venerdì 14 gennaio 2011

Di pecore e lupi

Questo post l'ho scritto mercoledì sera, dopo la fiaccolata della Fiom a Torino. Ero indeciso se pubblicarlo o no, mi sembrava ingeneroso, anche offensivo, pure verso me stesso. In questo momento non si sa ancora il risultato del "referendum" a Mirafiori, ma quale che sia non credo cambierà ciò che penso a proposito di ciò che è avvenuto a una categoria sociale di cui ancora, nonostante tutto, faccio parte.

Ieri sera ero lì in mezzo, tra via Garibaldi e Piazza Castello, con quelle che una volta venivano chiamate tute blu, quando ancora si era orgogliosi di esserlo. Ero lì, anche se la tuta blu ho smesso di indossarla dieci anni fa. L'ho dismessa dopo quattordici anni, molti dei quali trascorsi a pensare come potermela togliere perché stanco, perché alienato, perché di tre turni ci si ammala, perchè davanti a una macchina hai troppo tempo per pensare. I gesti sono automatici, la mente viaggia e quando la mente viaggia otto ore in altri luoghi mentre il corpo rimane da solo a lavorare c'è qualcosa che non va: brutta cosa la fabbrica, se ti fermi a pensare. Ma son quelle cose che sai di aver lasciato solo formalmente, perchè non basta diventare altro per esserlo davvero, e non basta levarsi la tuta per smettere di essere parte di un qualcosa che va oltre, qualcosa che hai respirato da piccolo, visto in casa nei volti di tuo padre e dei tuoi fratelli e poi riconosciuto sul tuo, che ti si è insinuato dentro senza che nemmeno te ne rendessi conto e a cui devi il modo che hai di pensare, di più, il modo che hai di vivere. Quel mondo fatto di fabbrica, di tute blu, di discussioni nelle pause, di assemblee sempre meno partecipate l'ho vissuto e me lo porto ancora dentro, ma se dicessi che ne ho nostalgia direi una falsità. Non mi manca, e sinceramente spero di non doverci ritornare, ma il meglio che poteva darmi (il senso di appartenenza, il significato di alcune parole, la coscienza di cosa si è, la conoscenza degli altri per quello che realmente sono), quello me lo sono preso e me lo tengo stretto.
Bisogna dirlo, c'è molta retorica che ancora circola sul mondo operaio e non solo su quello. Forse in passato, anni '60 anni '70, le cose erano diverse, come lo era tutto il resto d'altronde. Oggi la fabbrica non è un mondo diverso da altri, è fatto di gente e la gente è diventata uguale dappertutto. Nei miei anni di fabbrica eravamo ancora ammirati e invidiati, perché ci vedevano ancora tosti e uniti, ma vivevamo di una rendita che altri avevano costruito e che noi abbiamo dissipato. Non sapevano, quanti ci ammiravano e invidiavano, che quell'unità apparente era dovuta alla capacità di trascinare di pochi in alto, loro sì tosti e uniti, pastori capaci di tenere unito un gregge che già allora cominciava a disperdersi e che oggi lo è totalmente. Succede, quando chi ti guida smette di farlo e pensa solo a se stesso, quando chi segue perde i punti di riferimento e si ritrova solo, e succede quando a una pecora fanno credere di essere un lupo. Ma non è colpa delle pecore, la colpa è sempre dei lupi.

11 commenti:

Ernest ha detto...

Hai fatto bene a pubblicare questo post, per ricordare a tutti cosa era e cosa vuol dire lavorare in fabbrica.
Come sai mio padre, ora in pensione, ci lavorava e quindi capisco di cosa parli e ti ringrazio ancora per aver scritto queste parole.
un saluto

Rouge ha detto...

@ Ernest: ti confesso di aver deciso dopo aver letto il tuo post, di cui questo ha parecchie affinità e qualche divergenza.
Considerata la tua esperienza mi vien da dire che la classe operaia oggi è presente in altri posti e altri luoghi, e ciò è positivo.

gelostellato ha detto...

E' un bel post.
Io son figlio di tute blu, e non lo sono grazie al loro esserlo stato per così tanto anni.
Ogni tanto me ne dimentico e me lo hai ricordato. Grazie.
Non bisognerebbe scordarsene mai.

Marte ha detto...

Si guarda spesso al passato, senza rendersi conto di cosa sia diventato il presente. Senza nemmeno volerci fare i conti, si preferisce essere nostalgici.
Questo post non lo è. E' una bella, per quanto amara considerazione, sul presente.
E ne abbiamo bisogno.

Grazie Rouge.

il Russo ha detto...

La fabbrica, con i suoi tre turni, l'ho lasciata che sono undici anni.
Ho fatto il delegato, quindi ho vissuto tutto ciò che racconti.
La rimpiango? No. La ripudio? Neanche.
C'era chi ci credeva, eravamo piuttosto in pochi e ci mettevamo in gioco ogni santo giorno, c'erano tanti che ci seguivano sperando di trarne beneficio, più che per convinzione pesonale.
La figura dell'operaio è mitizzata? Può darsi.
Come lo è quella del precario del call center, quella dell'immigrato sfruttato in nero ecc.
Però.
Però finchè ci sarà anche solo una persona, in quelle categorie, che non si sarà rassegnato e rinchiuso nel proprio individualismo ma riuscirà a suscitare negli altri un senso di dignità, ribellione e voglia di cambiare le cose, io sarò sempre vicino alle loro lotte.

Rouge ha detto...

@ Gelostellato: è una operazione difficile mantenere coscienza delle proprie origini. Difficile ma necessaria. Cambierebbero molte cose.

Rouge ha detto...

@ Marte: è che al passato guardo talmente tanto da non doverne provare nostalgia.

Rouge ha detto...

@ Russo: non mi sembra di aver ripudiato nulla e l'altra sera ero lì, quindi credo che siamo simili come posizioni, ma ho bisogno di guardare in faccia la realtà senza preconcetti. Questo perchè credo che la libertà nasca da lì.

Gap ha detto...

Solo su una cosa non sono d'accordo, l'ultima frase. Un antico detto dice : chi pecora si fa il lupo se la mangia. Purtroppo in molti sono andati in bocca al lupo senza che nessuno li spingesse.

Rouge ha detto...

@ Gap: e io che pensavo di essere ingeneroso :)

SCHIAVI O LIBERI? ha detto...

Concordo con Gap: le pecore si sono fatte mangiare dai lupi perchè hanno condiviso gli stessi valori di riferimento.