sabato 31 dicembre 2011

Al vecchio anno, il più cordiale vaffanculo

Ecco, poi non è che se putacaso nella vita è capitato di vivere un anno veramente di merda, di quelli dove tutto quello che sarebbe potuto andare storto, lavoro, amore, salute no che per fortuna all'epoca reggeva, era poi puntualmente andato storto, così tanto da farti ritrovare al fatidico ultimo giorno con la sola unica voglia di lasciarselo alle spalle quell'anno del cazzo, finalmente, senza badare in alcun modo al fatto che voce di popolo dice che festeggiarlo da solo non è proprio il massimo della vita, ma anzi, in barba alla voce e fottendosene allegramente del popolo, in quella occasione era stato esattamente ciò che volevi, festeggiarlo da solo e rifiutando pure diversi inviti, tra l'altro, e poco importa se l'evento coincideva non solo con la fine dell'anno ma, addirittura, con la fine del millennio, la qual cosa si sapeva avrebbe fatto di te l'unico essere sulla terra quella notte di fine novantanove a brindare allo specchio, seppure felice di farlo, ma vallo a spiegare, poi.
Ad ogni modo, si diceva, non è che per via di un anno vissuto di merda uno debba per forza considerare quelli che vengono dopo come qualcosa di comunque positivo perché paragonato a quell'annus horribilis, in decade malefica tra l'altro, perché uno il paragone può sempre evitare di farlo e considerare solo l'anno in sé per sè. E dunque, alla luce di questo nuovo modo di ragionare e senza entrare nei dettagli, devo dire che questo Duemilaundici che ci stiamo finalmente lasciando alle spalle, lungi dall'avvicinarsi a quel Novantanove ormai entrato nel mito almeno a livello personale, diversi motivi per meritarsi un sincero sentito e sonoro vaffanculo da parte del sottoscritto ha di certo fatto di tutto per metterli assieme. Riuscendoci, tra l'altro.

Tom Waits - New year's eve

sabato 24 dicembre 2011

Di presepi alberi e gatti

Il primo Natale assieme in questa casa, era il 2007, ci mettemmo lì di buona lena e facemmo l'albero finto appendendoci tutte le palline colorate con i festoni d'oro e d'argento e da qualche parte, giù, in basso, pure il presepio col muschio vero raccolto in montagna e la capanna con le cortecce e tutto il resto, casette pastori e laghetto ovviamente, ma non con la carta stagnola che non è che mi piacesse tanto, bensì con uno specchio o con un vetro con il blu sotto, non ricordo, comunque con tutte le lucette belle nascoste, pure nella capanna, e l'effetto era proprio bellino, a pensarci.
Poi l'anno dopo raccogliemmo un fracco di pigne sempre su in montagna e le colorammo tutte d'oro, giù, nel cortile, che ancora adesso se ne vedono le tracce ma mai nessuno del condominio si è mai lamentato, per fortuna, e un paio le colorammo d'argento tanto per vedere come venivano, ma erano meglio quelle d'oro e quelle appendemmo, assieme ai festoni ovviamente, ma solo quelli dorati che l'effetto era migliore, e il presepio evitammo di farlo, ché nel frattempo era arrivato Enea il nostro gatto che era piccolo e stupido e si infilava dappertutto.
L'anno dopo ancora rifacemmo tutto come l'anno prima, l'albero senza il presepio causa Enea che nel frattempo era cresciuto, ma con minore partecipazione da parte mia, limitandomi questa volta a tirar giù dalla soffitta impolverata tutto quanto l'armamentario e assistendo ai lavori dando qualche consiglio qua e là, che a me dipende dagli anni e quell'anno lì proprio non ci avevo cazzi di alberi e di natali. Scoprimmo, quel Natale, che Enea gradiva particolarmente i festoni, che mangiava in nostra assenza per poi sboccarli per tutta casa quando andava bene, per tenerseli nello stomaco quando andava male, con conseguente successiva spesa dal veterinario per sturarlo a dovere, 'sto idiota. Ad ogni modo questo non ci impedì, l'anno dopo, ed era già il 2010, di rifare l'albero, sempre finto ma un po' più leggero e non nel solito posto, occupato nel frattempo dall'ennesima libreria riempita prima ancora di comprarla tanto che ce ne sarebbe bisogno di un'altra, se solo sapessimo dove metterla. Ci accorgemmo che effettivamente Enea gradiva festoni e rametti di finto pino, cosa che rese la visita dal veterinario una simpatica tradizione di inizio anno, oltre a supplementi di pulizia del pavimento, quando andava bene, a lavaggi in lavatrice di tappeti da bagno, quando andava male.
L'anno scorso l'albero venne fatto senza i miei preziosi consigli, ma comunque fatto e venne bene ugualmente, questo va detto, ad ogni modo sempre dopo essere stato recuperato dal sottoscritto dalla soffitta mai così polverosa e sempre, ormai s'è capito, graditissimo da Enea che, col tempo s'è capito anche questo, è ghiotto di plastica e affini (sì, lo so, abbiamo un gatto strano) con cui rischia di strozzarsi lui e far venire un infarto a noi, che lo vediamo sboccare tipo Alien per tutta casa e ci si preoccupa come solo una coppia senza figli riesce a fare.
Quest'anno, stufo io di prendere polvere in soffitta per tirar giù l'armamentario e stufa la mia bella di rimpinguare tra radiografie e purghe il portafogli del veterinario, nonostante le proteste del felino di casa le dimensioni dell'albero si sono ridotte a una quarantina di centimetri, questa volta di vero albero con radici e tutto il resto, addobbato alla meglio, posizionato sopra una libreria dell'ikea fuori dalla portata di Enea, che è un gatto sì, ma da pavimento, o forse con le vertigini, o forse solo educato troppo bene, dato che non credo di averlo mai visto saltare a una altezza superiore al metro o che superasse comunque l'altezza del divano.
Considerato tutto questo graduale ridimensionamento delle tradizioni natalizie, vuoi per sopraggiunto scazzo, vuoi per prevenzione medica felina, di questo passo è molto probabile che il prossimo anno per natale si appenda la foto di un albero alla parete. Se già addobbato o meno è ancora da stabilire.

Elio e le storie tese - Presepio Imminente

martedì 20 dicembre 2011

La festa è finita (ramazzate in pace)

Lo avete notato vero? Il numero di post a carattere politico, di chiunque, è nettamente diminuito da un mesetto a questa parte, da quando cioè il pagliaccio e la sua corte dei miracoli è stata mandata a casa e al suo posto è arrivata gente un pochetto più seria. Intendiamoci, più seria non vuol dire migliore, solo un po' più autorevole. La sensazione è strana, da festa finita. Ricorda certi rientri a sorpresa dei genitori nel bel mezzo del toga party di fine estate che vi hanno convinto a dare nel vostro alloggio: musica improvvisamente abbassata, loro fermi sulla porta; gli ospiti, gente che normalmente non frequentereste ma che per qualche strano motivo vi siete ritrovati in casa, che ridacchiando se ne vanno; voi intenti a riordinare alla meglio tutto il casino combinato mentre nel frattempo si cerca la maniera di farsi passare in fretta la sbronza. Si ridacchia ancora, ripensando al divertimento durato fino a poco prima, non si pensa al mal di testa che arriverà tra non molto e, soprattutto, non si è ancora fatta la conta dei danni. Loro, i genitori, sì, l'hanno già fatta, e hanno già cominciano a presentare il conto. Ecco, alla fine il ventennio di Berlusconi più o meno si riduce a questo: una enorme festa scollacciata di fine estate e niente più. Noi, che eravamo quelli a bordo pista che criticavano la musica e si scandalizzavano per certe scene, oggi borbottiamo perchè ci tocca aiutare a ripulire, ma in fondo in fondo abbiamo la sensazione che quella festa poteva finire molto peggio, e dunque zitti tutti e controvoglia a ramazzare. E pensare che a quella festa manco ci siamo divertiti!

sabato 17 dicembre 2011

Io che vado a periodi

Io vado a periodi. Non tutti vanno a periodi, perché ci sono quelli che i periodi sembrano tutti uguali, ché un anno è uguale all'altro e il pensiero e le azioni sono sempre coerenti, e te lo dicono vantandosi che loro son sempre coerenti a ciò che son sempre stati, e se hanno fatto e detto una roba nell' '83 ecco che questa roba sembra quasi che siano destinati a farla e pensarla vita natural durante. Questo almeno è quello che sembra a me vedendoli e, in questo nuovo strano millennio, leggendoli su socialcosi e simili, ma poi magari mi sbaglio, proprio perché andando a periodi a volte mi sembra in un modo, a volte in un altro, e a volte evito financo di pormi il problema.
Io che vado a periodi ho imparato col tempo a fottermene della coerenza, ché le cose della vita ti portano a contraddirti e a dire e fare cose che magari in altri anni e altri luoghi mai avresti pensato di dire e fare, e non c'è nessun male in questo a meno di non volerlo vedere a forza prendendo la coerenza come valore assoluto, solo naturale svolgimento di una roba fatta più che altro di funzioni meccaniche e di impressioni che comunemente chiamiamo vita. In questo periodo devo dire di aver fatto il pieno di impressioni, ed essendo queste in larga parte negative (ché in giro si respira aria di crisi, e la crisi e la crisi da tutte le parti, e la crisi che fa aumentare i prezzi, e i governi che cascano, e i mercati che comandano, e i leghisti che rompono, e le buste con i proiettili, e le bombe che scoppiano a casacccio, e Berlusconi che non c'è più ma c'è ancora, e l'Inter che non vuole restituire lo scudetto del 2006, e la benzina alle stelle, e il mio contratto che chissà quando scadrà, e il traffico impazzito del venerdì sera, e lo smog che ti piglia in gola, e la televisione che dove metti metti restituisce solo angoscia, e la Merkel e Sarkosy, e tutti che si lamentano, e nazifascisti tolkeniani impazziti che sparano a minchia in chi ha un colore di pelle diverso dal suo, e zulù delle Vallette che danno fuoco a baracche di zingari per via di una bugia detta da una sedicenne, e il parcheggio che non si trova mai, e quello in auto che sfonda il clacson e i timpani non si sa bene perché, e i blogger che si indignano sui blog, e tutti che si indignano su facebook, e i sindacati che si indignano e scioperano, e i politici che si indignano chissà mai perché), essendo tutte impressioni negative si diceva, finisci per fare l'unica cosa furba possibile in questi casi: chiudersi a riccio, tenere fuori il mondo, lasciar passare solo l'indispensabile. Cosa questa che contraddice tutta una serie di teorie fatte di impegno a cui uno dovrebbe attenersi, perché siamo esseri sociali e tutti devono impegnarsi. Ma vado a periodi, e a volte mi va bene impegnarmi, altre proprio non ci ho cazzi e devo dire che me ne fotto abbastanza di tutto ciò che mi succede attorno. Per cui non ho una opinione su Monti, e sul tizio che ha sparato ai ragazzi senegalesi, e sui tizi che hanno bruciato baracche zingare in una serata stile ku klux klan, e su Minzolini epurato, e sulla lega di lotta, e su cortei in Val di Susa, e su tutta un'altra serie di faccende che son sulla bocca di tutti, ma non sulla mia. Questo è un periodo in cui bado solo a me stesso, tengo il mondo fuori, almeno per un po'. Perché i periodi vanno e vengono, il mondo di fuori tornerà a farsi vivo e mi farò una opinione su tutto, e sembrerà anche a me che è l'opinione di sempre, perché son coerente con me stesso e quello che dico e faccio è quello che ho sempre detto e fatto. Non è così, ma fa tanto piacere pensarlo.

The Strokes - You Only Live Once

lunedì 5 dicembre 2011

Aspiranti terroni

Dice il Bossi con un filo di voce che l'Italia è finita, e il futuro sta nella cartina disegnata dal Trota, una macroregione con l'Austria, la Svizzera, la Baviera e la Savoia, oltre alla fantomatica Padania ovviamente. Un genio. Tutta una vita a gridare contro i terroni e alla fine scegliere come obiettivo prossimo venturo diventarlo di qualche tedesco!

sabato 3 dicembre 2011

The only truth in the village

Lo sento parlare dalla mia scrivania, che è defilata, quasi nascosta, e mi va tanto bene così. La voce mi arriva sovrapposta a un pezzo dei Kasabian che esce dalla radio di fronte e che francamente sono stufo di sentire, e mi arrivano parole che in quell'ambiente stonano, cose sentite e dette anche da me, ma da altre parti, in altri contesti, con altra gente. Parla di scie chimiche questo tizio che ogni tanto si vede arrivare in ufficio, e di tutto un mondo che ha scoperto nelle giornate trascorse ad attendere una chiamata di lavoro. Roba che gira su internet, controinformazione, altre verità che la televisione non dice, cose che lui ha scoperto e che ora divulga a gente che a malapena si è accorta del cambio di governo e del gran casino finaziario in cui versa l'Europa tutta. Lo fa anche con me, e leggo chiaramente la delusione nei suoi occhi quando, citandomi a un certo punto Paolo Barnard, gli rispondo che sì, avevo letto tempo addietro il suo Il Più Grande Crimine, e non solo quello, aggiungendo che effettivamente penso dica parecchie cose che suonano giuste, ma qualcosa comunque mi stona nel suo discorso perché nonostante tutto non riesce a togliermi tutti i dubbi, anche se magari dipende dal solo fatto che la materia è troppo ostica e troppa presunzione e troppa arroganza da parte sua nell'esporre le cose certo non aiutano. La delusione in chi mi sta di fronte però, e qui la cosa buffa, non sta nel fatto che mi sono dimostrato scettico su qualcosa che lui propone come assoluta verità, quanto piuttosto nello scoprire di non essere il solo lì dentro ad essere in possesso di qualcosa che credeva esclusivo. Evito di farglielo notare, e mi tengo per me il fatto che la cosa mi ricorda tanto The Only Gay in the Village di Little Britain, che poi è un atteggiamento che ritrovo in tante, troppe persone (tralascio che se lo noto è perché è qualcosa che in qualche modo riconosco: i difetti degli altri, se li noti, sono i tuoi difetti, ma questo è un altro post).
E' una cosa che avverto sempre di più, non da oggi, ma aumenta il senso di distacco e la sensazione che l'entropia abbia raggiunto nella società livelli massimi. Ognuno ha la sua verità, che è solo la somma di altre verità dette da alcuni che le hanno sentite da altri che a loro volta le hanno prese da qualcuno, ma nessuno ammetterà mai provenienze che non vengano da sé. Ognuno ha la sua verità, simile ad altre ma con una sfumatura diversa, ma oltre a non renderne conto quel che è peggio è che pochi sono disposti a metterla da parte, a lasciar passare il dubbio, a dirsi in maniera franca che di tutto quanto, in fondo, parliamo senza sapere abbastanza. Beh, io voglio ammetterlo: non ne so nulla di quasi tutto, e so poco del resto. Quindi chi viene qui pensando di trovarci qualcosa che valga la pena di essere letto al di là del solo ingannare il tempo, in grado di dargli qualcosa che già di suo non ha, penso davvero abbia sbagliato posto. Qui troverà giusto l'ennesima sola verità nel villaggio.

Depeche Mode - Policy Of Truth

giovedì 17 novembre 2011

Io odio gli anni '80

E' preoccupante. C'è quella fase in cui per un attimo ti ritrovi a pensare agli anni '80 e, non pago, a rimpiangerli, addirittura. Saranno i tempi cupi da premedioevo in cui versiamo, a far vedere quei dieci anni di vacche grasse come qualcosa da rivalutare, oppure è solo un riflesso condizionato dell'età, per cui naturalmente si tende a guardare con nostalgia a quando si entrava ancora nelle statistiche alla voce "giovani". Magari saranno entrambe le cose, va a sapere, ma è solo un attimo, l'ho detto, dura il tempo che intercorre tra il pensiero "non erano poi così male" e la visione mentale di pettinature al limite del ridicolo o di giacche con spalline troppo, troppo, grandi (brrr..... per fortuna qualcuno ce lo fece notare!).
Torna di tanto in tanto quella fase, e a fartela tornare a volte è una canzone, a volte uno sguardo al portafogli che all'epoca sembrava più pieno (era più pieno), altre volte ancora sono i discorsi tra coetanei in cui, alla Caparezza, si finisce invariabilmente per parlare di Jeeg Robot e delle Strade di San Francisco, argomenti ultimi di conversazioni sempre uguali. La cosa tragica è che, a quanto ricordo, già nel '91 Jeeg Robot si infilava di prepotenza nei discorsi fra pari età, segnale evidente di almeno due cose: la prima, che i discorsi tra amici non erano poi tutto 'sto che, la seconda, che come generazione ci viene naturale pensare alle minchiate. Siamo stati fortunati in fondo, avendo passato infanzia e adolescenza tutta a preoccuparci solo di sciocchezze. Mentre alle cose serie ci pensavano altri, genitori ansiosi di dare ai figli "ciò che loro non avevano avuto", fratelli maggiori che la libertà di espressione se l'erano dovuta conquistare con unghie e sampietrini, noi ci trastullavamo sbirciando sempre più tette e sempre più culi su reti private, divoravamo cartoni animati giapponesi fin oltre la soglia dei vent'anni, portavamo il superfluo a stile di vita senza manco rendercene conto: era a portata di mano, perchè non prenderlo? L'aspetto preoccupante viene fuori in tutta la sua gravità se, guardandoci attorno, notiamo con imbarazzo che della nostra generazione sono proprio pochini quelli venuti fuori bene, nel senso di persone capaci responsabili e in grado di farsi carico del proprio e altrui futuro, anzi, per dirla tutta in questo momento non mi viene in mente proprio nessun quaranta/quarantacinquenne degno di nota. Siamo una generazione di teste vuote, inutile girarci attorno, siamo Has Fidanken, e senza coscienza di esserlo. E siamo figli di quegli anni lì, cresciuti in quegli anni lì, quelli che ogni tanto si rimpiangono, ma senza preoccuparsi troppo del perché: li si rimpiange solo perché sono i nostri anni, e ogni scarrafone è bello a mamma sua.
No ragazzi, non c'è nulla da rimpiangere. Gli anni '80 sono il motivo principale per cui qualcuno si è impegnato nella ricerca della pillola per cancellare i ricordi. Sono fuffa elevata ad arte, noia da sovrabbondanza, ambiguità che degenera, poco di serio da ricordare, e io odio gli anni '80, ma a volte li rimpiango. E' preoccupante.

Talk Talk - Such A Shame

mercoledì 16 novembre 2011

Prove tecniche di normalità

Nuovo governo. Un ammiraglio alla Difesa. Un economista all'Economia. Un ambasciatore agli Esteri. Un ex prefetto agli Interni. Un avvocato alla Giustizia. Un amministratore delegato allo Sviluppo. Un docente universitario all'Istruzione. Donne incaricate per l'esperienza e non per l'avvenenza. Nessun politico. Un Presidente del Consiglio dall'aria seria. Nessun ministro vestito di verde stile Kermit del Muppet Show. Nessun ministro ruttante. Tutti con l'aria più o meno competente. Tutti con l'aria di chi mastica almento due lingue straniere. Tutti (credo, spero) non inquisiti. Un governo che assomiglia a un governo e non a una compagnia di giro. Dovrebbe essere la normalità, invece ci si stupisce. Tanto per dire quanto in basso si era scesi.

lunedì 14 novembre 2011

No, forse non ci siamo capiti

C'è questa cosa buffa, l'opinione che gira sul Presidente del Consiglio incaricato Monti dove in pratica ci si ritrova a pensarla in maniera molto simile alle varie trombe di regime, ai Sallusti, ai Ferrara, ai Feltri e via dicendo. Dicono a destra che con questa nomina si è abdicato alla democrazia, avendo dato l'incarico a un non eletto dal popolo (quanto gli piace, dire 'sta cosa!) che ha, pare, intenzione di affidarsi a un governo di tecnici (tutto ancora da vedere). Dicono anche che Monti sia troppo vicino agli ambienti bancari, in pratica un uomo della Bce se non proprio della Goldman Sachs dove in passato ha lavorato, e che la sua nomina è una ingerenza bella e buona dei poteri forti sul nostro Paese. Avvertono poi sui pericoli che deriveranno dalla sua nomina, in particolare sulla svendita del patrimonio dello Stato e su manovre lacrime e sangue che questi dovrà adottare per tentare di rimettere in sesto la baracca.
Tutto vero. Dimenticano un piccolissimo particolare: che se siamo a questo punto la colpa è solo loro (ripeto: loro!). Se a noi sta a cuore l'interesse dell'Italia, a loro stanno a cuore solo gli interessi di bottega, che avrebbero tanto voluto continuare a farsi alla facciazza nostra.
La democrazia, è vero, di fatto è stata messa momentaneamente da parte, e ci si augura di rivederla presto (semmai l'abbiamo vista), ma non è che con quella porcata di legge elettorale da loro voluta questo Paese brillasse per scelte democratiche: quindi di che stiamo parlando?
Monti è gradito alle banche. Certo, è stato messo lì apposta, ma se si è dovuti arrivare a questa scelta è perchè il loro tanto amato governo non ha fatto un accidente di niente per evitare di arrivare così in basso. Le manovre lacrime e sangue poi, a questo punto sembrerebbero inevitabili (ho seri dubbi in proposito), ma siamo sempre lì, se sono necessarie è perché il loro cacchio di governo ha brillato per immobilismo ed inefficenza.
Vale la pena sbattergli in faccia ad ogni occasione, ai Ferrara e compagnia, che negli ultimi dieci anni loro (loro!) hanno governato per otto anni, e se non sono riusciti a fare la loro cavolo di "rivoluzione liberale" è per via della loro (loro!) totale incapacità a fare alcunché. Facciano mente locale e ripensino ai casini combinati anche solo in una cosa semplice semplice come presentare le liste elettorali alle ultime regionali: e questi qui avrebbero dovuto fare le tanto sbandierate riforme epocali? Via dai, siamo seri....
Ora, io non sono affatto contento della piega che hanno preso le cose, sarebbe stato meglio tornare a votare, ma col cacchio che vado ancora a mettere croci se prima non cambiano la legge elettorale! Inutile anche dare addosso all'opposizione, che sta appoggiando praticamente senza veti l'esecutivo che andrà a formarsi: c'è qualche pazzo disposto a prendersi la responsabilità di un eventuale fallimento dell'Italia? Non lo ha fatto il Pdl, dovrebbero farlo Pd e Terzo Polo? Via, c'è poca scelta, e ripeto, se siamo arrivati a questo dobbiamo ringraziare quelli che hanno sostenuto il buffone per tutti questi anni, aspettando poi cosa non si sà.
Riguardo a Monti, i dubbi ci sono e restano tutti, ma intanto ci si accontenta di vedere all'angolo il Bandana e la sua cricca, poi si vedrà. Chiamala consolazione da poco, per ora basta e avanza.

domenica 13 novembre 2011

A scoppio ritardato (ovvero Scusate, ma ero troppo preso a festeggiare)

Allora, ieri sera non ero a portata di mouse, ma ho seguito in diretta televisiva ciò che è successo a Roma. Ho accompagnato mentalmente quell'auto blu con caimano incorporato da casa sua a casa di quello che conta più di lui. Ho atteso pazientemente che qualcuno, finalmente, dicesse le parole che aspettavo da tre anni e mezzo. E quando le ho sentite, belle, chiare, precise, "si è dimesso", il primo pensiero è volato qua. Su ciò che accadrà dopo ci si penserà da domani: anche se sulle macerie, oggi è stata festa.

The Pogues - Fiesta

venerdì 11 novembre 2011

Padroni e sotto

La sensazione di molti, compresa la mia, è che stiamo passando se non dalla padella alla brace, di certo da una padella a un'altra. Una sensazione che attraversa in maniera trasversale la società, a volte in modi che non ti aspetti.
Comprensibile la preoccupazione di chi si posiziona più a sinistra, che vede con l'arrivo di Mario Monti il sistema bancario e finanziario che prende direttamente le redini del Paese bypassando i pupazzi politici tutti, dimostratisi abbondantemente non all'altezza del ruolo in teoria assegnatogli: escludendo ipotesi complottiste di nuovi ordini mondiali, semplicemente salvaguardare i profitti privati a scapito della collettività. La ricetta per uscire dalla crisi creata ad hoc d'altronde appare chiara: nuove manovre economiche improntate sui tagli alla spesa pubblica, privatizzazioni e liberalizzazioni a go go, riforme del lavoro e delle pensioni a tutto svantaggio dei soliti noti. Su una posizione critica verso un governo Monti ci si è messo pure Di Pietro, abile a fiutare il malcontento che gira specialmente in rete e dunque a caccia di consensi per le elezioni prossime venture da grattare all'area dei malcontenti di sinistra e dei legaioli delusi.
Contrari alle ipotesi di un governo più che altro tecnico anche i trombati ancora per poco al governo, per motivi all'apparenza simili, ma che nascono da presupposti diversi. In realtà è solo perché a fare profitti privati alla faccia della comunità vorrebbero continuare a farlo loro, così come hanno fatto per tutti questi anni. Ad ogni modo il giocattolo per loro si è rotto, ormai nella sostanza sono fuori dai giochi e la poca iniziativa politica che hanno gli è stata lasciata pro forma per grazia ricevuta da Napolitano, abile nel dare un colpo al cerchio (dei mercati internazionali) e uno, pesantissimo, alla botte dentro la quale è stato infilato Berlusconi.
Comunque un risultato per lo meno è stato raggiunto, levarsi dalle balle il Bandana (mi sbaglierò, ma sono ottimista: per me stavolta è finito davvero), ed è un vero peccato non poterne gioire più di tanto. Vale qui lo stesso discorso dell'altra volta, non è facile ballare sulle macerie, con l'unica consolazione che forse si incominciano a vedere chiaramente chi sono i padroni e chi i sotto, ed è un vero peccato sapere che quando i giochi vengono svelati è perché non serve più nasconderli.

Depeche Mode - Master And Servant (Live)

martedì 8 novembre 2011

Lo sfascio

Niente. Perde i pezzi, ma non si dimette. Lo hanno abbandonato tutti, Chiesa, industriali, commercianti, mignotte papponi e lacché vari, tutti, ma non si dimette. Lo hanno invitato a "fare un passo avanti" (chi ancora pensa che possa essergli mai interessato qualcosa di questo Paese), a "fare un passo indietro" (quanti ne vogliono prendere il posto), a stare fermo al suo posto (uno che non ho ancora capito se ci fa o ci è), "a fare un passo di lato" (Bossi e la sua truppa), ci manca che qualcuno gli chieda di fare la riverenza e la quadriglia è bella che fatta, ma non si dimette.
Ieri diceva: "non siamo attaccati alle cadreghe". Oggi, dopo aver preso atto di non avere una maggioranza in Parlamento (nessun dubbio: scritto nero su bianco!), decide di restare attaccato alla cadrega ancora per un po', il tempo di varare la legge di stabilità e magari infilarci dentro qualcosa che serva alle sue cacchio di aziende (Marina, Piersilvio e il Fedele Confalonieri sono mooolto preoccupati), e quindi -indovinate un po'- non si dimette. Non che le sue dimissioni cambino la sostanza delle cose, anzi, una sua caduta in questo momento può forse peggiorare la situazione, quindi prendere tempo, e far avvenire il passaggio in modo graduale, può essere positivo, almeno si spera.
L'Italia oggi è di fatto sotto tutela di un po' tutti quanti, Ue, FMI, da ultimi la BCE. Ci chiederanno, immagino, sacrifici di cui ancora non si è ben definita la portata, ma qualcosa mi dice che non sarà certamente uno scherzo uscirne indenni (per la Grecia non si è fatto lo stesso?), e chiunque si trovi a governare non ha altre strade che seguire le indicazioni che arrivano dall'estero. Dal punto di vista nazionale è assurdo constatare che mandato via il nano e la sua corte dei miracoli, che non meritano di rimanere al proprio posto per mille e un motivo, si manda via uno che nel suo immobilismo e nella sua incapacità ha paradossalmente garantito che questo Stato non fosse ancora completamente svenduto ai privati (le maggiori privatizzazioni in Italia sono state portate avanti da governi tecnici e da coalizioni di centro sinistra, sebbene le stesse sono le sole che in qualche modo sono riuscite a ridurre di poco il debito pubblico), e che in un suo modo contorto e certamente interessato ha cercato politiche energetiche diverse dai desiderata internazionali: insomma, stava sulle balle a tutti in campo internazionale perché non rispondeva adeguatamente ai comandi, non certo per la sua cialtronaggine e per lo sfascio etico e morale in cui ha precipitato il Paese tutto.
A questo punto restano poche strade praticabili per rimettere in sesto questo Paese. Mandare via il pagliaccio di Arcore è solo il primo passo, bisogna poi impedirgli di continuare a influenzare la politica e la società italiana: finché ha mezzi per farlo è certo che lo farà. Insieme a lui mandare via questa pseudosinistra di destra: la soluzione non è inseguendo le ricette liberiste e il dio mercato come pensano di fare i Bersani, i D'Alema, i Veltroni o (dio ce ne scampi) i Renzi. Trovare poi alla svelta una via d'uscita da un ingranaggio che finirà presto per incepparsi e travolgere tutto il mondo occidentale. Cose già sentite, tra l'altro. Servono ricette nuove, ma chissà che non sia il caso di riscoprire le vecchie.

sabato 5 novembre 2011

Ottimistico post

Siamo veramente nella merda. Lo capisci da tante piccole cose. Ad esempio dall'assenza, o meglio, dalla scarsa presenza sui blog del tema principale di questi giorni, la crisi finanziaria che investe l'Italia con conseguente nuova crisi nel suo governo. E' come se quello che sta accadendo avesse tolto le parole dalle tastiere di quasi tutti, in genere sempre molto celeri a cavalcare la notizia. Per dire, della morte di Steve Jobs ne hanno parlato tutti chi più chi meno, senza stare tanto a pensare che in fondo, andarsene all'altro mondo, è la cosa più naturale che si sia: capita, a tutti. Quando uno muore, o qualcosa muore, è in effetti più semplice parlarne. C'è un punto fermo, si tirano le somme. Sull'agonia che precede il trapasso è più difficile articolare discorsi, chi lo sa, forse per rispetto. Per l'Italia, paese in agonia, è lo stesso. Si è tutti qui ad osservare il malato che lentamente muore, vediamo i medici che gli stanno praticando terapie giragli attorno incapaci di somministrargli la cura giusta, sentiamo il battito d'ali degli avvoltoi che hanno cominciato a girarci sopra. I parenti, noi, fuori dalla stanza ammutoliti dall'assurdità della situazione, restiamo in attesa del grande evento, incapaci di proferire parola, aspettando il momento di sfogare la tensione.
Assurdo. Ecco, la parola giusta è questa qua, quello che sta accadendo è privo di ogni logica. Assurdo perché sappiamo bene che l'Italia ha risorse sufficienti per uscire dalla crisi, se solo gli si praticassero le terapie giuste. Da soli, senza l'aiuto del Fondo Monetario Internazionale che ha cominciato a metterci gli occhi addosso. L'Fmi, assurdo nell'assurdo, sembrerebbe essere stato invitato a farlo dal peggior presidente del consiglio della storia, come se l'organismo guidato dalla Lagarde fosse una qualunque agenzia di rating, e come se invece non si fosse mosso su pressioni di Francia e Germania, preoccupati per la nostra tenuta. Siamo commissariati di fatto, all'ultimo stadio prima del crollo (per capire gli effetti degli interventi del Fmi basta guardare all'Argentina di dieci anni fa e alla Grecia di questi ultimi).
Mentre l'Italia affonda, continuiamo con l'assurdo di un governo di pretoriani impossibilitati ad arrendersi dal vecchietto rincoglionito che a suo tempo ne aveva comprato le prestazioni, facilitando in questo modo gli attacchi speculativi contro di noi. Non gli si può certo dar torto, a chi ci attacca: onestamente, voi investireste in una Italia guidata da un senescente in evidente stato di confusione che comanda una massa di pecore zelanti, incapaci di pensiero proprio? Io, ne avessi, proprio no. E' ormai evidente anche ai sassi (era ora) che un problema nel problema ha un nome e cognome, Silvio Berlusconi, ed è altrettanto evidente che finché non leverà il disturbo gli attacchi al nostro Paese non cesseranno, anzi. Nonostante questo dobbiamo quotidianamente assistere alle farneticazioni mediatiche dei berlusconiani che tentano di minimizzare ogni cosa con frasi oltre il limite del ridicolo. Sostenere che non solo l'Italia è in crisi non attenua la gravità della situazione, ribadire che questo governo ha già messo in campo diverse manovre finanziarie (tutte inutili) come attestasto di merito è certificare la propria incapacità di far quadrare i conti, accusare l'opposizione di scarsa affidabilità è gettare fumo negli occhi, continuare a sperare in una fantomatica "rivoluzione liberale" è da folli, continuare a difendere l'indifendibile è da imbecilli.
Dunque siamo veramente nella merda, ma ad ogni modo, non credo che questo Paese possa fallire: il pagliaccio che governa dovrà a breve farsi da parte, che lo voglia o no, e questo allenterà la tensione. Ma è il dopo che mi preoccupa: occhio a chi sarà messo al posto di questi imbecilli. Sono già lì pronti con le parole magiche, privatizzazione, liberalizzazione, flessibilità, quando quello che bisognerebbe fare è l'esatto contrario, nazionalizzare, ricreare ricchezza comune, proteggere e garantire il lavoro di tutti. Il peggio, mi sa, sul fronte sociale, deve ancora venire.

domenica 30 ottobre 2011

Quintorigo tornate insieme

Ecco, io poi non sono Elio e Le Storie Tese, per cui un brano per chiedere che un gruppo si rimetta insieme non sono in grado di farlo, primo perché non so suonare manco le nacchere, secondo perché non so scrivere nulla, eccezion fatta per inutili post che lasciano il tempo che trovano e hanno la visibilità che hanno, però un appello affinché i Quintorigo (nelle persone dei musicisti Andrea e Gionata Costa, Stefano Ricci e Valentino Bianchi), e il cantante John De Leo (dove dire cantante è certamente riduttivo e bisognerebbe coniare, sempre se non c'è già, un termine adatto a definire uno che suona la propria voce) lascino da parte eventuali screzi e incomprensioni e tornino a deliziare pubblico e critica come ai bei tempi che furono, un appello dicevo posso sempre lanciarlo nella rete, non per il possibile seguito che questo potrà avere, visti i miei scarsi contatti, ma nell'eventualità, remotissima, che i diretti interessati possano leggerlo e prendere in considerazione la faccenda. Il panorama musicale italiano ne guadagnerebbe, loro probabilmente pure, le mie orecchie, afflitte negli anni da improbabili sostituti, anche. Grazie, e spero di poterlo dire, un giorno.

Quintorigo - Nero Vivo

venerdì 28 ottobre 2011

Malatisani

Luca Barberini - Folla (Mosaico)

Sai, poi hai voglia ad incazzarti sentendo parlare di pensioni sempre più lontane e di licenziamenti facili, promesse ad una Europa che sta diventando sempre più esigente e, non che ci fossero dubbi al riguardo, di fatto padrona della politica nostrana, quando chi le vivrà sulla propria pelle non trova di meglio che accalcarsi alle inaugurazioni di un paio di centri commerciali, a Roma come a Torino. Per carità, mica ci si aspettava niente di diverso. La realtà la si conosce, e i propri simili anche, per cui lo stupore è solo un riflesso condizionato. Chi lo sa, forse sono tutti consapevoli della situazione e siamo ormai al classico finché ce n'è, viva il Re, oppure -più probabile- di andare a scatafascio ce lo strameritiamo, visto il menefreghismo imperante. Quel che è certo è che mi pare si sia perso del tutto il senso di cosa conti davvero. E' un mondo di malatisani questo, e allora -davvero- sarebbe "meglio la fine, che un lieto fine incolore".

Ustmamo' - Cosa Conta

sabato 22 ottobre 2011

Different ways

Uff, testa rintronata da troppo sonno. Ho rivisto la luce all'una e mezza del pomeriggio solo perché svegliato dal rientro a casa della mia bella, ma avrei volentieri continuato a dormire: dieci ore di sonno filato non mi sono sembrate sufficienti a smaltire la stanchezza di due settimane di risvegli lavorativi. E' che i miei bioritmi sono tarati su latitudini altre, rendo al meglio tra pomeriggio e sera, e tirar tardi è la cosa che più mi piace, anche se non posso più permettermelo. Il mattino, per me, non ha l'oro in bocca.
Ieri notte ho fatto tardi perché mi sono inchiodato al televisore, raitre, Fuori Orario, a guardare il documentario datato 2008 di Philip Davis Guggenheim, It Might Get Loud, documentario sulla chitarra elettrica vista dai rappresentanti di tre generazioni di chitarristi, Jimmy Page, The Edge e Jack White. Non lo avevo mai visto tutto, giusto qualche spezzone qua e là, e l'ho trovato veramente ben fatto. Ne viene infatti fuori un discorso che va al di là della musica in sé, dell'approccio strettamente legato allo strumento e alla sua evoluzione, ma tocca il tema più ampio del cambiamento generazionale e delle difficoltà legate al proprio tempo. Se un Jimmy Page, espressione degli anni sessanta/settanta assurto a mito per ciò che ha introdotto (mito pure per chi non ti aspetti, basta guardare gli occhi dei suoi due colleghi), ha avuto il merito di aver aperto una strada ricevendone molto in cambio, e se un David Howell Evans detto The Edge ha proseguito il discorso negli anni ottanta/novanta, affinandolo, ricevendone in cambio molto di più (moltissimo di più, se andiamo a vedere il fatturato degli U2), un John Anthony Gillis aka Jack White, espressione degli anno zero, ha dovuto invece faticare non poco per trovare una propria dimensione, sperimentando (usando chitarre riadattate o di scarso valore) e cercando strade alternative, tra cui una ricerca esasperata del look come mezzo per arrivare a più gente possibile. Indovinate un po' a chi vanno le mie simpatie.

The Raconteurs - Steady As She Goes (live)

martedì 18 ottobre 2011

Rivoluzione d'ottobre

Io arrivo sempre tardi. Prendi certe parole ad esempio, prima che mi accorga che son tornate di moda e sono utilizzate a ogni piè sospinto, fanno in tempo a cambiare, a diventare vecchie e a essere nuovamente riposte nel cassetto. Mai seguito le mode, d'altronde. Ora pare sia di nuovo il turno della parolina "rivoluzione", che come i risvolti ai pantaloni o le tinte pastello ogni tanto torna ad essere usata, o abusata, o tutte e due. Per dire, io mica mi ero accorto che sabato si andava giù a Roma a far la rivoluzione, ho idea che non se ne fossero accorti manco tanti che laggiù c'erano, e probabilmente, visto come è finita, manco chi aveva messo su il baraccone. Ma a quanto pare c'è in giro questa aria rivoluzionaria che soffia un po' da tutte le parti, che partendo dal mondo arabo (che bisogna dirlo, c'entra una beata mazza con noialtri, ma sempre più gente dice che bisogna prendere esempio da là: vabbeh...), e proseguendo per le varie piazze d'Europa e d'America arriva pure da noi, che siamo provinciali e quindi le cose arrivano sempre con un pelino di ritardo. Ma noi siamo pure un paese strano, le parole hanno un po' perso il loro significato, e uno dice rivoluzione ma magari pensa spettacolino di strada molto colorato e rumoroso in grado di far pensare la gente. Però può pure finire che ti ritrovi qualcuno che le parole le prende sul serio, per cui se uno sente dire o legge cose tipo queste qua, è abbastanza naturale che ti ritrovi in men che non si dica con un centro cittadino messo a ferro e fuoco. Insomma, non c'è da stupirsi, e da un certo punto di vista qua il torto è mica da parte di questi black bloc (chiamiamoli così per comodità ché un nome non so se ce l'hanno). Il torto è da parte di chi pensa di essere un rivoluzionario perché pianta le tende, urla a comando, sfila quando è ora, usa slogan coniati da altre parti e frantuma le palle a chi è poco poco scettico sull'utilità di quanto sopra: se vuoi fare la rivoluzione, e beh, non ci son cazzi, quella devi fare, ed è un gran peccato che la rivoluzione per come la si intende normalmente pare si possa fare solo incazzandosi come bestie. Nel mezzo ci sono poi i manifestanti in buona fede, quelli che davvero sono convinti che con una presenza più o meno assidua e numerosa in piazza si possano cambiare le cose. Io resto convinto che l'unica cosa che cambia, molto spesso, è solo il giro d'affari dei bar adiacenti le manifestazioni, ma, e lo ripeterò fino allo sfinimento, massimo rispetto a costoro: non mi permetterò mai di contestare la loro scelta.
Comunque io oltre ad arrivare sempre tardi sono anche scettico di natura, e se uno mi dice facciamo la rivoluzione, e non parlo di quelli degli spettacolini, parlo degli altri, la prima cosa che mi viene in mente è: per poi fare che? In genere qui le risposte sono tante e variegate, ma spesso si sintetizzano in un "cambiare tutto" che, scusate, ma non so se a me va tanto bene: ci sarà bene qualcosa che vale la pena di tenersi, penso, magari quell'altra paroletta, democrazia, che oggi qua funziona male, ma come idea non è proprio tutta da buttare, no? Se poi quelli che cambieranno tutto è gente che non si fa scrupolo di tirare sassate in testa al "nemico" (e meno male che siamo ancora fermi lì), sfasciare quello che gli capita a tiro con particolare predilezione per gli arredi urbani, tirare fuori dalle tasche verità assolute come fossero caramelle e indicare chi non si trova d'accordo con questi metodi come uno colluso al sistema, beh, io scusate ma di questi mi fido proprio per niente.
Per cui (e qui un bel chissenefotte ci può pure stare) io la rivoluzione non la voglio fare, ché per natura mi piacciono poco i cambiamenti climatici improvvisi figuriamoci quelli socioeconomici, e pure alle manifestazioni colorate finto autoconvocate a cadenze settimanali mi son rotto di starci dietro (ma questo s'era già capito). E questo (lo dico, perché qua pare che per forza devi essere o bianco o nero) non significa affatto che le cose mi vadano bene così, che non ritenga possibile un cambiamento. Lo ritengo possibile certamente, come questi nuovi rivoluzionari da corteo+aperitivo, ma il cambiamento che io mi auguro è soprattutto nella testa e nella coscienza della gente, e la differenza tra me e loro è che io non credo affatto che perché ciò avvenga sia necessario sfilare di continuo col rischio che a qualcuno prudano le mani, sfasci tanto per sfasciare e autorizzi quindi chi governa a tirare mazzate come gli capita, sia vere che metaforiche, cosa che tra l'altro avviene in maniera abbastanza puntuale, prevedibile e con il tacito consenso della maggioranza pecorona che di rivoluzioni e manifestazioni nulla ne sa e nulla ne vuol sapere.
Ad ogni modo il vero cambiamento alla fine penso avverrà naturalmente, e sarà come riguardare un video degli anni ''80: stupirsi cioè di poter essere stati e aver vissuto in quel modo. Avverrà, ne sono certo, nel momento in cui la maggioranza delle persone sarà arrivata a comprendere ciò che oggi credono in pochi, ma sarà per loro esperienza diretta, come lo è stato per gli altri, e non certo per le parole che uno può sprecare tempo a dire, o per le marce che uno può sfiancarsi a fare: mi spiace dirlo, perché mi ci metto pure io in mezzo, ma quelle servono solo a chi le dice e a chi le fa. E sarà buffo, una volta arrivati alle meta, vedere chi oggi attende la rivoluzione sperare ancora e sempre in un'altra.

sabato 15 ottobre 2011

Sempre più distante

Perché la manifestazione di oggi, quella indignata, quella globale, mi lascia così indifferente? E' da giorni che ci penso, e ancora non trovo una risposta. Forse, chi lo sa, la mia recente avversione per le manifestazioni che il più delle volte sono solo preparatorie, neanche alternative, all'aperitivo con gli amici, senza contare quelle che si sa in partenza che finiscono male, si è talmente sedimentata da non lasciarmi più spazio di discernimento. Che ne abbia viste negli ultimi anni organizzare troppe? Può darsi. In effetti di gente in piazza a esprimere il proprio dissenso su temi diversi ma in fondo simili, se ne vede ogni settimana. Studenti, lavoratori, pensionati, precari, disoccupati, comitati referendari, no tav, popoli verdi rossi viola, popoli di tutti i colori, perfino poliziotti (eh già!), partiti partitini e partitelli, sindacati gialli e rossi, tutti a protestare, tutti a dire la stessa cosa: così non va. Difficile che all'affermazione segua una proposta concreta, o meglio, difficile che la proposta concreta che pure c'è, arrivi alla opinione generale. D'altronde le leve dell'informazione sono tenute da altri, da quelli per cui così invece va, e se non c'è corretta informazione non c'è messaggio che possa arrivare a chi è naturalmente disinteressato a certe tematiche, la "ggente", che non è certo meno indignata di fronte ai tanti scandali, anzi, ma sopporta lo stato di cose, abituata com'è a pensare che tutto quanto dipenda da altri. Dunque si vedono continuamente sfilare cortei più o meno colorati, più o meno ordinati, più o meno pacifici, ma delle ragioni della marcia poco si sà e poco arriva alla gente comune, e un cambiamento, va da sé, men che meno. C'è ragione di pensare che questo auspicato rise up globale, a furia di invocarlo invece questa volta arrivi davvero? Francamente ne dubito, ma non è una buona ragione per non essere almeno un po' più che solo solidale, come sono adesso.
E poi, l'indignazione. Io sono stato indignato, per parecchio tempo, da parecchio tempo. Mi sono indignato a causa della politica, dell'economia, del modello di pensiero dominante, del sistema globale, per un fracco di cose, e che così non poteva andare non è certo una novità. Ho sprecato fiato a dire cose, energie a portare avanti perlomeno un discorso personale coerente, non accettando, rifiutando nei limiti del possibile ciò che non mi suonava giusto, anche a costo di pagarla di persona come è successo: non ti ritrovi precario a quarantaquattro anni per caso, d'altronde. Ma ora, che tutti si indignano e si arrabbiano, pure i miei colleghi di lavoro berlusconidi destrorsi verdelega fregati dai loro deputati, mi accorgo che in me l'indignazione non c'è più, ha lasciato posto a un sentimento diverso che non ho ancora inquadrato. Non è proprio indifferenza in verità, e nemmeno rassegnazione, quella mai, piuttosto preoccupazione. Perché è vero, la rabbia è un'energia, e non so questa rabbia crescente in che direzione porta, e perché è vero e già sperimentato che per non cambiare niente bisogna cambiare tutto. E' un rischio questo, che si corre ogni volta che si tira fuori la parola rivoluzione, tornata di moda in questi giorni. Mi accorgo allora che io non vorrei cambiare tutto tutto, solo qualcosa. Quello che non va. Mi rendo conto che il mio voto sempre più a sinistra che potevo è sempre dipeso anche dal fatto che la maggioranza invece tirava a destra, e una cosa troppo sbilanciata prima o poi fa danno. E' un po', tanto per dire, come se si dovesse tirare da terra una barca lungo un fiume. Perchè vada dritta bisogna che le funi tirino da entrambi i lati, da destra come da sinistra, che se tiri da una sola parte è naturale che prima o poi vada a sbattere. E' quello che è successo, mi pare. Dicendo questo, alla fine qualcuno potrebbe dirmi che la mia appartenenza politica è una questione vettoriale più che ideologica, ma bisogna tenere conto che ovviamente uno la sponda da cui tirare se la sceglie, e qui la fisica non c'entra proprio nulla.
Va beh, sono le quattro del pomeriggio. Le cronache dicono che giù a Roma qualche pirla si diverte a dar fuoco alle auto e a distruggere vetrine. Io mi sento sempre più distante.

P.I.L. - Rise

giovedì 6 ottobre 2011

Sai mai dove vai a finire

Lo incrocio tutte le mattine, formato gigante, e mi fa pensare cose. Niente di che, non v'aspettate nulla. Ad esempio che senza saperlo ho visto tutti i film di Paolo Sorrentino e mi son piaciuti tutti ma proprio tutti. Mi è piaciuto ovviamente Il Divo, capolavoro assoluto riconosciuto e osannato, mi sono piaciuti L'Uomo in Più e Le Conseguenze dell'Amore, sempre con un Toni Servillo straordinario, e mi è piaciuto pure L'Amico di Famiglia, girato nell'insolita location di Sabaudia. Sul perchè mi son piaciuti non saprei dire, ché vado a istinto e dovrei scervellarmi troppo per capirlo, ma c'è qualcosa che me li rende vicini e tanto basta. Saranno forse le inquadrature, mai banali, o le colonne sonore, degne del miglior Tarantino, oppure i dialoghi, tranquilli e scarni ma capaci di lanciarti decine di riflessioni. Sarà tutto questo assieme probabilmente. Senza saperlo avevo già messo il regista napoletano nel mio personale pantheon, e a farmene accorgere c'è voluto il volto sul manifesto di un altro a cui manca forse poco per esservi ammesso, per quello che vale: basta solo che ripeta la prova d'attore di The Assassination of Richard Nixon e gli perdono pure il fatto che parla male della ex moglie Madonna! Sì, Sean Penn è di quelli che mi accorgo casualmente che mi piace, e mi stupisce pensarlo, ma mai quanto il fatto di ritenere Daniel Day Lewis il migliore in assoluto.
Ma quella faccia, quel volto, uno smaccato Robert Smith depresso, va oltre il semplice pensiero di aver proprio voglia di andare al cinema a vedermelo. Questo nuovo lavoro italiano dal gusto internazionale (spero che sia meglio dei Muccino!) mi fa venire in mente il Robert Smith originale (che c'entra nulla col film) e a tutto il tempo trascorso dal mio primo ascolto di In Between Days. Ad amici con cui l'ascoltavo che si torturavano i capelli di lacca e gli occhi di rimmel. Ai loro vestiti neri, e alle visite all'Inferno, negozio di Torino, dove li accompagnavo a comprare camicie con le croci in anni in cui odiavo questa città, la sua aria grigia e il suo corredo di tossici sotto i portici di via Po. Al fatto che dicevo che mai e poi mai ci sarei voluto venire a vivere (davvero, mai dire mai). Che mi colpisce di più uno sguardo malinconico di uno sguardo sorridente, e dei primi non ne vedo molti in giro e sembrerebbe un bene, ma è solo perchè la malinconia la si nasconde, mentre è solo l'altra faccia della medaglia. Che se non puoi essere allegro allora tanto vale essere depressi, almeno sei qualcosa.
Che a lasciar liberi i pensieri, cazzarola, non sai mai dove vai a finire.

Talking Heads - This must be the place (live)

mercoledì 5 ottobre 2011

Anni sabbatici

La sveglia risuona di nuovo alle 7.50. La lascio risuonare, come sempre, e mi alzo in tempo per non riuscire a far nulla, perché sono pigro, perché mi piace dormire. Bere un caffè veloce, raccogliere le mie cose, uscire di casa, comprare pane e pranzo, e sigarette se mancano, e benzina se serve, mi porta via pochi calcolati minuti. Mi imbottiglio poi nella lunga coda di quanti escono dalla città per andare al lavoro. Incrocio nel viaggio, lento, l'altrettanto lunga coda di quanti in città vi entrano per gli stessi motivi, e ripenso nel mentre se non sarebbe il caso di scambiarseli i lavori -ne guadagneremmo in tempo e salute-, ma subito dopo ripenso frustrato che in effetti sarebbe un po' complicata come operazione, pensa che bello però!
Arrivo, dopo aver fatto lo stesso percorso, essermi fermato agli stessi semafori, aver cristonato contro le stesse mamme accompagna-il-bambino-a-scuola che lasciano l'auto in quarta fila.
Parcheggio al solito posto, risalgo sempre al terzo piano e mi risiedo alla scrivania, che è come l'ho lasciata, con ancora gli oggetti che avevo abbandonato pensando di non farmene più nulla. Mai dire mai, me li ritrovo invece, e i colleghi in ufficio sono gli stessi di allora, e i capi sempre loro, e il lavoro sempre quello, solo alcune facce nuove tra i dipendenti a cui ci si abitua presto. Qualcuno nello stabile che ospita altri uffici mi riconosce e scherzando mi chiede se ho finito le ferie. Massì, facciamo finta che sia andata così.

giovedì 29 settembre 2011

Nelle mani di Gordon Gekko




Mentre in Italia sui canali Raiset si intervista lo Zio Michele, in Gran Bretagna alla BBC.........

martedì 27 settembre 2011

Chi rompe paga

Voi mi volete far parlare di Berlusconi, ma io, scusatemi tanto, non ho più voglia di parlare di Berlusconi, ché qua il problema non è più Berlusconi, ché negli anni e nel tempo ne ho già detto qui e altrove tutto il male possibile, ma non per quello che lui è, che alla fin fine non ci ho mai mangiato assieme e dunque non posso dire di conoscerlo, ma per tutto quello che poteva produrre un personaggio come lui, anche solo a conoscerlo a distanza, per quel che si vedeva e per quel che se ne diceva, non solo da quei cattivoni di Biagi e Montanelli, o da quegli altri di Repubblica o di Avanzi, ma pure dagli amiconi del Giornale o nel Parlamento, tutte cose che non ci voleva tanta scienza a capire e che poi hanno puntualmente finito per produrre questo escremento di Paese che ci ritroviamo oggi (toh, la pensiamo uguale, ma per motivi diversi).
Che, ve lo devo dire, a me Berlusconi sta sulle scatole praticamente dalla prima volta che ne ho sentito parlare, e la prima volta che ne ho sentito parlare è stato per via del suo ingresso nel mondo del calcio (che all'epoca di televisioni mi importava davvero poco e in politica lui non c'era ancora entrato direttamente), un ingresso prepotente e già cafone (min 0.43) con elicotteri e cavalcate delle valchirie e miliardi su miliardi di lire buttati sul mercato per accaparrarsi pure chi non gli serviva affatto, così, tanto per non lasciarlo alla concorrenza, la qual cosa (lo strapagare chi pensava potesse servirgli) si capiva subito che non era una gran bella cosa, perché poi tutto sarebbe andato ad aumentare per potergli stare al passo, aumentare dentro e fuori dai campi, perché a un potere forte è naturale che vengano a contrapporsi altri poteri forti, e si innesca un meccanismo che poi non si sa mica dove può portare, ma qualche idea ad esempio dalle parti di corso Galfer credo se la siano fatta, ora. Certo non gli puoi imputare pure questo, lo schifo di calcio che ci ritroviamo che fra tutte le cose è poi il meno, sto esagerando mi direte, e invece ve lo imputo e esagerando forse sì, ma in natura è tutto un causa ed effetto, ad azione corrisponde reazione, e se è vero che la farfalla batte le ali qui e scatena un uragano là allora è anche vero che se la butti tutta solo sul potere dei soldi quello che ne può venire è solo una montagna di merda: quello che ha combinato nelle televisioni e nel calcio lo ha poi ripetuto in politica, paro paro, ma senza vincere la Champion's League.
Ma comunque, nonostante le vostre insistenze, io non voglio parlare di Berlusconi, o meglio non vorrei parlare di Berlusconi ora, adesso, perché si è già detto tutto e il contrario di tutto negli anni, ma soprattutto perché a me sta sulle balle l'indignazione a comando, quella montata ad arte da chi gli si contrappone per arrivare a farlo fuori finalmente, il che sarebbe cosa buona e giusta, non fosse però che gioca sulle spalle di noialtri. Ora che il manicomio è in mano ai pazzi e il burattino ha da tempo sganciato i fili, chi a suo tempo ne ha permesso l'ascesa ne vorrebbe al più presto la caduta; dunque tutti a dargli contro, industrialotti e borghesucci e pretacci e pure quel resto di mondo che fino a non molto tempo fa ne tollerava la cafonaggine, ma prova che ti riprova quello non casca, e per cui anche in questo girotondo la soluzione è nel finale: tutti giù per terra, e in quei tutti -cazzarola- ci stiamo pure noi, anzi, ci stiamo più di tutti noi.
E quindi lo capisco, ve ne do atto, che qua pure se non hai voglia di parlare di Berlusconi, finisci per dover parlare di Berlusconi, perché alla fin fine è tutto ma proprio tutto legato alla sua figura (soprattutto alle sue figure), e questa storia dell'Italia fatta andare a rotoli non smetterà finché non si sarà levato di mezzo, gli attacchi all'Italia continueranno, il marcio (quello sacrificabile) verrà sempre più a galla e quindi, viene da pensare, prima se ne va prima finisce 'sta faccenda. Ma a me vien da dire, porca zozza, che voi, industrialotti e borghesucci e pretacci della malora ce l'avete messo lì, e a voi ora tocca schiodarlo da lì, ché noi quello che si doveva dire lo si è detto e quello che si doveva fare lo si è fatto, e il problema adesso, per noialtri, non è più Berlusconi, ma siete voi e il vostro cervello all'ammasso pronto a pensare, appena quello casca, che mai e poi mai siete stati berlusconiani, e mai e poi mai avete creduto in quella rivoluzione liberale da barzelletta, e mai e poi mai e poi mai lo avete difeso. Io lo so, vi conosco, siete fatti così, ma non ci provate nemmeno, quando fra non molto tutto andrà in malora e per rimettere in sesto la baracca saranno lacrime e sangue e tagli e privatizzazioni e diritti azzerati e pensioni negate, a dire che "siamo tutti sulla stessa barca": chi rompe paga, porca puttana. E i cocci sono suoi.

lunedì 26 settembre 2011

I miti non muoiono mai

La notizia mi ha spiazzato: giuro, non avevo mai preso in considerazione l'ipotesi che Sergio Bonelli potesse morire! Per qualche secondo, mentre scorrevo veloce tra le righe sullo schermo, è stato come se mi stessero dicendo che era mancato Tex Willer o, per rimanere a un personaggio da lui ideato, Zagor, lo Spirito con la Scure. E mi ha stupito ancor più leggere della sua età, 79 anni, mio padre, praticamente.
Giuro, per me Sergio Bonelli ha sempre avuto una età indefinita, mai saputa con certezza, forse perchè l'ho sempre raffrontato a suo padre Gianluigi, il creatore di Tex, e un figlio rimane per sempre giovane nella memoria: la mente gioca strani scherzi, quando ci si va a incastrare. La mia, di memoria, porta con sé innumerevoli ore trascorse a comprare, leggere, scambiare, catalogare, custodire, rileggere e vendere quei libretti che devono proprio a lui il formato che porta il suo nome. Ho divorato, come chiunque della mia generazione, per tutta l'infanzia quintalate di Tex, Zagor, Mister No, Comandante Mark, Piccolo Ranger, Un Ragazzo nel Far West, per poi passare oltre, nell'adolescenza, a Martin Mystérè, Dylan Dog, Nathan Never e tutti gli altri. Ho ancora, e guai a chi le tocca, le bellissime saghe della Storia del West e di Ken Parker, forse le cose qualitativamente migliori pubblicate dalla sua casa editrice assieme allo sfortunato esperimento di Orient Express e alle collane Un Uomo un'Avventura e I Protagonisti, tentativi di entrare nel mercato del fumetto d'autore, oggi ricercatissimi dai collezionisti fumettari. Tentativi che era giusto fare, per quanto si discostassero leggermente dalla filosofia di casa Bonelli: in fondo il loro prodotto era e rimane strettamente popolare (inteso come comprensione, non come tasche), per quanto di livello decisamente alto se si fa un confronto qualità/prezzo.
Ecco, all'inizio ho detto che non riuscivo a crederci che potesse essere morto, e la cosa a pensarci non mi stupisce più di tanto. I miti non muoiono mai veramente, Sergio Bonelli per me lo era già.

giovedì 15 settembre 2011

Oggi son pieno di lassmesté!

Ragazzi, questo è un Paese destinato ad andare in vacca, ma non perché in giro ci siano cattivoni in cravatta e maniche di camicia che spostano soldi e titoli a seconda del fatto che un tizio settantacinquenne erotomane e liftato dica "a" piuttosto che "b" (va beh, magari pure per quello), ma perché in questo cacchio di Paese a forma di stivale una percentuale altissima delle persone che lavorano si ritrovano a fare un qualcosa per cui non sono minimamente portate e di cui in ultima analisi gli importa una sega! La professionalità in questa italietta è morta e sepolta, il lavoro è visto come un qualcosa che ci si è ritrovati a dover fare, ma a cui dedicare il minor dispendio di energie possibili. Devo dire che la maggioranza in questo secondo aspetto riesce benissimo, almeno a giudicare da come vanno avanti oggi le cose. Una volta uno aveva un mestiere, nella maggioranza dei casi qualcosa che si era scelto e per cui si sentiva portato. Oggi i mestieri non esistono più e se ci sono sono fatti da gente che vorrebbe/dovrebbe tanto occuparsi di altro.
Prendi i meccanici per esempio. Io andavo da uno che purtroppo oggi è a godersi la meritata pensione ed è un peccato (andava quantomeno prima clonato), perché davvero non ne trovi più di gente che non avevi nemmeno finito di spegnere il motore dell'auto che già ti diceva che difetto aveva. Oggi vai dal meccanico come dal salumiere: fammi questo, fammi quello, ti controllano col computer se i valori sono a posto, il computer dice che i valori sono a posto e finita lì. Poco importa se la macchina continua a non andare e magari alla fine è solo un problema di, che ne sò, un cavetto delle balle da sostituire. Il mio vecchio meccanico magari non mi faceva neanche alzare il cofano, questi di oggi capaci a sostituirti il motore!
O i medici della mutua? Oddiomadonna i medici della mutua! Ecco, lì ci vai come dal meccanico ma senza il computer. Per qualsiasi stronzata ti bombano di antibiotico senza preoccuparsi dell'etimo della parola, ti prescrivono diecimila esami inutili giusto per sentirsi a posto (loro, non tu) e escludono qualsiasi motivazione che esuli dal malessere fisico. Provate a dirgli, ad esempio, che vi siete ammalati per questioni emotive, perché magari state facendo una vita di merda stressante e noiosa e non ce la fate più: vi guarderanno come alieni appena sbarcati sulla terra! No, per il medico della mutua esistono corpi che si ammalano, punto e basta. Robe di virus, batteri, robe così. Che tu abbia anche una mente o persino dell'altro che potrebbe "ammalarsi" non è tenuto minimamente in considerazione: per questi distributori semiautomatici di pillole sono solo superstizioni, ovviamente.
E poi tutta la marea di impiegati, professionisti, tecnici, che evidentemente lavorano tra un post su facebook e l'altro: ma a voi non capita, ad esempio, di sentirvi dire al momento dell'accordo "tutto bene, tempo tot e tutto è a posto!", per poi vedere i tempi mai rispettati e il "tutto bene" trasformato con l'aggiunta di "per modo di dire"? In questa Italia del cazzo i pacchi non ti arrivano mai in tempo, nonostante la formula garantita ventiquattro ore; se la tua linea del telefono non funziona non c'è nessuno che ti possa risolvere il problema, salvo cambiare gestore per litigare con qualcuno diverso; farti allacciare il gas è una impresa degna di Ulisse; per ottenere qualcosa dall'asl devi parlare con tre persone diverse che ti diranno tre cose diverse ed è un miracolo che alla fine riesci ad aveve quello che volevi (con tempi biblici, ovviamente). Nello scaricare le responsabilità ad altri, beh in quello sì, in quello sono tutti molto bravi!
Epperò una volta non era così, almeno mi pare (occavoli, era già così? Sto invecchiando!). Forse non era proprio un posto meraviglioso dove vivere, gente che tirava a fregarti ce ne è sempre stata, ma almeno una volta mi sembrava ci si facesse più remore, c'era più gente di cui potersi fidare, gente che ci teneva di più alla propria faccia. Ho l'impressione che oggi per la maggioranza l'unica faccia che conti sia quella sul libro, dove conti amici, dici mi piace, metti faccine, inoltri minchiate.......

N.E.R.D. - Wonderful Place

martedì 13 settembre 2011

Nessuno tocchi Madonna, parte seconda



(La parte prima sta qua)


Come ormai noto anche alle pietre sordomute, pare proprio che la nostra italietta sia lì lì per andare in default. Sì insomma, per andare in bancarotta, o se preferite in fallimento, o se capite meglio per andare alla malora: insomma, per andare del c..o (oh, lah!)!. In questa situazione ci si aspetterebbe che chi tiene in mano i fili di questo disgraziatissimo Paese corra ai ripari, che politici e scaldasedie lavorino giorno e notte per cercare di evitare quello che ormai sembra inevitabile, che insomma almeno ora, che tutto sta andando a ramengo, si diano finalmente da fare, non dico per noialtri, ma cazzarola almeno per loro stessi. Voglio dire, io se fossi al posto loro penso mi (con rispetto parlando) cacherei in mano, non fosse altro per il rischio di venire poi, a disastro avvenuto, inseguito coi forconi (altro che monetine questa volta!). Penso che non dormirei la notte, a pensare a bund e spread e btp e alla cavolo di speculazione e allo stivale che va sempre più a fondo pure per colpa mia. A che pensano invece i nostri (si fa per dire) baldi delegati filoguidati pidiellini? A pigliarsela con Madonna! No, non la Madonna, ma proprio Louise Veronica Ciccone in arte Madonna che si è permessa di dire una frasetta sul nostro puttaniere preferito: "Cosa penso di Berlusconi? L'Economist ha già detto tutto." Apriti cielo! La Carlucci, la Santadeché e Giovanardi (mioddio, Giovanardi: ma che abbiamo fatto di male?) a fare dichiarazioni una più idiota dell'altra.
Sarebbe bene che invece di prendersela con Madonna (mai prendersela con Madonna), cominciassero ad invocarla perchè interceda per loro. Quell'altra però, quella a cui pensiamo noi tutti i giorni in genere ad alta voce preceduta da un termine che piace tanto al loro adorato capo: se va come sembra ne avranno bisogno.

Madonna - Beautiful Stranger

domenica 11 settembre 2011

Torino rules

Che poi alla fine resto un tifoso, tranquillo, pure sportivo penso, ma pur sempre un tifoso. E allora sono soddisfazioni da poco, ma mi inorgoglisce sapere che la squadra per cui tengo, nella città in cui vivo, si rende protagonista di un qualcosa che potrebbe diventare uno spartiacque nella storia calcistica italiana. Non è stata la Juventus il primo club in Italia, bisogna dirlo, a dotarsi di uno stadio di proprietà. Per prima ci fù la Reggiana quindici anni fa con lo stadio Giglio, è però senz'altro la prima a sposare una filosofia che da noi non ha mai preso piede, ma che all'estero, Inghilterra e Spagna in testa, adottano da decenni: rendere lo stadio un luogo di aggregazione, un centro polifunzionale in grado di inserirsi nel contesto urbano non solo per meriti sportivi e restituire così alla città un quartiere per certi versi problematico.
Oggi si è giocata la prima partita ufficale nel nuovo impianto e l'impressione all'ingresso in campo delle squadre, a chi pure non la vedeva dal vivo ma su uno schermo come me, era di star guardando la Premier League. I tifosi a pochi metri dal campo, come altri in Italia, con poche barriere a dividere, non sono una novità per noi, ma vanno nella direzione giusta: responsabilizzare lo spettatore rendendolo più partecipe dell'evento; relativizzare quello che in fondo è solo e resta uno spettacolo sportivo; riportare famiglie e bambini a godersi la gara. L'esordio è stato da ricordare: bella partita, larga vittoria, tifosi entusiasti e forse increduli per il regalo che la squadra ha fatto non solo a se stessa ma anche a loro. C'è da augurarsi che si continui così, che i tifosi arrivino a pensare allo stadio come alla propria "casa" e a trattarla con il rispetto che merita.
Torino città aggiunge un nuovo primato alla sua lunga lista (da sempre qui nascono nuove cose che poi trovano miglior fortuna e valorizzazione da altre parti), e conferma la sua vocazione ad essere propositiva non solo per sè, ma anche per il resto del Paese. Vedremo. Speriamo.

mercoledì 7 settembre 2011

Il primo e ultimo

Siccome negli ultimi due mesi ho dovuto macinare in solitudine chilometri su chilometri tra Torino e Cuneo per questioni per niente simpatiche, e siccome la musica rimane pur sempre un buon modo per distogliere la mente, condiderato che novità musicali apprezzabili in questo momento non me ne sono giunte all'orecchio, ne ho approfittato per saturare il lettore mp3 dell'auto con la sola discografia dei Beatles, per intero, pure le registrazioni dell'Anthology, il live alla Bbc, e chi più ne ha più ne metta. Non pago di ciò, nel poco tempo libero e sempre per distogliere la mente, ho pure setacciato qualche libreria alla ricerca di materiale sull'argomento, ho trovati alcuni volumi interessanti, li ho comprati e letti e, per completare l'opera, una volta riavuta la possibilità di navigare nell'internet, ho pure cercato roba sul tubo.
Tranquilli, ho finito. Oggi, per la prima volta da due mesi, in macchina ho ascoltato altro, per cui il periodo è passato e ne posso tirare le somme, vale a dire che qua sotto trovate la mia personalissima classifica dei loro brani, i dieci pezzi che più mi piacciono in ordine di pubblicazione.

1. Norwegian wood (Lennon) - Rubber Soul 1965
2. We can work it out (Lennon/McCartney) - singolo 1965
3. Eleonor Rigby (McCartney) - Revolver 1966
4. She said, she said (Lennon) - Revolver 1966
5. Rain (Lennon) - singolo 1966
6. A day in the life (Lennon/McCartney) - Sgt. Pepper's..... 1967
7. I am the walrus (Lennon) - Magical Mistery Tour 1967
8. Strawberry fields forever (Lennon) - Magical Mistery Tour 1967
9. Helter skelter (McCartney) - The Beatles (White Album) 1968
10. Something (Harrison) - Abbey Road 1969

P.S
Sì, ho escluso quasi tutto il periodo della beatlemania (non che non mi piacciano i brani dei primi anni, ma preferisco quelli successivi); sì, lo so che per convenzione i brani erano tutti firmati Lennon/McCartney (ma ormai la paternità la si conosce di tutti, per cui tanto vale dirla); sì, mi sono accorto che sette brani su dieci sono di John Lennon.
P.S.2
E' il primo e ultimo post in cui faccio una classifica. Forse.

The Beatles - Free As A Bird

lunedì 5 settembre 2011

Lavooraatooriii!

Tempo fa una notizia riportante quello che stanno facendo allo Statuto dei Lavoratori, pulircisi il di dietro, praticamente, mi avrebbero fatto incazzare come una bestia. Mi ci sarei rovinato la giornata. Avrei inveito contro 'sto governo di incapaci capitanati da una schiera di vecchietti rimbambiti; contro i sindacati gialli volontariamente piegati a novanta; contro la finta opposizione parlamentare erroneamente denominata "sinistra"; contro industriali in gonnella o in maglioncini blu che chiedono sempre di più, sempre di più; contro quella parte di beoti che abita lo stivale che li ha mandati a decidere per tutti; contro l'altra parte altrettanto beota che continua ad andare avanti come niente fosse. Avrei dato fondo a tutta la mia nutrita riserva di bestemmie in due dialetti e tre lingue diverse. Me le sarei gustate pronunciandole, scandendone le parole per farle arrivare meglio, usando toni diversi a seconda dell'indirizzo, consapevole che sarebbero state merce di scambio utile a calmarmi i nervi e pacificarmi l'animo.
Oggi no. Sul serio, non mi fa incazzare. Voglio dire, cosa ci si poteva aspettare? E' la naturale evoluzione di un discorso cominciato anni addietro che oggi va a compimento (guardatevi una limitata cronologia). Oggi c'è poco (anzi molto) da fare. Scioperare, certo, chi può farlo, ma il punto è tale che anche chi può farlo oggi è talmente ricattato, o talmente impegnato a cercare di sfangarla, da non avere forza sufficiente a portare avanti alcunché. Si può però, e questo può farlo chiunque a suo modo, ricominciare a dire di no. Dire di no a lavori di merda sottopagati, agli stage (parolina magica degli ultimi anni) spremineodiplomati, alle giornate di prova non retribuite, agli straordinari non retribuiti, ai telelavoro fregatura, ai call center, ai part time del cazzo, a tutte quelle formule contrattuali in cui ci hanno ingabbiato. Dire di no alle richieste non giustificate, come ad esempio informare l'azienda della propria volontà di scioperare o di essere iscritto a un sindacato. Dire no a qualsiasi cosa vada contro il proprio interesse personale, ricordarsi che qualsiasi concessione fatta da chiunque a un padrone (usiamolo 'sto cazzo di termine) va a danno di tutti i dipendenti, anche di altre aziende. Dire no a tante piccole grandi cose che quotidianamente si concedono sul luogo di lavoro, anche se non si è affatto tenuti a farlo: scegliete voi, pensateci, sono certo le troverete.
Costa fatica, lo so, e non sempre ve lo potete permettere, avete moglie-figli-famiglia-paura del futuro-un mutuo-la macchina a rate-le bollette da pagare-le ferie da programmare-tutti gli ammennicoli che riempiono lo spazio della vostra (breve) esistenza da comperare, ma pensateci, pensateci su bene, sono certo che una soluzione la troverete per salvaguardare la vostra dignità. Che di questo si tratta. Non ve ne siete accorti?

giovedì 25 agosto 2011

Il terzo dei quattro

Avevo un compagno di scuola delle superiori (mio dio, già trenta anni fà!) che i Beatles li ascoltava costantemente, grazie al padre, decisamente giovane, che aveva tutti i dischi. Ne parlava sempre. A noi che li conoscevamo ovviamente, perchè trovatemi uno che non ha mai sentito una canzone dei Beatles, ma che ascoltavamo tutt'altro (all'epoca più che altro cantautori, Pink Floyd, Police) suonava strana la cosa, nel senso che nel nostro immaginario di quattordicenni il gruppo di Liverpool apparteneva al passato remoto anche se erano trascorsi solo undici anni dal loro scioglimento, e per questo lo prendevamo un po' in giro. D'altronde era di quelle cose non vissute direttamente, nel senso che non se ne poteva avere ricordo personale per questioni anagrafiche, un po' come lo sbarco sulla luna, e dunque era difficile che potessimo elevarli a miti e tantomeno comprenderne la genialità, per cui non avendo genitori illuminati e possessori di buona musica da tramandarci, avevamo dovuto partire nelle scoperte musicali per conto nostro, quindi da vicino. Beh, a distanza di anni un po' lo invidio, quel mio compagno delle superiori, più che altro per i vinili originali dei Fab Four che prima o poi si ritroverà per le mani!
So che è rimasto un fan sfegatato del quartetto più famoso del mondo, ragion per cui sarà contento di vedere il documentario che Martin Scorsese ha girato a dieci anni dalla morte di George Harrison, quello che è sempre stato considerato a torto il terzo del gruppo, dietro i più prolifici John Lennon e Paul McCartney (sulla cui vita e morte, anche di Paul, si è già detto e scritto di tutto), e prima del sempre troppo sottovalutato Ringo Starr. Immagino non sarà l'unico ad esserne contento.

George Harrison - Living In The Material World (Martin Scorsese's movie trailer)


domenica 21 agosto 2011

Jusqu'ici tout va bien...

Io poi di economia ci capisco nulla e sarà per quello che non ci ho un euro che m'avanza, il che di questi tempi è utile, nel senso che non ce l'hai da perdere, e allora puoi pure permetterti il lusso di guardare con un minimo di disincanto a questo gran bailamme che è ancora in corso di borse che cascano, miliardi che fumano, manovre e contromanovre per raddrizzare il timone della nave che il nostro baldo ministro economico chiama simpaticamente Titanic. Che poi a me più che il Titanic (inteso come film, dato che siamo figli di una cultura mediatico-visiva e la Storia è filtrata da Hollywood) la situazione richiama alla mente La Haine (questa parte qui, la Storia di un Uomo che Cade da 50 Piani), un po' perchè a Di Caprio preferisco tutta la vita Vincent Cassel, e un po' perchè gli happy endings vanno bene al cinema e solo al cinema, ché nella vita reale tutto si può dire tranne che i finali siano happy (anche se il film di Kassovitz non è che finisca proprio bene).
No, nella vita reale le cose in genere vanno in vacca, tutte le cose, pure quelle che per lungo tempo si è portati a pensare che vanno bene. Il perché è presto detto, ma ve lo risparmio, ci arrivate da soli, e poi oggi è una bella calda giornata di sole senza traffico e adesso si è pure alzato un venticello gradevole a spazzare via l'afa e i servizi terroristico-catastrofici con cui i telegiornali ci ammorbano da anni ogni volta che la temperatura sale un pochetto di più (cari signori giornalisti, la chiamano estate, e faceva caldo pure quando avevate i calzoni corti e le ginocchia sbucciate: ricordate?). Per cui per qualche ora metto da parte i problemi dell'ultimo mese (gli unici per cui posso fare qualcosa), mi lascio scivolare addosso i problemi delle borse e dei governi (per cui non posso fare proprio nulla), mi godo il sole e il venticello e la birra fresca e cerco, per quanto mi riesce, di allontanare quel pensiero che ogni tanto arriva: a che piano saremo arrivati?