anche lui non somiglia più al Furbi e ora sfoggia un paio di occhialetti tondi. "E se finiscono in mani sbagliate?"
"Tranquillo. Qua son tutti dei nostri." e dicendo questo gira la testa a guardarsi alle spalle.
Ci guardiamo attorno anche noi. Il locale non è cambiato, ma la gente non è più vestita come prima, ora sfoggiano camice larghe senza colletto gli uomini, gonne lunghe e foulard in testa le donne: sembrano tutti usciti da un romanzo di Cechov. Stridono con la musicaccia in sottofondo e anche con i miei ricordi ma sembrano essere a loro agio e guardano tutti verso di noi alzando il bicchiere.
E poi a un tratto mi viene in mente a chi somigliano i miei amici, solo che ormai dei miei amici non hanno nulla e Josif Bonetti, Vladimir Sarotto e Leon Furbi parlano fitto fitto in una lingua piena di osky e di off che lì per lì non capisco ma che per qualche motivo strano comprendo ugualmente.
Josif Bonetti Stalin parla poco, si liscia i baffoni e lancia occhiatacce a Leon Furbi Trotsky. Vladimir Sarotto Lenin dal canto suo parla di continuo e ogni tanto sbrocca: tira fuori una ramazza e la agita roteandola sopra le nostre teste, agitandosi non poco. Gli faccio notare che a far cosi gli può prendere un coccolone ed è meglio che stia più calmo, ma ormai il nostro è lanciato: urla slogan a squarciagola, tipo quando il gioco si fa duro i duri cominciano a giocare, strappa una tenda rossa dalla parete e si fionda all'uscita cantando l'internazionale. Trotsky gli corre dietro portandosi appresso tutti gli altri e restiamo il barista, io e Stalin nel locale ormai deserto.
Dalle casse della radio sentiamo il comunicato serale del Ministero del Bene Comune ed è il Bandana in persona che parla: tendiamo l'orecchio, magari è importante, invece è la solita barzelletta scema con le risate registrate.
Stalin si alza e fa per andare. Con lenti movimenti della dita si abbottona la giubba di tela bianca, mentre da fuori arriva l'eco dei primi spari. Lancia uno sguardo alla cassa acustica sopra la nostre teste e dice: "E' per questo che quell'uomo è destinato a perdere. Le barzellette proprio non le sa raccontare".
Poi, rivolto a me chiede "Tu che fai, non vieni?"
Io guardo l'orologio sul comodino, mi giro dall'altra parte e dico:
"Ancora cinque minuti, mamma".