giovedì 17 febbraio 2011
martedì 15 febbraio 2011
Niente di personale
A ognuno la sua battaglia. Sceglierla è difficile. Non impossibile. Ce ne sono tante. Basta cercare. Ad esempio i punti. Io li odio i punti. Parti a leggere e un punto ti interrompe. Pausa. Riparti. Breve frase e di nuovo un punto. Costretto a prendere fiato. Riparti ancora. Più convinto. Un leggero passo in avanti. Ancora un punto. Eccheccazzo! Ma che vi ha fatto la virgola a tutti quanti? E' delicata la virgola, è tenue la virgola, è facile, semplice, rapida, non costringe, puoi scivolarci sopra e tirar dritto con appena un lieve accenno a riprender fiato senza obbligo di fermata, a seconda del tuo respiro. A volte le salti anche se non dovresti, ché se è messa lì un motivo ci deve pur essere, però dipende da te valutar la pausa e farla lunga o farla breve, più lenta o più veloce, scegliere di correre o passeggiare per quanto la corsa sia ad ostacoli e la passeggiata su un tratto impervio, e però rimani pur sempre tu a decidere cosa farne di quello che hai sotto gli occhi. E' democratica la virgola, è tollerante la virgola, tiene conto del tempo di ognuno e non si offende se questo ci fa un po' quello che gli pare, abusandone magari, tanto da costringere a tornare indietro a rileggere in certi casi, nel mio sicuramente. E' pure più bella la virgola, con lo svolazzo a scender giù non codificato, a ognuno la sua, più dritta più curva, a seconda dell'umore la disegni come ti pare, e nel gesto sfoghi un po' di libertà repressa, prendi aria, lasci andare.
Il punto no. Il punto blocca. Il punto costringe. E' una mano parata davanti. Uno stop forzato. Un passaggio obbligato. Un continuo arresto di flusso. Una catena agli occhi. Un laccio prestabilito. Una dimensione indefinita. Una assenza creativa. Autoritario. Intollerante. Dispotico. Faticoso. Una rottura di palle.
Il punto no. Il punto blocca. Il punto costringe. E' una mano parata davanti. Uno stop forzato. Un passaggio obbligato. Un continuo arresto di flusso. Una catena agli occhi. Un laccio prestabilito. Una dimensione indefinita. Una assenza creativa. Autoritario. Intollerante. Dispotico. Faticoso. Una rottura di palle.
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lunedì 14 febbraio 2011
La quarta carica

Da Repubblica (via M.fisk):
"La costituzione comunque prevede che senza una formale crisi di governo per interrompere anticipatamente una legislatura occorre che il Presidente della Repubblica consulti sia i presidenti delle Camere che il Presidente del Consiglio, cioè Silvio Berlusconi".
Art 88 della Costituzione Italiana:
"Il Presidente della Repubblica può, sentiti i loro Presidenti, sciogliere le Camere o anche una sola di esse".
Tra un festino e l'altro magari leggerla, la Costituzione?
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sabato 12 febbraio 2011
Vecchi clienti
Una serata così è da tempo che non me la concedo. E' che ci ho altri cazzi, ma che ve lo dico a fare (che rimane pur sempre una genialata di doppiaggio), non è che per forza bisogna entrare nei dettagli e raccontare. Per cui me li tengo e ci rimugino su, e penso che davvero una serata così è da tempo che non me la concedo. E' che ci ho pure una età, e arriva il momento in cui capisci di averci una età, e ti senti un po' pirla anche solo a pensare di volerla rifare una serata così. Ma detto fra noi più che gli altri cazzi e l'averci una età è quel ricordo che per quanto vuoi rimuoverlo sta lì e torna tutte le volte che una serata così pensi di volertela concedere. Di quella coppia seduta sul divanetto di fianco ai cessi, illuminata a tratti alterni dalle stroboscopiche e fermi a guardare la pista, senza sorridere, senza espressione, ma con gli occhi di chi ricorda altre cose in quel posto. E' che per quanto fossero pure vestiti a modino ci avevano scritto in faccia vecchi clienti, ed era evidente a tutti quelli che ogni tanto gli lanciavano una occhiata a tempo di musica e quindi anche a me, che pure ero in disparte, ma con vent'anni meno di loro e conta, cazzo se conta, per te conta. Poi si sono alzati. Non so se hanno notato -non credo- il mio sguardo fisso su di loro a seguirli, a vederli in mezzo alla pista a muoversi in passi che nessuno usava più, sulle note di un pezzo già allora datato, con lo sguardo sempre serio alla Vincent Vega e Mia Wallace, per poi tornare, il tempo di un ascolto frettoloso a qualcosa di allora attuale, a risedersi nel divanetto di fianco ai cessi nella stessa posizione, senza sorridere, senza espressione, ma sempre con gli occhi di chi ricorda altre cose in quel posto. Ecco forse è solo quel che vidi quella sera a frenarmi nel concedermi serate così, anche se l'averci altri cazzi aiuta e pensare di averci una età giustifica.
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venerdì 11 febbraio 2011
Il gregge delle libertà
Ho perso la voglia di continuare a dire cose contro il porco conclamato, ma parlare d'altro in questi giorni è difficile. Ti ci senti pure in colpa, a uscirtene con post faceti mentre sopra le nostre teste è in atto uno scontro senza precedenti che dubito farà prigionieri: siamo al punto di svolta, questa volta qualcosa cambierà e ci si augura tutti che sia in meglio. Continuare però a sottolineare le mancanze, le responsabilità, la propaganda, le balle, le colpe di un "ricco signore che si immola per l'Italia" ormai non serve più a nulla. Diciassette anni credo sia tutto sommato un lasso di tempo ragionevole per permettere anche ai più imbecilli di farsi una opinione, e chi voleva capire ha capito. Gli altri, quelli che nonostante tutto continuano imperterriti a difendere ormai l'indifendibile, o anche solo a non concedersi dubbi di sorta, non capiranno mai. Il motivo è presto detto e lo conosciamo da tempo. Oltre a non voler riconoscere a se stessi di aver creduto a una marea di balle, cosa che li metterebbe automaticamente dalla parte dei cretini, il processo di identificazione con i difetti del premier è tale per cui accusare lui di cattivi comportamenti equivale, anche qui, ad accusare se stessi, che quei comportamenti, magari in maniera più soft, adottano e giustificano alla propria coscienza, quella poca che hanno. Spiace dirlo, ma c'è una marea di gente che davvero non ci trova nulla di sbagliato nell'avere una famiglia e andarsene allegramente a mignotte o anche solo cornificare chi gli vive accanto. Nulla di strano se ci si vende, in molti modi, pur di ottenere onori, agevolazioni, denaro, presunto benessere. Questi non sono discorsi puritani, anche se la propaganda berlusconica spinge in quel senso, ma vallo a far capire che riguarda il rispetto che si deve alle persone o anche solo a se stessi.La stessa marea di gente non trova nulla di scorretto nell'usare spregiudicatamente potere e denaro, nulla di sbagliato nel tentare di farla franca di fronte a tasse o multe, nel passare sopra agli altri in ogni modo: se capita lo fanno tranquillamente nascondendosi dietro la convinzione nata chissà dove che così fan tutti e se non lo fai tu lo fa un altro. Chiedersi se è davvero giusto è una domanda che li sconvolge, e difatti la evitano accuratamente. Lasciamo stare poi tematiche più alte tipo la giustizia che dovrebbe riguardare tutti nello stesso identico modo, è assodato per questi qua che non funziona così e manco si sforzano di pensare che forse dipende anche da loro fare in maniera che invece funzioni, accettando la semplice idea che chiunque deve essere uguale di fronte alla legge. Tutto ciò, a chi si abbevera acriticamente alla propaganda senza manco riconoscerla, non arriva neanche a sfiorargli l'anticamera del cervello ormai totalmente lobotomizzato. Etica e morale (laica, non laica, non mi interessa) sono per questi subumani concetti totalmente sconosciuti (la vera divisione in Italia non è tra uomini del nord e del sud, o tra gente di sinistra o di destra, ma tra chi possiede una coscienza e chi porta in giro un ammasso di frattaglie organiche). Parlare a questi qua di valori, morale, giustizia sociale è come tentare di insegnare a una pecora a saltare con l'asta. Ed è di questo alla fine che si tratta, di pecore che seguono senza porsi domande un caprone messosi lì davanti con la forza del potere. Finirà in un burrone, lo sappiamo, e a questo punto spero davvero che se ne trascini con sè il più possibile. Saranno in molte, temo, a fermarsi in tempo. Non perchè avranno capito però, solo alla ricerca di un altro caprone da seguire.
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giovedì 3 febbraio 2011
Succede
Succedono cose strane in giro per il web. Succede che negli anni lì si formi e cresca una nuova generazione di attivisti, di controinformatori, di avversari del sistema che uniscono all'impegno quotidiano, reale, un impegno di divulgazione di fatti opinioni tesi e pareri che vanno spesso diametralmente all'opposto di quelli ufficiali. Succede che il loro impegno nello studiare anticipare capire e divulgare li porti a comprendere cose che a tanti rimarranno incomprensibili in eterno, e succede che si impegnino nel tentare di far partecipi gli altri di ciò che loro hanno compreso: qualcuno capisce, qualcuno no, qualcuno boh. Succede in verità che siano più quelli che non capiscono, ché gli argomenti sono complessi e forse lontani, e per mancanza di tempo di voglia o per semplici limiti personali siano in pochi a restarne folgorati. Tra le cose che non si capiscono c'è ad esempio il motivo per cui piano piano, lentamente, i temi trattati diventino sempre più incomprensibili, si allontanino in un certo senso dalla vita reale seppure, a detta di chi divulga, riguardino proprio la vita reale. Succede poi, e qui sta il fatto strano, che quando nella vita reale accadono cose reali che sembrano portare (lentamente, certo, molto lentamente) verso quella comprensione tanto auspicata, i divulgatori continuino a divulgare ma in senso quasi opposto, insomma sembrano non essere mai contenti, che la realtà, la vera realtà, è sempre ben altra. Succede dunque di pensare a come la loro ricerca di verità sia in qualche modo destinata a rimanere sempre e solo ricerca, e a questo punto non importa neppure che sia la verità, importa la ricerca fine a se stessa. Il tutto non sarebbe neanche una cattiva cosa se riguardasse loro e solo loro, che nel proprio intimo ognuno è libero di credere a ciò che più aggrada e all'atto pratico, in chi è scettico o ignorante nel senso di chi ignora, non c'è differenza tra chi crede in complotti trilaterali et similia e chi crede alla teoria della terra piatta, diventa però un pochetto ipocrita nel momento in cui si cerca di coinvolgere gli altri e gli si scarica addosso quello che poi, è dato pensare, è un malessere strettamente personale travestito da generale. Succede dunque che si ha la sensazione che si sia un po' partiti per la tangente e ciò dispiace, perchè di tante cose lette e viste si è fatto uso per azionare il cervello in maniera autonoma, magari non arrivando alle stesse conclusioni o non arrivando affatto a conclusioni, ma imparando comunque a sforzarsi di guardare sempre oltre le apparenze. Di ciò non si smetterà mai di ringraziare, chè non è cosa da poco lo sforzarsi di capire e ancor più andare oltre le apparenze, ma forse è proprio questo punto, che parrebbero aver ormai dimenticato, ad averli resi così distanti seppure così avanti. Succede.
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lunedì 31 gennaio 2011
Sedici righe di nulla
C'è questa cosa di non riuscire a levarsi di dosso un circolo diventato vizioso che non vi sto a spiegare, perchè dovrei dilungarmi in catene di eventi cominciate anni addietro, tanti quanto basta per arrivare a coinvolgere natali e parenti sicuramente ignari ma non per questo colpevoli, e nella necessità di dover trovare una spiegazione facile facile ritrovarsi a buttarla sul destino cinico e baro, che però per consuetudine o maturità ha smesso di essere utile balla già da parecchio e dove "purtroppo" o "per fortuna" sono solo valutazioni secondarie. Per cui la faccenda diventerebbe lunga e noiosa e la tralascio, ché d'altronde la biografia che ne viene fuori ha dell'interessante solo per chi la sta vivendo, o l'ha vissuta, o la vivrà, e forse si è in tanti ma certo non disposti ad ammetterlo, perchè preservarsi è la regola scritta in nessun codice genetico ma applicata con metodica inconsapevole costanza, sempre, da chiunque.E dunque occorre tirar fuori l'asso dalla manica, per spiegarsi quattro ore di imbarazzante nulla pomeridiano improduttivo e un po' confuso in cui si è passati dall'intraprendere al lasciar perdere in numero considerevole e a velocità costante, tanto da porsi interrogativi tanto seri quanto inutili che confermano la tendenza giornaliera all' inconcludenza e la voglia, smisurata, di una coperta che avvolga e nasconda tutto. Puoi sempre dar la colpa al lunedì, non un frenetico lunedì, solo più piovoso del solito e non aiuta, quando c'è da dare un giro di vite a tutto quanto.
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domenica 30 gennaio 2011
Gli incutiti
Uolter scrive a Repubblica: "Sarebbe bello se in uno stesso giorno, in una stessa ora, in tutti gli ottomila comuni italiani, i cittadini si riunissero nella piazza centrale per dire giriamo pagina, ritroviamo l'Italia (...). Senza bandiere e comizi in modo da accelerare etc etc". Poi uno dice che ce l'ha con loro, sempre a picchiare su di loro, sempre a trovargli i difetti e le magagne, sempre a dargli addosso, sempre a bastonarli. Ma come cacchio si fa? Se ne sono accorti che mezza Italia si è già mobilitata, che mezza Italia ha capito che il momento per dire basta è ora e solo ora, che aspettare ancora significa consegnargli tutto ma proprio tutto, che sono già in fase di organizzazione manifestazioni senza bandiere e comizi e che il PD se vuole sopravvivere deve farsi carico di tutto quanto e non limitarsi a racimolare firme?
"Sarebbe bello".... Ma svegliatevi, va!
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sabato 29 gennaio 2011
L'amaca del Villaggio
Che io ogni tanto, così, tanto per farmi male, vado a leggere sull'internet quello spreco di caratteri messi insieme un po' alla cacchio che è Libero (lo confesso, a volte pure il Giornale), perchè c'è questa curiosità della serie chissà che dicono i destrorsi che a volte ti piglia e perchè sentire l'altra campana è terapeutico in virtù del fatto che ti ricorda immancabilmente il motivo per cui tu in quella parte non ti ci riconoscerai mai, tiri insomma un sospiro di sollievo ogni volta. Stavolta non è arrivato un sospiro ma la constatazione di quanto sia difficile dover scrivere per quella testata. Questo dopo aver letto l'articoletto in apparenza schizofrenico scritto da Paolo Villaggio (sì, Fantozzi, proprio lui) in cui prima loda Roberto Saviano per ciò che ha detto a proposito delle primarie napoletane del Pd, poi però, cinque righe intili dopo, pare cazziarlo per aver dedicato la sua laurea ai giudici di Milano, oltre che per non essere nato, pare di capire, nel 1920 o giù di lì e dunque non aver fatto la tragica seconda guerra mondiale, unico metro di paragone per meritarsi l'appellativo di eroe. L'altra sua grandissima colpa (di Saviano) sarebbe quella di vivere in Italia "scortato di tutto punto", dunque insieme ai giudici nello stesso "bunker ben protetto della democrazia" da dove, si sa, è facile battersi "per la libertà di pensiero e per i prigionieri politici sudamericani arabi e africani" , perché "se avesse detto e scritto le stesse cose da quelle parti, lo avrebbero fatto fuori". Sembra sfuggire all'ormai ex comico che lo scrittore è sotto scorta proprio perchè ha detto e scritto cose per cui lo avrebbero fatto fuori, non in sudamerica paesi arabi o africani ma a Casal di Principe (Caserta, Italia), ma posso perdonarglielo, in fondo anche a me sfuggono tante cose, ad esempio il motivo per cui è sotto scorta Emilio Fede, e poi perchè non penso sia stata una dimenticanza. Lo si capisce nelle ultime righe dove batte il record mondiale di accostamenti ad minchiam, prendendolsela direttamente con i giudici di Milano che, dal bunker ben protetto della democrazia, "hanno esiliato Garibaldi a Caprera, trucidato Che Guevara, e fatto morire Craxi in Tunisia"! Peccato non abbia aggiunto l'aver dato 23 coltellate a Giulio Cesare, sparato da un deposito di libri a Kennedy e sganciato la bomba atomica su Hiroshima, si sarebbe capito meglio che in realtà parte del pezzo era ironico. Che fatica però! Per Michele Serra a Repubblica di certo è tutto molto più semplice.
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venerdì 28 gennaio 2011
Sveglia (puttana eva)!
La Storia è cosa semplice, in genere si ripete sempre. Sebbene a leggere le cronache di questi giorni verrebbe da dar ragione a Marx, che la prima volta si presenta in tragedia e la seconda in farsa, in realtà la sostanza rimane immutata e ci si ritrova a vivere nuovamente qualcosa che si sarebbe potuto evitare. La domanda che ogni tanto arriva, retorica, su chissà come viveva la gente comune l'avvento del fascismo, trova risposta in questi giorni: guardatevi attorno, viveva esattamente come noi, guardando dal basso ciò che avviene sopra le nostre teste nel silenzio complice e vigliacco di chi potrebbe dire e fare ma non dice e non fa. Certo con delle differenze. Qui, per ora, non ci sono manganellate e olio di ricino, non c'è confino e repressione violenta, chiusure di giornali e arresti di oppositori, la tessera e il saluto romano, ma non ci sono perchè non ce n'è bisogno, sono cose troppo evidenti: perchè usarle quando puoi ottenere gli stessi risultati con altri mezzi? E' un po' come la storia coloniale. I grandi Imperi abbandonano le terre che occupano nel momento in cui si rendono conto che hanno altri mezzi, meno dispendiosi ma più efficaci, per continuare a controllare e sfruttare quelle terre, esattamente come prima, anzi più di prima.Tornando alla nostra storia attuale, che non interessa solo noi ma che pone interrogativi anche fuori dall'Italia, assistiamo attoniti allo scontro senza precedenti che si sta consumando fra poteri dello Stato. Vediamo, ma non da oggi, come si stia arrivando a destrutturare quello che è il nostro sistema democratico, assistiamo allo svuotamento di valori che dovrebbero essere condivisi, nella quasi totale indifferenza e nell'assoluta impotenza di chi non ha potere.
Mancano troppe cose. Manca chi riesce a raccogliere le tante voci di protesta che si alzano dal basso fino a farle diventare un coro, mancano le voci autorevoli di quella che una volta veniva definita società civile, perchè gli intellettuali in Italia son morti tutti, o dormono (*), o sono sul libro paga del novello regime, e la Chiesa e gli industriali hanno troppo le mani in pasta per tirarsene fuori puliti. Manca nella gente, instupidita da trenta anni di nulla culturale, confusa dalle mille voci che litigano e confondono, la consapevolezza di ciò che è accaduto e ancora accade, di come una politica criminale si è fatta Stato e governa piegando le leggi a proprio favore. Manca la volontà di lasciarsi alle spalle una presunta seconda repubblica che è solo la versione peggiorata della prima, perchè pochi lo dicono chiaramente e pochi sono in grado di vederla per ciò che è in realtà. Manca una seria opposizione che chiami a raccolta e che parli con una voce sola, perchè disgregata e vigliacca se non addirittura complice. Manca alla fine soprattutto la volontà comune a tanti, ancora troppi, di svegliarsi, di riconoscere quello che si è diventati, di smettere di essere complici, di avere uno scatto di orgoglio e di dignità. Ma mi chiedo, se non ora quando?
.
(*) Qualcuno per fortuna comincia a svegliarsi
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domenica 23 gennaio 2011
Menti in deroga
Premessa: preferirei parlare di altro, di frivolezze e menate varie, ma proprio non riesco. Sarà che ci tengo..
Il New York Times ci definisce un "Paese surreale, da soap opera", opinione comune a quanti ci vedono dall'estero, incapaci di spiegarsi quanto sta accadendo. C'è da capirli, fatichiamo anche noi a spiegarcelo, non senza dover ricorrere a lunghe disanime di come si è arrivati allo stato attuale che possiamo riassumere nella constatazione, avvilente, di un Paese scollegato tra le sue Istituzioni e il sentire comune, ma ancor più scollegato nei suoi stessi componenti, in noi, o almeno nella maggioranza di noi. Uno scollegamento che nasce da lontano, da antichi modi di vivere non solo il potere, sempre visto come una cosa subita e mai come una cosa appartenente a tutti, ma anche e soprattutto il proprio quotidiano. Una nazione ipocrita, abituata a vizi privati e pubbliche virtù talmente estese da essere diventate modo di essere normale. Lo si può riscontrare nelle piccole cose, nella vita familiare come lavorativa, e il non riconoscerlo, o il giustificarlo, rende tutti complici. Una nazione indulgente verso i propri componenti abituati a barcamenarsi tra realtà diverse, nelle grandi come nelle piccole. Viviamo realtà parallele da anni, le abbiamo sempre vissute, perchè dunque stupirsi se si giustifica sempre e comunque il potente di turno quando mostra qualità differenti da quelle sbandierate, accontentandosi dei soli risultati materiali che ha raggiunto? E' ciò che facciamo anche col capoturno o col collega, magari dispotico ma bravo nel suo lavoro, di cui non sopportiamo magari le prese di posizione ma che non ci impedisce di andarci a bere una birra assieme. Di una persona in questi casi si scinde il suo comportamento sul lavoro da quello della vita di tutti i gorni, senza fermarsi a riflettere che uno stronzo sul lavoro il più delle volte lo è anche nella vita privata, o perlomeno tale dovrebbe essere considerato. Non è così invece. Anche queste sono piccole deroghe, eccezioni su leggi non scritte se non nel comportamento morale ed etico che chiunque dovrebbe avere nel rispetto di sè, che accumulate hanno finito per derogare cose molto più grandi, accettando realtà che magari deploriamo ma che in ogni caso sappiamo di riconoscere bene.
Credo sia arrivato il momento per ognuno, per chiunque, di interrogarsi, di cercare dentro se stessi chi si è, cosa si è diventati, chi si vorrebbe essere. In mancanza di guide autorevoli farlo noi (gli intellettuali ormai non abitano più qui: avete sentito una sola presa di posizione da parte di qualche mente che non fosse già schierata apertamente?). Prendere una posizione definita e seguirla, smettere di giustificare comportamenti che non accettiamo, farlo sul serio, anche andando contro a ciò che si è sempre pensato o fatto o votato. Parlare, sperando che la parola e il comportamento abbiamo ancora un effetto su chi ascolta e guarda, fottersene se certe prese di posizione verranno catalogate come moralismi: sempre meglio essere moralisti che stronzi. Bisogna farlo ora, perchè non c'è più tempo. E' ora che bisogna prendere parte a una una lotta che non si gioca sopra le nostre teste, si gioca nella nostra testa.
Il New York Times ci definisce un "Paese surreale, da soap opera", opinione comune a quanti ci vedono dall'estero, incapaci di spiegarsi quanto sta accadendo. C'è da capirli, fatichiamo anche noi a spiegarcelo, non senza dover ricorrere a lunghe disanime di come si è arrivati allo stato attuale che possiamo riassumere nella constatazione, avvilente, di un Paese scollegato tra le sue Istituzioni e il sentire comune, ma ancor più scollegato nei suoi stessi componenti, in noi, o almeno nella maggioranza di noi. Uno scollegamento che nasce da lontano, da antichi modi di vivere non solo il potere, sempre visto come una cosa subita e mai come una cosa appartenente a tutti, ma anche e soprattutto il proprio quotidiano. Una nazione ipocrita, abituata a vizi privati e pubbliche virtù talmente estese da essere diventate modo di essere normale. Lo si può riscontrare nelle piccole cose, nella vita familiare come lavorativa, e il non riconoscerlo, o il giustificarlo, rende tutti complici. Una nazione indulgente verso i propri componenti abituati a barcamenarsi tra realtà diverse, nelle grandi come nelle piccole. Viviamo realtà parallele da anni, le abbiamo sempre vissute, perchè dunque stupirsi se si giustifica sempre e comunque il potente di turno quando mostra qualità differenti da quelle sbandierate, accontentandosi dei soli risultati materiali che ha raggiunto? E' ciò che facciamo anche col capoturno o col collega, magari dispotico ma bravo nel suo lavoro, di cui non sopportiamo magari le prese di posizione ma che non ci impedisce di andarci a bere una birra assieme. Di una persona in questi casi si scinde il suo comportamento sul lavoro da quello della vita di tutti i gorni, senza fermarsi a riflettere che uno stronzo sul lavoro il più delle volte lo è anche nella vita privata, o perlomeno tale dovrebbe essere considerato. Non è così invece. Anche queste sono piccole deroghe, eccezioni su leggi non scritte se non nel comportamento morale ed etico che chiunque dovrebbe avere nel rispetto di sè, che accumulate hanno finito per derogare cose molto più grandi, accettando realtà che magari deploriamo ma che in ogni caso sappiamo di riconoscere bene.
Credo sia arrivato il momento per ognuno, per chiunque, di interrogarsi, di cercare dentro se stessi chi si è, cosa si è diventati, chi si vorrebbe essere. In mancanza di guide autorevoli farlo noi (gli intellettuali ormai non abitano più qui: avete sentito una sola presa di posizione da parte di qualche mente che non fosse già schierata apertamente?). Prendere una posizione definita e seguirla, smettere di giustificare comportamenti che non accettiamo, farlo sul serio, anche andando contro a ciò che si è sempre pensato o fatto o votato. Parlare, sperando che la parola e il comportamento abbiamo ancora un effetto su chi ascolta e guarda, fottersene se certe prese di posizione verranno catalogate come moralismi: sempre meglio essere moralisti che stronzi. Bisogna farlo ora, perchè non c'è più tempo. E' ora che bisogna prendere parte a una una lotta che non si gioca sopra le nostre teste, si gioca nella nostra testa.
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sabato 22 gennaio 2011
Arrivano i buoni
Che poi uno si chiede ma i cattolici del Pdl, in tutto questo parlar sulle gazzette di tette e culi e bagasce e ricottari e utilizzatori finali, che dicono i cattolici del Pdl? Voglio dire, ce l'avranno pure qualcosa da dire tra una novena e l'altra sulle abitudini serali del grande capo un tantinello in contrasto sui tanto cari e sbandierati temi della famiglia e della prostituzione, che è una cosa brutta brutta ma tanto brutta, tanto che già nel 2002 il grande capo in persona disse come al solito che se ne sarebbe occupato lui (leggete qua: in effetti se ne è occupato, questo non si può negare). Ma tipo Quagliariello, quello che ai tempi del caso Englaro ci mancava solo si strappasse le vesti tipo membro del sinedrio ("Eluana non è morta. E' stata ammazzata!" ) tanto era invasato nel mettersi contro una sentenza della Corte di Cassazione (che il vizio di andar contro i giudici ce l'hanno naturale). O Formigoni, che dice Formigoni? O, per completare lo zoo, Lupi, che dice Lupi? Ora che dopo i vescovi e Bagnasco pure il Papa ha detto la sua se la saranno fatta una opinione, diranno ben qualcosa ai cattolici destrorsi che son lì che aspettano una direttiva.
E alla fine qualche parola l'hanno detta, non in videomessaggio che quelli spettan solo al capo, ma sotto forma di epistola in cui si chiede di "aspettare, di sospendere il giudizio" in attesa che "la polvere e il fango si depositino", e visti i tempi che di solito richiedono i processi al grande capo per arrivare a conclusione sarà il caso per loro di mettersi comodi. Un bel richiamino al moralismo "interessato e intermittente", che si sa che la morale è loro esclusiva proprietà, una rilettura ridicola di tangentopoli dove ci sono i magistrati cattivi che fanno "gli arresti spettacolari sotto le telecamere impietose" (toh, chissà di chi erano quelle telecamere impietose? eh, certe volte la memoria...), un richiamo alla giustizia "nella quale i magistrati formulino ipotesi di reato", mentre oggi chissà cosa hanno fatto (forse l'hanno invitato a una partita a briscola! Mah....). Tutto questo perchè loro conoscono "un altro Berlusconi, il presidente con cui abbiamo lavorato in questi anni (...) portando avanti battaglie difficili e controcorrente". Ecco ora si spiega, con loro ci lavorava solo, a divertirsi ci andava con altri. Come non capirlo d'altronde.
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venerdì 21 gennaio 2011
La gabbia
A leggere i giornali in queste ore ci si fa l'idea di un premier chiuso in gabbia circondato da forze che di ora in ora si vanno ingrossando, dove confluiscono finalmente anche chi fino a poco tempo fa si è reso complice (sì, complice) dello scempio etico morale e istituzionale in cui versa l'Italia. Tutto vero, tranne il particolare di chi è veramente in gabbia: nella gabbia ci siamo noi non lui, ed è bene rendersene conto. Lui è quello che questa gabbia ha costruito e controllato per venti anni e ancora oggi guarda da fuori, una gabbia mentale basata su concetti invertiti, valori distorti, principi ribaltati. Lo vediamo bene in queste ore (ma non è da oggi, almeno da queste parti) a quale risultato hanno portato vent'anni di balle mediatiche e di realtà irreali, di livellamento in basso di qualsiasi cosa, di esaltazione del becero elevato a virtù, di distruzione sistematica di ogni principio etico e morale in nome di una "libertà" che è solo quella di pochi lenoni di fottere e mangiare alla faccia di tutti. Liberarsi del controllore è la prima cosa, abbattere la gabbia che ha costruito la seconda, non meno importante della prima. Non sarà faccenda da poco.
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giovedì 20 gennaio 2011
Non ci resta che ridere
La battaglia infuria e come sempre è difficile restarne distanti tanto è rumorosa. Non puoi, semplicemente. Dovunque ti giri arriva l'eco dello scontro in lontananza che si riflette nelle radio, nelle televisioni, nei titoli di giornale, nei dialoghi nei bar, persino per strada passeggiando capti dialoghi su quanto sta avvenendo. Le forze si equivalgono, senti opinioni discordanti (incredibile che sia così) su dichiarazioni di puttane e magnaccia, commenti imbarazzati e imbarazzanti di chi nega a se stesso l'evidenza, difese sconcertanti accompagnati da rumori di unghie su specchi sempre più rotti e ancora gente che urla sbraita e mischia le carte. Poi ancora arrivano voci flebili e falsamente indignate di prelati e chierici (ipocriti) già pronti a perdonare, e altre voci, spente e incapaci di far capire che il moralismo non c'entra una beata mazza, troppo pavide per chiedere con forza di uscire da tutto questo a cui pure loro stessi hanno contribuito. Ma senti anche risate, risate sguaiate, risate comprensibili che sembrano restare l'unica arma con cui difendersi da questo quadro desolante, come se fosse vero che una sola enorme risata possa seppellirli. Sarebbe bello, ma no, non c'è proprio un cacchio da ridere.
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