mercoledì 24 dicembre 2008

Sdolcinato post

" Lo sai che più si invecchia, più affiorano ricordi lontanissimi", cantava Battiato anni fa, e aveva ragione, capita questo. Che in circostanze particolari, come può essere il Natale, i ricordi riaffiorino spontanei e ci si stupisce per la loro lontananza nel tempo. Rivedersi, in quella età felice fino ai nove anni trascorsi in un paese di montagna, montagna del sud, nel letto a guardare ammirato le luci intermittenti dell'albero appena fatto, mentre fuori la neve ovatta anche i pochissimi rumori che arrivano e l'odore del camino si spande per le stanze, anche se ricordare gli odori è operazione difficile, ma con sforzo si riesce anche in questo. Stupirsi, di quanto sia vivido questo ricordo in sè insignificante, ma che si sa essere fatto di gioia pura, e alla fine comprendere come i ricordi spontanei, quelli nati dal nulla e tornati alla mente solo per associazioni non cercate, ricordi sia di gioia che di dolore, diano la dimensione del vivere. Non è vero che vivere di ricordi sia un male, spesso sono il racconto di una esistenza comunque vissuta. Chi non ha memorie e ricordi alla fine non ha vissuto, credo.
Bah. Sciocchezze natalizie, in fondo.
Avrei voluto fare un post contro la retorica del Natale e invece mi ritrovo a farne uno che esalta questa retorica, ma è piacevole rendersi conto di essere in grado di cambiare idea, anche in corsa, seguendo quello che si ha dentro. E allora continuo, e anzi esagero: faccio anche gli auguri.
Auguri a quanti credono, in qualsiasi cosa, perchè fa bene all'anima, e a quanti invece non credono più a nulla, meschini.
Auguri al barbone che ho incrociato oggi pomeriggio, mentre si preparava il ricovero per la notte, a cui non ho regalato nulla, perchè la fretta non fa vedere e non fa pensare, anche se quasi ci inciampi dentro.
Auguri a chi lotta, ognuno a suo modo, perchè lottare fa rimanere vivi, e auguri a chi ha smesso di lottare, perchè se è una scelta ponderata non può che essere giusta.
Auguri alla mia bellissima, che mi rende felice e che mi ricorda con la sua presenza chi sono, e auguri ai miei, che forse non mi hanno mai capito, ma che mi hanno sempre aiutato, e che con la loro presenza mi ricordano da dove provengo.
Auguri al nuovo imperattore del mondo (non è un errore la doppia t), Barack Obama, compito ingrato lo attende, che sappia recitarlo al meglio, e auguri anche a tutti i burattini messi a capo dei vari governi, hanno tutta la mia incomprensione.
Auguri a quanti si prendono sul serio e a quanti, di certo più simpatici, hanno il coraggio di ridersi addosso, auguri a quanti augurano buon solstizio invece che buon natale e a quanti non gliene importa nè di uno nè dell'altro.
Auguri a tutti quelli che leggono questo spazio, bloggers e quanti altri, non siete tanti ma siete giusti, ed era quello che mi auguravo foste. Non conosco nessuno di voi personalmente, ma a leggervi è come se ci si fosse sempre conosciuti, ed è una bella cosa.
A me, perlomeno, piace.
Auguri.

lunedì 22 dicembre 2008

Chiedi chi erano i Pogues

Oddio, proprio bello non lo è mai stato, anzi. Shane MacGowan nel panorama musicale è da annoverare tra i front-man più brutti della storia, più che un cantante sembrava un personaggio disegnato da Robert Crumb. Aveva però quella voce roca il giusto, e quell' aria da irlandese orgoglioso e sbevazzone che ce lo rendeva comunque simpatico, e con lui tutta la sua band, the Pogues, esportatori di quel filone irlandese che anni fa andava tanto di moda, specie fra i sinistroidi musicanti. Senza di loro i Modena City Ramblers probabilmente avrebbero dovuto adattarsi a suonare polke e mazurke (e sarebbe stato meglio) e tante serate in piccoli pub pseudo irlandesi non avrebbero avuto modo di esistere.
L'avevo perso di vista anni fa. Avevo letto di una rottura col gruppo e della continuazione in uno Shane McGowan and the Popes, nuovo gruppo del nostro, che però non sono mai andato a cercare, anche perchè mi era parso triste il giocare fra l'assonanza dei nomi Pogues e Popes. Odio vedere il declino di qualcuno che mi ha fatto passare belle serate, mi intristisce veramente.

In quello che da qualche tempo è diventato il nostro mi ci sono imbattuto per caso, navigando a muzzo sulla rete (chi vuole può andare a cercarlo qui, o qui, oppure qui).

Non è stato piacevole. Non è un bello spettacolo vedere quanto l'alcool può devastare una persona, ma c'è da dire che più che disgusto provoca una tristezza infinita.

Il pezzo sotto è di qualche annetto fa. A suo modo premonitore.

The Fairytale of New York- The Pogues

martedì 9 dicembre 2008

Pre(tele)visioni

Come preannunciato stasera nevica anche sulla città della Mole. Ormai le previsioni del tempo non sbagliano manco a pagarli, riescono a dirti pure l'ora precisa in cui un dato evento meteo si verificherà e non so perchè, ma a pensarci preferivo i tempi in cui il Colonnello Bernacca citava anticicloni delle Azzorre e venti moderati da nord-est per concludere che sì, forse, è probabile che piova ma anche no: insomma aspettate domani e lo scoprirete da soli!
E' come se ci avessero levato quel particolare piacere dell'incertezza, che magari scocciava in caso di maltempo ma che ti faceva anche godere delle giornate di sole inaspettate, magari in pieno inverno (capita) dove è meno probabile e proprio per questo più piacevole. Oggi con una settimana di anticipo ti avvertono che ci sarà freddo gelido per tre giorni poi una breve pausa poi ancora freddo poi finalmente sole ma solo per un giorno. E che palle! Come posso dire Wow! Nevica! se sapevo già da due giorni che lo avrebbe fatto? Guardo fuori dalla finestra e dico: "Nevica, come avevano detto". Non è proprio la stessa cosa.
Che poi chissà come mai ad ogni nevicata si ripetono le stesse scene, traffico in tilt e autostrade paralizzate. Bah!
C'hanno tolto dunque il piacere dell'inaspettato e in cambio ci avvisano di tutto quanto, tutto quello che non serve ovviamente. Ad esempio dello sconquasso economico finanziario di questo disgraziatissimo 2008 mica c'avevano detto nulla. Sì qualcuno lo aveva detto, qualche bravo analista finanziario si era azzardato a dire in tempi non sospetti che prima o poi ne avremmo visto delle belle, ma chi ci ha fatto caso? Nessuno o quasi li ha presi sul serio visto che gli organi ufficiali, così bravi a prevedere nebbie e venti forti, non ne hanno mai fatto parola. E questa non era una cosa che metti guanti e berretto di lana e l'hai risolta, questa se va avanti così ti leva sia i guanti che il berretto! Era così imprevedibile? Credo proprio di no.
Comunque sia, visto che appena nevica, nonostante il largo anticipo con cui ci avvertono dell'evento, le città e le autostrade riescono ugualmente ad andare in tilt, tanto vale sostituire le previsioni del tempo con più incerte ma proprio per questo più gradevoli previsioni astrologiche: invece del meteo, l'oroscopo. Serve a un cazzo uguale, ma vuoi mettere Alessandra Canale col colonnello Guido Guidi?

giovedì 4 dicembre 2008

John Lennon - Working Class Hero

Rouge at work

Illustrazione di Enki Bilal
Buffa cosa. Sono passato da una situazione di zero lavoro, con il mancato rinnovo del contratto praticamente certo, al fare due ore di straordinario al giorno (e va avanti da tre settimane).
Per carità, non è il caso di lamentarsi visti i tempi, anche se lo si potrebbe fare tranquillamente, dato che questi tempi non credo li abbiamo creati noialtri, eppure ci tocca subirli.
Tutto questo per dire che prosegue l'esilio forzato da questi spazi, sperando di ritornare a un ritmo più normale in breve tempo. Per ora tocca faticà!

lunedì 24 novembre 2008

Depeche Mode - Enjoy The Silence

No time, no space

Riemergo per un attimo, il tempo di ringraziare pubblicamente Progvolution per il premio Dardos che mi ha assegnato. Dato che non vinco mai nulla la cosa fa piacere. Grazie.
Per il resto in questo periodo ho avuto poco tempo, non solo da dedicare a questo spazio ma anche in generale, giusto quello che abbisogna per pararmi da qualche colpo che arriva dal fronte lavorativo, dove all'incertezza della continuità si è aggiunta la pesantezza della giornata. Insomma, o si lavora niente o si lavora troppo. Ma va bene, in tempi di crisi bisogna far buon viso a cattiva sorte, dicono, anche se non ne sono poi molto convinto. Ad ogni modo, a presto. Per il momento mi godo ancora un po' di silenzio.

giovedì 13 novembre 2008

Good news, bad news

Stamattina apro il giornale e cerco una buona notizia. Anche piccola, non fondamentale, mica qualcosa che indichi un cambiamento di rotta o di tendenza, ma che sia buona veramente. Una qualunque, ma che non derivi da una cattiva, come il fatto che dieci vigili a Parma verranno indagati per il pestaggio del ragazzo ghanese avvenuto questo settembre, o il fatto che un trapianto di midollo osseo pare abbia fatto scomparire i sintomi dell’Hiv di cui era affetto il trapiantato, oltre alla leucemia ovviamente (proprio un concentrato di sfiga) (qui). Questa sembra esserlo, e lo è sotto certi aspetti, ma deriva comunque da qualcosa di tragico e non è quello che cerco.
Leggo il giornale da cima a fondo e non trovo nulla, ma proprio nulla che possa essere indiscutibilmente una buona notizia. E’ un elenco interminabile di allarmi sociali, furbizie all’italiana, crolli economici e tentativi di salvataggio, episodi di cronaca nera, situazioni torbide, scandali e faccende inutili: a qualcuno frega che Angelina Jolie e Brad Pitt si incontravano mentre lui era ancora sposato con Jennifer Aniston?
Insomma niente di niente.
Trovo pure notizie inquietanti, come quella relativa a Buffon, il portiere della Juventus e della Nazionale. A quanto pare il Gigi qualche anno fa attraversò un periodo di depressione durato circa sei mesi (dilettante!), da cui si riebbe anche grazie all’aiuto di una psicologa. Ma poi il periodaccio è passato e lui ritorna quello di sempre (qui).
Ora, siccome da tempo le notizie le leggo solo più tra le righe (quello che c’è realmente scritto è solo inchiostro sprecato, vale molto più quello che avrebbero voluto scrivere), il messaggio è che in fondo pure uno ricco bello e famoso, nonostante abbia tutto e possa permettersi tutto, può andare in depressione. Ne deriva che te che non sei né ricco né bello né tanto meno famoso e hai tutti i sacrosanti motivi per andarci, in depressione, che ti preoccupi a fare? Tranquilli, se ne esce, magari non ti sposi la Seredova e non diventi campione del mondo, ma se ne esce.
Compito a casa.
Scrivere cento volte: non devo comprare più il giornale, non devo comprare più il giornale….

domenica 9 novembre 2008

Salti temporali

Il tempo dicono sia galantuomo. Non lo so, ciò che è certo è che è impalpabile. Ovviamente siamo consci della sua esistenza, ma non ne abbiamo l'esatta percezione nel momento in cui scorre, e difficilmente ci fermiamo a riflettere sui cambiamenti. Questi, il più delle volte, sono costanti nella loro lentezza e vengono assimilati a poco a poco, senza che ce ne rendiamo realmente conto. Se per esempio ci addormentassimo una sera e al risveglio fossero passati una ventina di anni invece che le canoniche otto ore, credo che più di uno tra noi rimarrebbe quanto meno interdetto, se non impazzisse del tutto, nel constatare il mutamento che è avvenuto. Non solo guardandoci allo specchio, dove avremmo lo spettacolo triste di vederci nel migliore dei casi con qualche capello bianco in più e un po' di rughe qua e là (a qualcuno senz'altro andrebbe molto peggio), ma anche nel ritrovare il mondo circostante apparentemente sempre lo stesso, ma con una miriade di particolari che la sera di venti anni prima non c'erano e che invece oggi fanno parte del vivere quotidiano, a cui ci siamo lentamente ma inesorabilmente assuefatti.
Penso a sciocchezze, come magari constatare come le auto che circolano oggigiorno siano tutte aumentate di volume (si spera anche in sicurezza), come se per ridurre la claustrofobica senzazione che si prova circolando per città sempre più caotiche, si fosse dilatato lo spazio immediatamente attorno a noi, e chi più riesce a rubarne, magari infilandosi in suv enormi e scomodi da usare in città, più denota arroganza se non distacco dal resto del mondo. La ricchezza vent'anni dopo, per quanto riguarda il settore automobilistico, non si misura più in cavalli motore ma in metri cubi che si spostano, e difatti i meno ricchi hanno auto di dimensioni contenute e i più poveri si schiacciano a vicenda in affollati mezzi pubblici, riducendo a zero la distanza tra gli uni e gli altri.
Ci stupiremmo forse nell'osservare come tutto sia diventato più veloce, disumanamente più veloce. Tra il pensare una cosa e l'attuarla ormai passa il tempo di qualche click, della tastiera di un computer o di un telefono cellulare o di qualsiasi altro aggeggio elettronico, che se da un lato hanno migliorato il modo di comunicare o di fare qualsiasi cosa, dall'altro hanno tolto piacere alla stessa, piacere che il più delle volte derivava dall'attesa intercorsa tra il pensare-desiderare una cosa, muoversi per attuarla, attenderne i risultati. Oggi con un qualsiasi computer e un veloce collegamento ad internet si può avere accesso a una miriadi di fonti diverse. Se vent'anni addietro si aveva piacere di ascoltare un disco che non si possedeva, bisognava attivarsi per cercarlo, comprandolo o facendoselo registrare sulle oggi defunte musicasette. Poteva passare anche qualche giorno nella ricerca e nell'attesa, e quando alla fine si arrivava ad ottenere quanto desiderato, era una soddisfazione certo maggiore rispetto ad adesso, dove basta possedere un programma per scaricare musica da internet, digitare quello che si cerca e in pochissimo tempo, pochi minuti, fruire della ricerca. "Comodo, ma come dire, poca soddisfazione" era una frase di un brano dei Csi che a mio avviso inquadra benissimo le situazione. Tanto per continuare nell'esempio possiamo dire che abbiamo accesso a tutta la musica che vogliamo, ma questa è sminuita nel suo valore aggiunto, dato dall'averla desiderata e successivamente conquistata.
Per non parlare poi del modo di comunicare e di interagire con gli altri. Sul lavoro l'utilizzo delle e-mail, o di skype, messanger etc, ha portato dei vantaggi notevoli, potendo dare e ricevere informazioni in tempo reale anche con l'altro capo del mondo, ma ha anche portato a un sovraccarico di lavoro, reso sempre più veloce, togliendo spesso spazio alle riflessione su quanto si sta facendo e dicendo.
Se venti anni fa ancora c'era che scriveva lettere per comunicare con qualcuno lontano (e in questo gesto era naturale l'attesa di una risposta che poteva arrivare settimane sucessive, ma proprio per questo più desiderata), oggi si può farlo in quasiasi momento e luogo, grazie agli sms o alle mail appunto. Col risultato di banalizzare sempre più il contenuto, di ragionare sempre più a caldo e di bruciare emozioni e sentimenti, di vivere sempre più nel presente, ma senza avere reale coscienza di ciò che significa. Abituati lentamente al "tutto e subito" abbiamo smarrito il senso del passato, ma quel che è peggio del futuro, che è diventato sempre più prossimo e difficile da inquadrare.

In campo politico poi in venti anni abbiamo assistito a una reazione difficilmente immaginabile. Partiti da un mondo diviso per ideologie e culture, lo ritroviamo oggi globalizzato e appiattito su un "modello di cultura affabile, avvolgente, consumista, indifferente alla rinuncia e all'altruismo, dominato dal vedere" come teorizza molto bene Raffaele Simone ne "Il Mostro Mite: perchè l'Occidente non va a sinistra" (ed. Garzanti). In buona parte del mondo occidentale governa una neodestra che ha reso vive le peggiori paure di Toqueville , quando diceva ne La Democrazia in America che "se il dispotismo venisse a stabilirsi presso le nazioni democratiche dei nostri giorni(...) sarebbe più esteso e degraderebbe gli uomini senza tormentarli". E ancora il filosofo francese: "Vedo una folla inumerevole di uomini simili e uguali che girano senza tregua su sè stessi per procurarsi piccoli piaceri volgari, con cui si appagano l'anima. Ciascuno di loro è come estraneo al destino di tutti gli altri; i suoi figli e i suoi amici formano per lui l'intera specie umana; quanto al resto dei suoi concittadini li ha accanto ma non li vede".
In questo quadro la sinistra è quasi completamente scomparsa, non riuscendo a capire, al contrario della controparte, quanto le stava avvenendo attorno, e a non saper porre rimedio alla fuga dalle sue file. Da un certo punto di vista questa fuga è anche comprensibile, in quanto è certo più semplice lasciarsi avvolgere dal finto benessere elargito dalle destre attuali che non sforzarsi di portare avanti ideali che richiedono rinunce e sacrificio. Se ci guardiamo indietro si può ora vedere bene come abbiamo goduto di anni di vacche grasse, anche se non lo sapevamo, che ci hanno portati a pensare che tutto era anche alla portata dei ceti più bassi. Nessuno ci aveva fatto vedere l'altro lato della medaglia, fatto delle solite cose, sopraffazione e soprusi, con l'aggravante di aver ceduto diritti e conquiste, di aver smarrito la propria identità e di non sapere più a cosa aspirare.
Per chi si svegliasse dopo un sonno di venti anni e fosse di sinistra, sarebbe certo un tragico risveglio. Aver sognato in questi anni di poter addomesticare il Mostro, come ha fato una certa sinistra, di renderlo controllato e controllabile non può non apparire come un errore madornale. Riprendere le fila di un discorso interrotto è difficile ma bisogna provarci, senza sprecarsi in direzioni inutili, senza sprecare energie in questioni di poco conto.
Il tempo è galantuomo, dicono. Chissà se ne è rimasto abbastanza.

mercoledì 5 novembre 2008

Bastian contrario

Scusate ma siamo veramente al ridicolo. Ieri sono andate in onda su tutti i maggiori canali le dirette televisive sulle elezioni americane che manco quando le fanno in Italia. Ho intravisto (perchè non è che avessi tutta sta voglia di sentir parole) Veltroni passare da uno studio all'altro, manco fosse stato lui ad essere eletto, che se avesse dedicato tutte ste energie a fare una migliore opposizione in questi mesi, forse non ci ritroveremmo alla deriva democratica e istituzionale a cui stiamo assistendo. Non contento da bravo suddito organizza pure una festa per Obama (oggi a Roma, Piazza del Pantheon) che mi ricorda tanto le manifestazioni pro america dopo l' undici settembre, e spedisce lettere sia al nuovo presidente che allo sconfitto McCain (qui).
Oggi è tutta una speranza, tutto un che bello Obama, che bravo Obama, Obama che rifiuta le lobby (bah, è finanziato dai soliti nomi oltre che da varie banche europee e da note case farmaceutiche - qui e qui-), Obama riscatto dei neri.
Come ho già detto ieri non vedo grossi cambiamenti dalla vittoria di Obama. La sua politica è la solita politica di un democratico americano, che per forza di cose deve essere progressista e riformatore (è il gioco delle parti), oltretutto avviene in un momento in cui gli Stati Uniti devono necessariamente cambiare atteggiamento, visto il fallimento della economia portata avanti dalla nuova destra di Bush che ha ridotto sul lastrico principalmente le classi più disagiate (per lo più nere e ispaniche). Continuare con una presidenza repubblicana avrebbe accentuato ancora di più le differenze di classe da quelle parti e per questo un presidente nero al momento è l'ideale per continuare ad agire senza pericoli di agitazioni sociali gravi (almeno per ora).
Anche il porre continuamente l'accento sul fatto che sia nero lo trovo ridicolo, specie in ambienti di sinistra dove il particolare non dovrebbe manco notarsi. Il fatto che si noti denota (appunto) che il razzismo allora è molto più radicato di quanto non si pensi, in tutti quanti noi, nessuno escluso. Personalmente non mi frega se è giallo o nero, mi interessa cosa dice in particolare per la politica estera, visto che non sono americano ma sono costretto a vivere in una cultura americana. E qui non dice niente di che, (le solite cose: ritiro qua ma graduale, rafforzo là, aiuto qui, occhio là), anzi ribadisce la supremazia americana in giro per il mondo, con l'aggravante che vuole coinvolgere maggiormente la Nato (e quindi l'Italia) negli interessi a suo dire globali, ma di fatto americani e legati alle solite logiche capitalistiche. E d'altronde lo ha ribadito nel suo primo discorso da presidente neo eletto:
"E per tutti coloro che stanotte ci guardano al di là delle nostre sponde, da palazzi e parlamenti, per coloro radunati attorno alle radio negli angoli dimenticati del mondo: le nostre storie sono differenti, ma il nostro destino è comune, ed una nuova alba per una leadership americana è a portata di mano".
Insomma io mi auguro fortemente di essere smentito da questo nuovo imperatore, ma per il momento non ci credo, come non avrei creduto a quello che ha perso, come non credo a tutti gli imperatori. Di qualsiasi colore essi siano.
.
P.S.
Il video sotto è tratto da Brian di Nazareth dei Monty Python, che se non è il migliore film satirico su sinistra e imperialismo è di certo il più azzeccato.
Chi non lo ha mai visto corra ai ripari.

Brian di Nazareth - fronte popolare di giudea

martedì 4 novembre 2008

Riflessioni ai margini dell'impero

Francamente se vince Obama non me ne frega niente.
Insomma, sta faccenda che noi provincialotti ai margini dell'impero si debba parteggiare per uno o per l'altro candidato alla presidenza americana mi sembra ridicola.
Che vinca uno o l'altro a noi che cambia?
Posto che se vince McCain a noi cambia il resto di nulla, se vince Obama forse, forse, riesce a migliorare una loro (e ripeto loro) situazione interna prossima al collasso. Ha promesso detassazioni per i redditi medio-bassi, aiuti a sostegno della scuola pubblica, una riforma sanitaria degna di questo nome, una riduzione dell'uso delle armi private e dell'uso della pena di morte. Buone cose certo, ma allora qua in Italia si sta da Dio, visto che queste cose già ce le siamo conquistate anni fa! E comunque c'entrano niente con noi.
In politica estera Obama è per il ritiro delle truppe in Iraq (bella forza, le stanno prendendo da sette anni, spendendo miliardate di dollari. Intanto le mani sul petrolio iracheno le hanno comunque allungate), per il rafforzamento dell'impegno in Afghanistan, per la difesa delll'indipendenza dei paesi ex-sovietici quali la Georgia o l'Ucraina coinvolgendo maggiormente i membri della Nato (quindi noi). E', come tutti i presidenti americani, per una politica filoisraeliana.
Sul fronte energetico e ambientale cambia poco o nulla tra lui e McCain anzi, se del protocollo di Kioto nessuno fa parola, quest'ultimo almeno si impegna a ridurre le emissioni di Co2 entro il 2050.
Per piacere, adesso non mi tirate fuori la storia che è nero e la rivincita delle classi povere (ma dove?), e la vittoria della democrazia e bla bla e bla bla. Vero, è mulatto (padre nero e madre bianca) ma chissenefrega? Stiamo a guardare il colore della pelle o i pensieri che esprimono? Avesse proposto di ritirare tutte le basi americane nel mondo, di limitare le ingerenze americane nella politica dei paesi stranieri, di fermare ora e subito tutte le guerre che gli Usa stanno portando avanti, di smettere di considerare il mondo come "il cortile di casa", allora sì, forse me ne fregherebbe qualcosa. Ma così è solo l'ennesimo cesare che sale al potere.
Io attendo fiducioso l'arrivo dei barbari.

lunedì 3 novembre 2008

Caro Galactus ti scrivo

Caro Galactus, divoratore di mondi, immagino tu sia indaffarato nel tuo lavoro da qualche parte nell'universo e non voglio distrarti dalle tue incombenze, ma ti pregherei di volgere il tuo incommesurabile sguardo a questo piccolo pallino blu di forma sferoidale ai margini della Via Lattea.
Abbiamo aspettato sguardo al cielo per anni, in attesa di scorgere il tuo araldo argenteo, quello che fa un Mercoledì da Leoni in giro per lo spazio, Silver Surfer, ma di lui non s'è vista traccia, se non in una inutile pellicola cinematografica. Non è sullo schermo che lo aspettavamo, ma dal vero, con tanto di cieli multicolori e effetti speciali, e senza Fantastici Quattro in calzamaglia a rompere le uova nel paniere. Ma probabilmente lo hai inviato da qualche altra parte ad annunciare il tuo arrivo e lungi da me il volerti fare pressioni, non fosse che qui la situazione stà diventando insostenibile. Ti porgo un solo unico esempio a sostegno della mia invocazione, presa dal giornale di oggi:
Valeria Marini: ora studio da ministro (allegato).
Converrai con me che è più desiderabile essere divorati da Te e entrare a far parte della tua immensità che vedere due tette senza cervello andare a decidere per tutti noi.
L'ancora non onorevole decerebrata si è data, e ci ha dato, cinque anni di tempo per correre ai ripari, e dunque il tempo per intervenire ci sarebbe, ti ricordo solo che nei prossimi anni devi temere la concorrenza del calendario Maya che sta finendo e dell'acceleratore del Cern che non si sa cosa sta combinando, capace che il buco nero lo creano e ti fregano un boccone che per quanto inquinato e surriscaldato qualcosa vale ancora.
In attesa e fiducioso che questa mia ti giunga, ti porgo terrestri saluti (anche a Silver Surfer).
P.S.
So che il Supremo è di gran lunga più potente di Te, ma è anche di più difficile reperibilità.
Non ti offenderai, spero.

Guardami in face

Qualche anno fa nel film Dogma del fumettaro e regista Kevin Smith apparve la figura del Buddy Christ, il Cristo amicone, un Gesù ammiccante e positivo creato da un vescovo americano per rivitalizzare la religione cattolica, rea di essere troppo seriosa. Il film non era malaccio, un po' contorto forse, ma Matt Damon e Ben Affleck nella parte di due angeli decaduti ci stavano bene e Alanis Morrissette nella parte di Dio (eh sì) è da non perdere.
Forse il cardinale di Napoli Sepe ne è rimasto influenzato, se ha deciso di modernizzarsi e inserire il proprio profilo su Facebook. Dice che "bisogna andare laddove c'è la gente", e va bene, ma magari andasse a farsi un giro per Secondigliano e zone limitrofe forse gente ne troverebbe ugualmente, anche se magari non avvezzi a social network et similia.
Certo è meglio stare davanti a un computer a leggere chi spara cazzate che andare per strada a sentire chi spara davvero.

venerdì 31 ottobre 2008

Flouciart

Schema guida per la risoluzione dei problemi in Italia.

Giù a Roma è molto usato, pare.

Equazioni

Leggo sulla Stampa che il defunto in esilio Bettino Craxi aveva a suo tempo avvertito il leader libico Gheddafi di possibili attacchi americani sul proprio territorio.
Questo episodio mi ricorda, per quelle stupide associazioni personali, l' espressione inebetita del mio prof di Tecnologia alla notizia del bombardamento (andavo ancora a scuola e il suddetto prof se ne arrivò in aula bianco in volto), il suo commento "questi sono pazzi", il nostro stupore del suo stupore, le risate alla notizia che la ritorsione libica nei nostri confronti si era limitata a un missile verso Lampedusa finito miseramente in mare (si era giovani, che ci volete fare?).
Dunque Craxi ne esce bene dalla vicenda.
Craxi che era contro gli americani.
Craxi che fu poi sputtanato da Tangentopoli.
Tangentopoli che aveva come principale alfiere Di Pietro.
Di Pietro che oggi è all'opposizione in Parlamento.
Parlamento che è guidato dal Bandana.
Bandana che era amico di Craxi.
Non ero bravo in matematica, e l'equazione non è semplice.
Meditate gente, meditate.

mercoledì 29 ottobre 2008

Mala tempora ricurrunt (2)

Decreto Gelmini firmato.
Si riproiettano film già visti.
Cazzo.

Mala tempora ricurrunt

Episodio 1
Ce ne stavamo ieri sera io e la mia bella (che tra l'altro: tanti auguri a te, tanti auguri a te) a seguire un corso serale dalle parti di via Po. A parte la claustrofobia provata nel trovarsi accavallati tipo tram alle otto del mattino, gli scaracchi nel microfono del relatore di turno, gli scaracchi di molti in sala che l'autunno è arrivato e la tosse pure, non è andata poi così male.
Mentre noi riprovavamo l'emozione e la noia del ritrovarsi in una scuola (tipo, non proprio, ma più o meno) dalle finestre sulla strada arrivava l'eco del corteo studentesco che sfilava verso Palazzo Nuovo al suono dei Rage Againt the Machine (ennesimo motivo di simpatia da parte mia verso la protesta contro la Gelmini: se va bene quella ascolta Laura Pausini!).
Nell'intervallo (l'intervallo. Ma da quando non ne faccio uno?) scendo in strada e mi dirigo verso l'università, scavalcando maestre cantanti, universitari occupanti e celerini osservanti. Bello, ho poco tempo ma bello.
Più tardi ripassiamo davanti alla facoltà occupata e lì per lì mi ci sarei fiondato, non fosse che l'ora è tarda, la situazione appare tranquilla e la mia età è quella che è. Camminando, in un vicolo m'è parso di vedere un tizio in eskimo verde.
Non ci giurerei, ma ci sarebbe stato bene.

Episodio 2
Questa mattina zappando in radio alla ricerca di un canale senza pubblicità (ma quanta cazzo ne passano?) mi becco in sequenza S.O.S degli Abba versione Pierce 007 Brosnan e Meryl Streep (e vabbèh!), poi Paolo Pa (Paolo maledetto ma perchè non l'hai perchè non l'hai detto. Mai.) del Banco del Mutuo Soccorso.
S.O.S. e Banco del Mutuo Soccorso.
Che ci sia un velato messaggio?

lunedì 27 ottobre 2008

Tempo di rinascere

La manifestazione del Pd contro il governo di sabato 25 è archiviata, e ognuno ha recitato la sua parte, come da copione. Uolter ha fatto la conta e forse si aspettava qualcosa di più, il Bandana e la sua accolita si son dati da fare, anche troppo, per sminuire quello che per ora è il ritrovo più numeroso di una opposizione a cui ancora non hanno spiegato come si fà opposizione. Noialtri orfani di rappresentanza in Parlamento ci siamo divisi (che novità!) fra quanti appoggiavano l'adunata piddina e quanti invece avrebbero preferito un flop della stessa. Personalmente mi auguravo andasse bene: alla peggio non avrebbe cambiato nulla (come difatti è), ma se fosse andata male oggi parlerebbero di consenso al 120% invece di limitarsi al 72% (che poi, ma siamo sicuri che ce l'hanno tutto sto consenso? mah).
A sinistra intanto cominciano a vedersi i primi timidi segnali di vita, i primi tentativi di ricostruire una base dispersa dalle vicende degli ultimi anni. Le elezioni di aprile hanno fatto deflagare tutte le contraddizioni di un popolo che negli anni aveva perso di vista il suo vero obiettivo, quello di essere dalla parte di chi non ha e di chi non può, crogiolandosi in un narcisismo sterile e infruttuoso. Ad aprile la bomba è scoppiata e ci ha investito in pieno, ma la miccia era stata accesa già parecchio tempo prima e non da mani esterne.
Oggi credo si possa cominciare a ricomporre il volto della sinistra, quella vera, quella che ora non ha rappresentanza nelle stanze romane se non in uno sparuto gruppo all'interno di quelle opposizioni da barzelletta che ci ritroviamo.
Ripartire dalle basi, ripartendo dalla base dei nostri ideali. Toglierci di dosso tutte quelle sovrastrutture fuorvianti e inutili e concentrarsi solo sul messaggio principale dell'essere di sinistra. Tornare a pensare che un mondo giusto, libero e egualitario può essere possibile, e andare in quella direzione.
Il tempo per farlo ce l'abbiamo, purtroppo.

giovedì 23 ottobre 2008

Help! (Ainizzambadi)

Ci sono momenti in cui ci si sente come nella illustrazione sopra.
Questo è un po' uno di quelli.
P.S.
L'illustrazione è di Jean Moebius Giraud.

mercoledì 22 ottobre 2008

Formidabile quest'anno

Faccio parte di una generazione sfigata, arriviamo sempre tardi agli appuntamenti importanti.
Nel '68, per dire, alcuni di noi manco erano nati e nel '77 ci scambiavamo figurine tra i banchi delle elementari. Avevamo le orecchie certo, e ogni tanto ci arrivavano voci truci di telegiornale, dove giornalisti seriosi elencavano scontri di piazza e stragi rosse e nere. Che quegli anni fossero di piombo ce lo hanno detto poi dopo, e in effetti i ricordi in bianco e nero ben si prestano a quella definizione, ma noi eravamo ancora in una età beata e a volte penso pagherei per tornarci.
A tutte le generazioni tocca vivere il periodo contestatario, è legge di natura. A noi toccò di vivere il 1985, che rispetto al 1977 era come lo Zecchino d'Oro rispetto agli Mtv Music Awards. Non chiedetemi per quale riforma stessimo protestando perchè onestamente non lo ricordo, sta di fatto che per noi studenti di una scuola di provincia la "lotta" si limitò a un paio di scioperi e a una sottospecie di occupazione. Dubito che anche i più informati di noi sapessero per cosa si stesse in piazza, ma tant'è, un paio di giorni di sega facevano comodo a tutti. Il movimento della Pantera dell' 89 lo vidi da dentro una fabbrica, che già la scuola mi sembrava una cosa distante e delle proteste successive non ho memoria, ma credo si possano ricondurre alla legge di natura di cui sopra.
In questi giorni la protesta studentesca è tornata a manifestare in piazza e a occupare atenei e facoltà per dire no alla riforma del Ministro della Distruzione Gelmini, che prevede tra un grembiulino e una classe separata anche la convertibilità delle università in fondazioni, privatizzandole di fatto. E' il primo passo per svendere la scuola pubblica al miglior offerente: questa riforma ha come unico intento di allargare ancora di più il divario fra ceti abbienti e ceti medio-poveri, impedendone l'accesso a chi non se lo può permettere economicamente. Sono di ieri le statistiche Ocse che vedono l'Italia tra i peggior paesi al mondo per disuguaglianza economica, peggio di noi stanno quegli Stati Uniti a cui da anni ci rifacciamo chissà mai perchè, visto che è "terra di opportunità" solo per chi può permettersele (non parliamo poi di U.s.a. "terra delle libertà"!).
Questo 2008 si sta dimostrando sempre più un anno particolare, per i cambiamenti che sta portando a livello mondiale. Un modello economico sta cadendo a pezzi e un intero sistema sta rendendo evidenti tutte le sue contraddizioni, a cominciare dalle differenze sempre più marcate tra chi sta sopra e spadroneggia e chi sta sotto e subisce.
Contro questo stato di cose non si può fare nient'altro che far salire la protesta, da qualsiasi parte arrivi, per dimostrare a chi ha il potere che non è questa la via che vogliamo seguire, anzi, che non possiamo più permetterci di seguirla.
Io sto con gli studenti e i professori che protestano. Se quella di oggi fosse anche solo perchè nei bagni manca la carta igienica starei comunque con loro. E sto con gli operai in cassa integrazione, che sono sempre di più e destinati ad aumentare. Sto con i No Tav e i No Dalmolin, con i disoccupati di tutta Italia e con chi protesta per gli inceneritori. Sto con la sinistra quando va in piazza, pure se c'è Di Pietro, e starò anche con Uolter sabato prossimo, pure se è una delusione con gambe ed occhiali. Non mi interessa da dove arriva il dissenso, l'importante in questo momento è che arrivi. Ma soprattutto sto con noi, figli di una generazione di merda che non ha saputo mantenere e tramandare le lezioni che pur conosceva, che ha svenduto gli ideali per quattro bond e un suv ed ora si ritrova con niente in tasca e poco nel cuore.
Può essere un anno formidabile questo 2008, da ricordare, e qualcosa mi dice che lo ricorderemo a lungo. Mi auguro che sia per qualcosa di buono.

giovedì 16 ottobre 2008

I compagnucci

Ed eccoli qua, questi campioni del liberismo, questi fenomeni del libero commercio che quando la baracca crolla, dopo averla depredata per benino, scoprono lo Stato. Ora l'intervento di quest'ultimo non è roba da comunisti, non è più un peccato, anzi, ora addirittura è una impellente necessità.
Hanno scoperto questo nuovo pozzo di San Patrizio da dove attingere. Le compagnie aeree vanno in vacca? Che problema c'è, ci pensa lo Stato. Le banche dopo aver spremuto il limone per bene falliscono? Ma c'è lo Stato! L'economia va in malora perchè a guidarla c'è da anni una accolita di figli di puttana? Chiediamo aiuto allo Stato!
Che sia chiara una cosa, lo Stato siamo noi, non voi.
Lo Stato sono tutti quelli che ne hanno sempre rispettato le regole, sono tutti quelli che non riescono a pagare un mutuo, sono tutti quelli con un contratto a termine da mille euro e zero prospettive, quelli che dopo quaranta anni di lavoro campano con pensioni da cinquecento euro al mese. Siamo noi, che in tutti questi anni abbiamo pagato tasse tutte e subito, direttamente in busta paga, che abbiamo sostenuto pensioni e casse integrazioni, elargito fondi perduti ai soliti furbi che sapevano come approfittarne, che abbiamo visto buttar via i nostri soldi in cattedrali nel deserto. Che ci siamo accollati mutui bastardi e li abbiamo rinegoziati a condizioni peggiori di prima, che ci siamo sudati ogni goccia di benzina, ogni metro in autostrada, ogni zecca su vagoni di treni sempre più schifosi. Noi che al supermercato perdiamo ore a confrontar prezzi, che non capiamo un cazzo di economia perchè nessuno ce lo spiega che è tutta una presa per il culo, che prendiamo multe su multe perchè la macchina devi solo comprarla, mica puoi anche guidarla. Noi che abbiamo sempre pagato tutto, che ancora continuiamo a farlo e che continueremo a pagare, questa volta col ricatto più infame, perchè se non si aiutano le imprese i primi a risentirne sappiamo bene che saremo noi che ci lavoriamo.
E allora aiutiamole ste cazzo di imprese, aiutiamo Alitalia, aiutiamo le banche a succhiarci ancora più sudore, aiutiamoli questi ricchi, ma solo di avidità, paghiamola ancora una volta la tangente per lavorare e poter continuare a vivere. Ma voi, politicanti da quattro soldi, liberisti di sta beata cippa campioni solo nel rubare e fottere, fateci almeno il piacere di andarvene, una volta e per sempre, semplicemente a cagare!

mercoledì 15 ottobre 2008

Io rifletto

Commentavo ieri su un blog amico un suo post di ringraziamento a Roberto Saviano per aver avuto il coraggio di portare alla conoscenza nazionale quello che in terra di Campania conoscono bene da anni. Il ringraziamento è doveroso, e mi accodo, ma il mio commento è stato: "A Saviano auguro di mantenersi vivo, di scappare e di riuscire a ricostruirsi una vita normale. Ha sacrificato la sua oltremisura".
Poco dopo aver commentato ho letto sempre sul blog di Wil il suo aggiornamento riportante la notizia del tentativo di eliminarlo da parte della camorra (potete leggerlo qui).
Già ieri sera Roberto ha lasciato una dichiarazione sconfortata ma pienamente condivisibile (potete leggerla qui) e mi stupisce di come non sia giunta prima.

Quello che ha fatto Roberto Saviano con le sue parole è qualcosa che non ha precedenti. Gomorra è un pugno allo stomaco diretto a tutti, una inchiesta sotto forma di romanzo che ha raggiunto lo scopo che si era prefisso, far emergere quello che era sommerso solo per chi non voleva vedere. Lo ha detto con crudezza, in modo chiaro e preciso, senza sotterfugi, andando dritto al cuore del problema, con un coraggio che solo la sua giovane età poteva dare.
Perchè Roberto è giovane, tanto giovane. Ventotto anni nella società di oggi non sono niente e sono tutto. Sono gli anni migliori sotto certi aspetti, perchè non hai l'avventatezza e la stupidità di un ventenne, ma neanche quell'inizio di rassegnazione e di noia di un quarantenne.
Anni in cui le scelte si sedimentano, vieni fuori per quello che sei ma hai ancora margini di evoluzione, vivi in maniera consapevole forse per la prima volta e non hai perso l'ingenuità di anni più giovani. Roberto ha sacrificato tutto questo in nome di un ideale fortissimo, quel desiderio di verità e giustizia che ha cercato di smuovere in tutti quanti noi, agitando le acque torbide in cui tutti noi ci muoviamo.
Non so quanto fosse realmente cosciente di quello che sarebbe potuta essere dopo, la sua vita, e non so quanto fossero realmente coscienti i suoi editori, i suoi amici, quanti possono averlo consigliato, quanti sul suo nome dopo hanno mietuto successi. Quanto calcolato fosse il rischio, se nel conto si fosse messo il sacrificio degli anni migliori della propria vita. Me lo sono sempre chiesto e immagino che in questi anni se lo sia chiesto anche lui.
Io non lo avrei fatto, perchè non so se avrei avuto il suo coraggio, qualcuno dice la sua ingenuità. Io nel quadro sopra sono quello che sta sotto, specchio riflesso di qualcosa di vero.
E allora Roberto scappa, fujetenne, mantieniti vivo. Per te stesso e la tua vita, ma anche per me, come per tutti quelli che di te sono solo un riflesso sbiadito.

lunedì 13 ottobre 2008

Che simpatico umorista

Ecco, lo sapevo. Il nostro malgrado Presidente del Consiglio proprio non riesce a trattenersi. E' più forte di lui, proprio non ce la fà, in ogni occasione lui deve dirla.
E sì che andava tutto bene, il suo amicone Giorgio Daubliu questa volta gli aveva riservato alla Casa Bianca una accoglienza degna di un re, al posto della solita costinata tra mucche e odore di merda nel suo ranch in Texas. Il Bandana era persino riuscito a mantenere un atteggiamento quasi marziale mentre sotto di lui sfilavano pifferai in costume d'epoca, persino a dire in conferenza stampa cose certo scontate ma seguendo un filo logico, quando tac! la barzelletta: "La storia ricorderà Giorgio Daubliu Bush come un grande, grandissimo presidente".
Dalla tomba di J.F. Kennedy ad Arlington alcuni giurano di aver sentito uscire delle risate!

domenica 12 ottobre 2008

Di crolli e zappe

Se fosse un film sarebbe diretto sicuramente dai fratelli Coen. Diciamolo, la situazione venuta a crearsi in questa settimana nerissima sui mercati mondiali ha un che di tragicomico. Il castello di carta che han creato per pagarsi la loro costosissima vita di merda sta crollando e uno dei principali responsabili della crisi, in quanto rappresentante dello Stato più arrogante mai apparso sulla faccia della terra, quell'analfabeta che ancora per poco abita la Casa Bianca, dopo aver sparso terrore a livello politico, finanziario e pratico in giro per il mondo assieme a chi gli sta sopra, se ne salta su e dice che: «Siamo davanti a una grave crisi globale che richiede forti risposte globali. Siamo insieme in questa crisi, ne usciremo insieme».
A parte il fatto che mai nessuno si è mai sognato di chiedere a noi poveracci cosa pensassimo realmente dei loro giochetti finanziari, per non parlare della loro cazzo di globalizzazione, e dell'economia e del pil che sale e dell'inflazione che scende e dei mazzi e dei lazzi, che la risposta sarebbe stata senz'altro un fate fùrb e va a travajé, piciu! (che noi siam gente che suda e lo capiamo che se la terra non la zappi è difficile che ci cresca qualcosa), a me personalmente verrebbe da dire che me ne stavo tanto tranquillo a casa mia a pensare a come tirare fine mese senza che ci si aggiungesse quest'altra rogna da risolvere.
Ma va bene, vorrà dire che come al solito noialtri afflitti da pessimo karma dovremo nuovamente farci un mazzo tanto per rimettere in sesto il mondo rovinato da 'sta manica di imbecilli.
Che poi la cosa che più mi fa girar le balle è che mentre fino a ieri han buttato via miliardate di soldi per far crollare tutti i sistemi comunisti o socialdemocratici in giro per il mondo, in quanto "statalisti", oggi se ne vengono a dire che gli stati devono intervenire a salvare la baracca. Ora, lo Stato siamo noi. Tutti quanti certo, pure loro, purtroppo. Peccato che mentre finora noialtri ci siamo consumati il cervello a forza di pensare a come far quadrare la vitaccia, questi figli di puttana se la sono spassata alla grande tra alberghi a ventiquattro stelle e ristoranti alla moda.
Per cui cari signori che giocate a governare il mondo senza esserne capaci, se dobbiamo fare le cose facciamole bene: giusto salvare la baracca, che se crolla becca pure noialtri fessi, ma facciamo in modo di ricostruirla senza piani troppo alti. Che se uno invece di portarsi a casa milioni di euro al mese se ne porta solo migliaia credo campi bene lo stesso, no?
E se non sapete come fare fatevi un giro da 'ste parti che vi si spiega dall'inizio come deve girare il mondo: sapete, la zappa aiuta a pensare molto meglio di una mazza da golf!

venerdì 10 ottobre 2008

Così ridevano

Nell'immagine due anziani abitanti del terzo mondo alla notizia delle difficoltà occidentali.
La foto sopra può avere tanti significati, ognuno tragga le conclusioni che preferisce. Per quello che mi riguarda mi ha ricordato (a volte dimentico) che non vale la pena angosciarsi più di tanto, che tutto è relativo e che a volte bisogna staccare.
Il video sotto mi ha sempre messo di buon umore. Se avete tempo prendetevi 4 minuti e se non ce l'avete fate in modo di prenderveli.
A tutti una buona giornata.

Stereophonics - Have A Nice Day

giovedì 9 ottobre 2008

Enigma Giulio

Qualcuno gentilmente mi aiuta a comprendere questo personaggio? Perchè io proprio non riesco a inquadrarlo.
Giulio Tremonti ha l'aria dello snob secchione presuntuoso e saccente e non sprizza certo simpatia. Non ride mai, il massimo che gli si vede fare è un sorrisetto forzato proprio di chi sa che deve ogni tanto sorridere per compiacere l'interlocutore, ma ne farebbe volentieri a meno, come del resto pure dell'interlocutore. Tutto il contrario del suo immediato superiore, quel dispensatore di barzellette idiote che tra un centro estetico e una discoteca ogni tanto gioca a fare il Presidente del Consiglio.
Ha scritto libri dai titoli che manco Nostradamus: Lo Stato Criminogeno (1997), L'Europa vecchia, la Cina, il mercatismo suicida: come reagire (2005), La Paura e la Speranza : La crisi che si avvicina e come superarla (2008). Non li ho letti, mi sono ripromesso di farlo, ma so già che butterei via i soldi essendo io quanto di più lontano dal capirci qualcosa di economia e finanza.
In luglio, ma è da anni che lo va ripetendo, si è lasciato andare a dichiarazioni poco confortanti ma che si stanno dimostrando purtroppo veritiere (vedi post).
Da Ministro dell'Economia in carica ha avviato una politica fatta di tagli e contenimento, chiedendo e ottenendo di blindare la finanziaria 2008 già a settembre, cosa mai avvenuta prima, ha tentato in qualche modo di toccare anche gli interessi di banche e petrolieri con la Robin Hood Tax (non so quanto ci sia effettivamente riuscito), si è lasciato andare a critiche al sistema globale e al nuovo ordine mondiale, per ultimo oggi si è messo di traverso all'ennesima porcata che il suo governo e la sua maggioranza ha tentato di far passare, un emendamento salva manager sul decreto Alitalia che avrebbe effetti anche per altre situazioni (vedi qui), facendo di fatto quello che avrebbe dovuto fare l'opposizione evanescente che ci ritroviamo.
E' lo stesso Ministro che anni fa, ai tempi del primi tre governi del Bandana (2001-2006) voleva liberalizzare pure le spiaggie e ce la menava con la finanza creativa, lo stesso che dovette abbandonare il suo dicastero dopo tre anni dopo essere stato accusato da Fini di aver truccato i conti della finanziaria 2003?
Insomma, qualcuno mi spiega chi è Tremonti?

martedì 7 ottobre 2008

I had a dream

Ci incontriamo io Bonetti e il Furbi al Caffè Roberto, ora di aperitivi, locale gremito. Aspettiamo piatto in mano Beppe Sarotto, come al solito in ritardo, e l'attesa ci snerva alquanto. Bonetti tenta di nascondere il nervosismo trangugiando olive ascolane e lanciando occhiate furtive verso l'entrata. Il Furbi appare tranquillo, ha la solita espressione che assume durante le crisi, con l'occhio sinistro leggermente strizzato, non molto ma abbastanza da alzargli la bocca quel tanto che basta a stampargli in faccia un mezzo sorriso da furbetto, da cui il soprannome.
Io bevo birra e mi guardo attorno.
La gente infreddolita - il riscaldamento è spento per via del razionamento - è accalcata ai banconi del cibo e parla poco, quasi nulla. Più che altro riempiono i piatti ben oltre la loro capienza, dando l'impressione che per molti quello è l'unico pasto della giornata e resterà tale fino alla sera successiva. Anche ai tavoli la gente è silenziosa, stretti nei cappotti, lo sguardo fisso al piatto. In sottofondo la filodiffusione trasmette musicaccia lounge intervallata dalle ultime disposizioni del Ministero del Bene Comune.
"Ma quando cacchio arriva Sarotto?" chiede Bonetti, visibilmente teso.
"Calma" risponde il Furbi "Avrà trovato traffico".
"Traffico? Ma se non c'è una macchina in giro"
"Lui viaggia in tram"
"Non ci sono manco più tram a quest'ora. Staccano alle 8 lo sai, no?"
"Avrà preso la bici"
"Lavora a due isolati da qui, cazzo prende la bici".
"Cazzo ne so. Cominci a stressarmi lo sai?"
"E basta" intervengo io, "tra poco arriva. E' in ritardo di solo quindici minuti e non è mai stato puntuale in vita sua".
"Come cazzo ha fatto il comando a affidargli l'operazione non capisco" dice Bonetti addentando l'ennesima oliva.
"Magari se non lo sbandieri ai quattro venti ci fai un favore" dice il Furbi, "Sai vorrei almeno cominciarla l'operazione, senza essere fermato come un pirla prima".
Le ultime parole le dice mentre una sirena della Polizia Pubblica sovrasta il sottofondo sempre più lounge. Hanno vietato l'ascolto di gran parte della musica Pre-Libertà perchè non consona ai nuovi valori ma quella l'hanno mantenuta, chissà perchè. Certo poteva andar peggio. Potevano salvare la bachata.
Finalmente Sarotto entra nel locale sempre più freddo e sempre più umido. Il Furbi gli fà un cenno con la mano ma Sarotto fa finta di non vederlo e va dritto al bancone. Sottobraccio stringe una cartellina rossa e indossa una specie di completo blu scuro e una coppola a quadrotti.
Lo vedo sporgersi oltre il bancone e parlare all'orecchio del barista, gli affida la cartellina e poi viene verso di noi. In faccia lo trovo diverso, ma ancora non so dire il perchè.
Bonetti manda giù l'ultima oliva ascolana e non è più così nervoso, io e il Furbi ci stringiamo per far posto al compagno capo dell'operazione, che più lo guardo e meno somiglia a Sarotto. Mi ricorda qualcuno, ma non mi viene in mente chi. Bah.
"Compagni" fa lui con aria greve, "è per stanotte".
"Cosa?" chiede Bonetti
"Come cosa" dice Sarotto lisciandosi il pizzo (ma ce l'aveva già quel pizzetto?)
"Eh, per stanotte. Cosa".
Sarotto pare interdetto. Guarda Bonetti, (che tra l'altro non somiglia più a Bonetti: sfoggia baffoni neri e capelli all'indietro e anche lui mi ricorda qualcuno ma mica mi viene chi) con l'aria di chi sta pensando "questo porterà solo guai", ma poi prosegue senza farci troppo caso.
"L'ora è giunta. Stanotte ci riprenderemo quello che è nostro, compagni. L'orrido regime del Bandana terminerà questa notte stessa. Tutto è pronto. Il barista sta provvedendo a nascondere gli ordini nel cibo dell'aperitivo, perciò occhio a non mangiare tutto, i bigliettini bisogna leggerli non mangiarli".
"Ma stai scherzando?" dice il Furbi che anche lui non somiglia più al Furbi e ora sfoggia un paio di occhialetti tondi. "E se finiscono in mani sbagliate?"
"Tranquillo. Qua son tutti dei nostri." e dicendo questo gira la testa a guardarsi alle spalle.
Ci guardiamo attorno anche noi. Il locale non è cambiato, ma la gente non è più vestita come prima, ora sfoggiano camice larghe senza colletto gli uomini, gonne lunghe e foulard in testa le donne: sembrano tutti usciti da un romanzo di Cechov. Stridono con la musicaccia in sottofondo e anche con i miei ricordi ma sembrano essere a loro agio e guardano tutti verso di noi alzando il bicchiere.
E poi a un tratto mi viene in mente a chi somigliano i miei amici, solo che ormai dei miei amici non hanno nulla e Josif Bonetti, Vladimir Sarotto e Leon Furbi parlano fitto fitto in una lingua piena di osky e di off che lì per lì non capisco ma che per qualche motivo strano comprendo ugualmente.
Josif Bonetti Stalin parla poco, si liscia i baffoni e lancia occhiatacce a Leon Furbi Trotsky. Vladimir Sarotto Lenin dal canto suo parla di continuo e ogni tanto sbrocca: tira fuori una ramazza e la agita roteandola sopra le nostre teste, agitandosi non poco. Gli faccio notare che a far cosi gli può prendere un coccolone ed è meglio che stia più calmo, ma ormai il nostro è lanciato: urla slogan a squarciagola, tipo quando il gioco si fa duro i duri cominciano a giocare, strappa una tenda rossa dalla parete e si fionda all'uscita cantando l'internazionale. Trotsky gli corre dietro portandosi appresso tutti gli altri e restiamo il barista, io e Stalin nel locale ormai deserto.
Dalle casse della radio sentiamo il comunicato serale del Ministero del Bene Comune ed è il Bandana in persona che parla: tendiamo l'orecchio, magari è importante, invece è la solita barzelletta scema con le risate registrate.
Stalin si alza e fa per andare. Con lenti movimenti della dita si abbottona la giubba di tela bianca, mentre da fuori arriva l'eco dei primi spari. Lancia uno sguardo alla cassa acustica sopra la nostre teste e dice: "E' per questo che quell'uomo è destinato a perdere. Le barzellette proprio non le sa raccontare".
Poi, rivolto a me chiede "Tu che fai, non vieni?"
Io guardo l'orologio sul comodino, mi giro dall'altra parte e dico:
"Ancora cinque minuti, mamma".

lunedì 6 ottobre 2008

Go west

In Elmore Leonard mi sono imbattuto più di una volta, spesso senza saperlo e mai per quella che è la sua effettiva produzione di scrittore. Ho visto negli anni diversi film tratti dai suoi romanzi, da Jackie Brown di Quentin Tarantino a Get Shorty con John Travolta, passando per Io sono Valdez con Burt Lancaster e Hombre con Paul Newman, questi ultimi western pregevoli come pure Quel Treno per Yuma, altro film tratto da un racconto dello scrittore di Detroit, nelle due versioni del '57 con Glen Ford e di cinquanta anni dopo con Russel Crowe e Christian Bale. Li ho visti e mi sono piaciuti, specie i western, dove i personaggi solo in apparenza banali fanno un tutt'uno con l'ambientazione secca e desolata del west americano, veri e propri figli dell'ambiente in cui si muovono.
In questi giorni sto leggendo una raccolta dei racconti western scritti tra gli anni '50 e '60 ed è un insolito piacere scoprire come questo Leonard è capace di prendere il lettore e trascinarlo per sentieri pietrosi e deserti battuti dal sole, tra guerrieri Apache e soldati bianchi in forti impolverati. Riesce Leonard con maestria a farlo estraniare da tutto quanto il resto, proprio come un bravo romanziere dovrebbe sempre saper fare, per facilitarne la fuga in quell' universo alternativo fatto solo di immagini evocate grazie al potere della parola scritta e riesce a farlo affidando tutta la struttura del racconto al potere della parola detta. Le storie di Leonard si sviluppano grazie a un uso esperto del dialogo fra i vari personaggi, grazie al quale a poco a poco si dipana tutto il senso delle vicende narrate e per chi legge è un ottimo invito a proseguire nella lettura/scoperta. Con un racconto di Leonard non si sa mai dove si va a finire e niente è mai dato per scontato. Un killer spietato può nascondere qualità umane insospettate e una donna indifesa può sorprenderti sopraffando un feroce guerriero indiano.
Un po' come nella vita reale in fondo.
Oppure no?

giovedì 2 ottobre 2008

La Cainana

Mi imbatto girando per notizie in questa intervista rilasciata dalla figlia del Bandana al Corriere della Sera e improvvisamente penso che la Patagonia non sia poi un brutto posto dove andare a vivere!!

mercoledì 1 ottobre 2008

Anime migranti

Avrei voluto parlare di Chiaiano e la sua lotta contro la discarica sul suo territorio, di sindaci che si incatenano perchè vogliono sapere cosa sta accadendo alla propria terra , di termovalorizzatori che dividono l'opinione pubblica. Avrei anche voluto parlare di sud ed emigrazione e di quanti sono costretti a guardare la propria terra da lontano, ma ad ogni pensiero mi veniva in mente sempre e solo questo pezzo del 1993 degli Almamegretta.
Dedicato a quanti hanno dovuto mettere i propri ricordi in una valigia.

Almamegretta - Sud

lunedì 29 settembre 2008

Compleanno per compleanno

Tex Willer, il ranger più famoso d'Italia che vediamo sopra in una bella illustrazione di Magnus, festeggia sessanta anni di onorate sparatorie.
In realtà li compie domani 30 settembre, mentre oggi li compie un altro personaggio, il Bandana, molto meno simpatico (per quello vi rimando al blog del Russo), ma gli auguri piuttosto che farli a lui preferisco farli a chiunque, persino a Nicola di Bari, che pure lui è nato oggi e nessuno se lo caga (non voglio fare l'ipocrita, a me non è mai piaciuto): sarà mica perchè non si asfalta i capelli e non va da Mességué? Va a sapere.
Tanti auguri Nicola.

domenica 28 settembre 2008

Giorgio Gaber - Qualcuno era comunista

Orfani di padre vedovo

A sinistra in questi mesi ci si sente piuttosto confusi. La sconfitta elettorale di aprile continua a far sentire tutto il peso di una situazione che ha origini certo più lontane, una situazione cominciata nel 1989 o giù di lì, col Muro caduto a Berlino, i cui cocci hanno travolto una intera parte di mondo e ancora continua.
Qui da noi si continua ad assistere a un frazionamento, stucchevole (date una occhiata qui e qui), che sembra non avere mai fine: arriveremo forse ad essere entità uniche e separate, dove ognuno manterrà dentro sè la propria idea di comunismo, senza più avere la capacità, o la voglia, di condividerla con gli altri.
E' come se in questi anni si sia partecipati tutti a un grande funerale, dove a morire è stata quella speranza di un futuro migliore che il comunismo aveva sposato. Oggi noi orfani non abbiamo ancora elaborato il lutto e già ci spartiamo l'eredità, azzannandoci, come nelle peggiori famiglie, ed è triste a vedersi.
E ora? Ora mi vengono in mente solo i versi finale di una canzone di Gaber:
Qualcuno era comunista perché aveva bisogno di una spinta verso qualcosa di nuovo, perché era disposto a cambiare ogni giorno, perché sentiva la necessità di una morale diversa, perché forse era solo una forza, un volo, un sogno, era solo uno slancio, un desiderio di cambiare le cose, di cambiare la vita.
Qualcuno era comunista perché con accanto questo slancio ognuno era come più di se stesso, era come due persone in una. Da una parte la personale fatica quotidiana e dall’altra il senso di appartenenza a una razza che voleva spiccare il volo per cambiare veramente la vita.
No, niente rimpianti. Forse anche allora molti avevano aperto le ali senza essere capaci di volare, come dei gabbiani ipotetici.
E ora? Anche ora ci si sente come in due: da una parte l’uomo inserito che attraversa ossequiosamente lo squallore della propria sopravvivenza quotidiana e dall’altra il gabbiano, senza più neanche l’intenzione del volo, perché ormai il sogno si è rattrappito.
Due miserie in un corpo solo.

venerdì 26 settembre 2008

Rage against the world

Ci si arrovella, questo è sicuro.
I motivi per farlo non mancano mai e ogni giorno ne vengon fuori di nuovi, senza che però i vecchi vengano risolti. E' un accumulo continuo di immondizie sociali, economiche, politiche, che lentamente ci sta sommergendo.
La vicenda Alitalia si sta avviando alla conclusione: i piloti non hanno ancora apposto la loro firma all'accordo, ma a questo punto non credo ci sia alternativa, se non quella di addossarsi tutte le colpe di un fallimento creato da altri. A noi popolo idiota toccherà risanare anche questo debito, ai piloti ingoiare un boccone fatto di riduzione di stipendi e qualche licenziamento, ai 3500 precari che lavorano nell'orbita della compagnia rimane la speranza di poter essere riassunti (bella speranza delle balle), cassa integrazione per tanti e guadagni per tutti i soliti furbi.
Intanto la propaganda di regime sta diventando sempre più schifosa (non mi viene altro termine) e ogni giorno ci raccontano favolette che sempre noi popolo idiota beviamo, beviamo, beviamo: questo stato è diventata una enorme Fattoria degli Animali, dove i maiali sono al potere e le pecore sono aumentate a dismisura e io mi auguro ogni giorno di essere almeno l'asino e non il cavallo (chi non lo avesse letto può farlo qui).
Questa mattina venendo al lavoro ascoltavo per radio un pezzo di Rino Gaetano, Nun te reggae più, che non sentivo da tempo (qui il video). E' un pezzo del 1978, trenta anni fa: leggetelo, aggiornatelo con nomi attuali e ditemi se per caso è cambiato qualcosa.
Ci si arrovellava allora, si continua a farlo oggi, nulla cambia, questo è sicuro. Solo la rabbia rimane uguale (e la sensazione che in qualche modo ci stiano fregando).

lunedì 22 settembre 2008

Flussi interrotti

Il compagno G. ed io siamo stati amici per tanti anni. Era di quelle amicizie contrastate, perchè i rispettivi caratteri spesso venivano a cozzare, creando cortocircuiti che ci costringevano ad allontanarci, a volte per intere stagioni. Avevamo parecchio in comune ma due modi differenti di esprimerci, forse perchè astrologicamente lui è un Cancro ascendente Vergine e io l'esatto contrario, per cui eravamo come le due facce della stessa medaglia, fatti della stessa materia ma destinati a non incontrarsi mai.
G. era di quelle persone a suo modo generose. Idealista fino al midollo, con una venerazione viscerale per il Che, molto dotato politicamente, dove dava il meglio di sè mantenendo posizioni estreme. Il suo retroterra era proletario come il mio, ma al contrario di me aveva trovato il coraggio di prendere posizione e schierarsi, apertamente e attivamente, eliminando i dubbi subito, salvo vederseli presentare più tardi. Il mio esatto contrario, dove il mio essere come sono mi fa faticare a prendere posizione all'inizio, ma poi mi fà andare avanti caparbiamente, ad oltranza.
In anni che stanno cominciando ad essere lontani abbiamo trascorso lunghe ore notturne a discutere di politica e rivoluzione, ma anche di donne e dolori, dicendo le stesse cose ma partendo da presupposti diversi, litigando a volte, ma mantenendo l'amicizia di fondo.
In fabbrica G. cominciò a lavorare tardi, almeno una decina di anni dopo di me. Forse è per questo che spesso, nel suo periodo "autonomo", si litigava sui destini e il ruolo degli operai. Io ero uno di questi ultimi e ne conoscevo pregi e difetti, lui li vedeva dal di fuori e dovevano sembrargli eroi di un qualcosa fin troppo mitizzato. In più, devo ammeterlo, mi scocciava essere rappresentato da un movimento autodefinitosi "operaio" nelle cui fila militavano troppi studenti e qualche figlio di papà, mentre io, operaio veramente, litigavo a far la notte attaccato a una macchina. Troppo comodo, parlare e pontificare senza sudare, pensavo. Non so se sbagliavo, strade diverse, ma se fossimo stati i protagonisti de "La Classe Operaia va in Paradiso", io sarei stato Volontè, lui lo Studente.
Nella sua avventura di fabbrica G. si è avvicinato al sindacato, Cgil, Fiom, ala sinistra. Gli dicevo meglio te che un altro, ed ero sincero. Ha fatto un po' di carriera, distaccato alla segreteria provinciale, e goduto di inaspettati benefici.
A un amico se è tale puoi dire qualsiasi cosa se è sincera, pensavo e penso ancora. Gli dissi cosa pensavo del sindacato, mafia, casta, cose del genere. Non so se fu quello il motivo per cui ci siamo allontanati. Forse, o forse fù qualcosa che non so. Non era un bel periodo per me, e non doveva esser facile starmi vicino. Di colpo non mi cercò più, e io mi adeguai. Da allora l'ho chiamato un paio di volte, si è parlato, pochi minuti, ma non ci siamo più cercati, per anni, ma se due sono stati amici lo restano a vita, qualsiasi cosa succeda, e non c'è niente che ti allontani veramente. Così la penso io.
Ieri ho richiamato il compagno G., volevo farlo e l'ho fatto: ne avevo piacere.
Telefonata cordiale, ma un vero piemontese in fondo lo è sempre: ce la siamo raccontata per un po'. Mi ha detto che è ritornato in fabbrica. Ha mollato la segreteria per non svendere i suoi valori, e lo rispetto per questo, ed è ritornato a pensare che il sindacato in fondo è un male necessario, come anni fa, come pensavamo entrambi anni fa.
Tra tutte le persone che conosco il compagno G. è uno dei pochi che è riuscito ad anteporre il suo essere comunista a tutto quanto il resto e mi piace pensare che se questo paese fosse governato da tanti G. forse staremmo meglio tutti quanti.
Non so se ci rivedremo e se ci risentiremo ancora, così come continuo a ignorare i motivi che ci hanno allontanato, però sono contento di averlo sentito, di più, di averlo avuto per amico.
Un po' mi manca, G., che parla di politica e rivoluzione, e di donne e di dolori.

sabato 20 settembre 2008

Fallisca Sansone con tutti i Filistei

La trattativa su Alitalia si è interrotta: il Cai (club alpino italiano?), ha ritirato l' offerta per rilevare, ricordiamolo, la parte sana dell'azienda, lasciando i debiti come al solito a noialtri. Ovviamente il Bandana ha subito dato la colpa a quei cattivoni comunisti della Cgil, che almeno stavolta a mio avviso, hanno fatto quello che dovevano. Che poi la parte rossa sindacale l'accordo lo avrebbero pure firmato e Epifani lo ha dichiarato in tempo: mica colpa loro se non rappresentano tutti i lavoratori (figurati se son capaci di schierarsi apertamente! io ce l'ho con loro dal 31 luglio 1992, quando con gli operai in vacanza firmarono l'accordo per l'abolizione della scala mobile, una delle poche cose decenti mai conquistate da una classe lavoratrice: per me i sindacati restano un male necessario, purtroppo)! L'accordo è saltato perchè quei "fannulloni strapagati" dei piloti hanno detto no. E meno male.
Non entro nel merito della loro paga perchè non so quanto guadagnano, se tanto o poco rispetto ai loro colleghi stranieri e comunque in generale, ma se a chiunque di noi, indipendentemente da quanto si guadagna, si venisse a dire che il nostro stipendio è troppo alto e sarà tagliato (nel caso di Ahilitalia inteso per quelli che conservano il posto ovviamente), noi come reagiremmo? Penso esattamente alla stessa maniera: meglio falliti che in mano a dei banditi.
Questa di Alitalia comunque nasconde un risvolto peggiore, per cui dobbiamo essere grati a chi non è sottostato a un ricatto bello e buono. Facendo passare una porcata del genere quante aziende che versano in cattive acque potrebbero saltare fuori con diktat come quelli visti per la vicenda Alitalia, scaricare sulle spalle dei lavoratori fallimenti causati da altri, sicuramente meglio pagati. Non dimentichiamo che da tempo Confindustria spinge per la attuazione di intese separate, anche se comunque a parole cerca l'accordo con le parti sociali. Un provvedimento del genere provocherebbe un disastro pari solo a quello causato dalla legge 30. Avremmo in pratica una situazione dove il coltello dalla parte del manico ce lo avrebbe sempre e comunque chi comanda e gestisce il conto economico. Legare gli stipendi, come vorrebbero, all'inflazione, alla qualità del lavoro, alla produttività, tutte cose non controllabili da parte di un lavoratore, è una faccenda da evitare a tutti i costi. Senza contare le aziende mediopiccole dove già ora il padrone detta legge.
Si diceva della legge 30: oggi sono sotto gli occhi di tutti gli effetti di una legge a tutto danno di chi lavora, con milioni di persone costrette a passare da un contratto da fame a un altro, con poche prospettive per il presente e zero per il futuro.
A queste condizioni, dove chi ci rimette è sempre e solo chi ha una lavoro salariato, è preferibile che questo bello stato chiamato Italia fallisca del tutto. Se non altro ci toglieremo la soddisfazione di vedere col culo per terra chi non c'è mai stato.
Eccheccazzo!

giovedì 18 settembre 2008

Italiani strana gente

Una roba lunga e noiosa. Chi vuol leggere è avvisato!

In questi giorni ci si è ritrovati a scornarci su un argomento che sembrava sorpassato, il valore dell'antifascismo, ma che invece è tornato di gran moda, grazie anche a brillanti azioni di governo che sembrano riportare ai tempi del mai rimpianto Istituto Luce. Sul Bandana ormai si sentono dire frasi e attribuire meriti come ai tempi di quell'altro con la mascella volitiva, e ci sarebbe da ridere, non fosse che la faccenda è piuttosto seria. Ci si è accorti che a quanto pare tranne poche eccezioni chi era fascista lo è rimasto e chi non lo era ha dovuto riscoprire i capisaldi della sinistra, un po' malvolentieri forse: ci si era abituati a giocare ai democratici (mi ci metto pure io e mi cospargo il capo di cenere: ebbene sì, ho votato Uolter, mannaggiammè!). Sarà che quando si parla di 'ste cose a me come riflesso condizionato viene in mente il verso di Bandiera Bianca di Battiato: “quante stupide galline che si azzuffano per niente”, ma fatico sempre a partecipare e a dire la mia, nel senso che se vogliamo parlare seriamente facciamolo ma se si cominciano a tirare fuori cazzate tipo comunisti che mangiano bambini allora inutile perder tempo, non c'è partita, siamo di categorie diverse. Meglio o peggio non ha importanza, solo diverse, ma il “solo” è riduttivo, perchè in quel “solo” ci sono tutte le differenze che fanno di noi un non-popolo, un non-stato, una nazione atipica e anormale.

Siamo un popolo strano, ammettiamolo. Che poi, popolo. Mi sembra una parola ancora troppo grossa per definirci. Il fatto che fra non molto, si celebreranno i 150 anni di questa roba che chiamiamo Italia mi ha fatto tornare alla mente la frase di Massimo D'Azeglio subito dopo l'unificazione :”Abbiamo fatto l'Italia, ora facciamo gli Italiani”. D'Azeglio morì nel 1866, cinque anni dopo l'unità, ed era fuori da incarichi governativi già da tempo: credo che pochi abbiano preso sul serio quella frase, ma la questione non era di poco conto e il marchese se ne era accorto. Sui dizionari per popolo si intende un gruppo specifico di esseri umani accomunati da un sentimento durevole di appartenenza, possedendo o meno caratteristiche comuni quali lingua, cultura, religione o nazionalità. Altra cosa ancora è la nazione intesa come costituita da persone che condividono un legame sociale e culturale. Se per popolo intendiamo un gruppo di persone che hanno in comune la stessa lingua allora sì, lo eravamo pure prima dell'unità d'Italia, peccato che però la maggioranza degli italiani usava la lingua comune solo per le cose ufficiali, per il resto c'erano, e in molte zone ci sono ancora, i dialetti, che sono diversissimi da un posto all'altro. Se parliamo della maggioranza la faccenda linguistica dunque non ha molto senso e la domanda se siamo o no un popolo rimane sospesa. Che la cultura accomunasse il piemontese di Garessio al lucano di Rionero mi sembra difficile, ci riesce a fatica ora figuriamoci due secoli fa. La religione quella univa tutti ma non è un motivo valido, altrimenti dovremmo inserire nel “popolo” pure i cristiani che italiani non sono. Dunque, escludendo a priori l'essere una nazione, in quanto legami sociali e culturali non ce ne erano e faticano tutt'ora ad esserci, eravamo un popolo in quanto avevamo chi più chi meno la stessa lingua ufficiale (ma non parlata) e abitavamo tutti lo stivale. Un po' pochino, mi pare, e lo sapevano bene pure dalle parti sabaude, che però non è che si diedero molto da fare in questo senso. Diciamo che a loro faceva comodo allargare il regno e lo fecero anche grazie alle spinte estere che volevano e permisero il nuovo assetto europeo, delle balle risorgimentali gli fregava poco o nulla per non dire niente.

Quindi avevamo l'Italia ma non gli italiani. Questi al momento erano una accozzaglia di gente che da 1500 anni cambiava padrone a ogni folata di vento, aveva visto passare sul proprio territorio ogni sorta di straniero e a tutti si era adattato, affinando delle “doti” che ormai fanno parte del nostro dna: il servilismo, l'esterofilia, l'incoerenza nelle scelte, l'ipocrita diplomazia, il fatalismo, l'egoismo. Abituati a pensare che di nostro non abbiamo nulla ma è tutto di un padrone abbiamo sviluppato uno scarsissimo senso civico, per cui è mio solo quello che ho nel mio giardino e tutto il resto chissenefrega. Sono queste le caratteristiche che alla fine stanno alla base del fatto che in fondo all'italiano non importa niente di chi governa, l'importante è che non si vada a toccare il proprio orticello.

Uno che pare prese D'Azeglio in parola fù sempre quello della mascella, che però pensava pure che “governare gli italiani non è difficile, è inutile”, tanto per dire quanto pure a lui fregasse della faccenda dell'italianità. Però questo maestro di scuola romagnolo riuscì in qualche modo dove avevano fallito tanti prima di lui: bisogna dargli atto che l'italiano cominciò a sentirsi tale sotto il disastroso regime fascista. In qualche modo ho detto, perchè i maestri erano quello che erano e la nostra storia era quello che era, facile che le caratteristiche di cui sopra sedimentassero: forzare il popolo italiano per la durata di una ventina d'anni a sentirsi orgoglioso della propria storia fece sì che quei difetti ne facessero il tratto caratteristico. Con la conquista della Repubblica quindi si aveva un italiano con tutte quelle belle caratteristiche sommate a quelle fasciste, un pasticcio per chi si apprestava a governare un popolo allo sbando. L'unica cosa da fare era cementare la nascente repubblica nel valore dell'antifascismo, nel tentativo di decostruire il mito fascista e di conseguenza il mito dell'italiano. Operazione riuscita a metà, perchè mica tutti siamo d'accordo e se possibile la confusione è aumentata. Il fatto è che sessanta anni non sono mica poi tanti, perlomeno non abbastanza per formare un popolo che già di suo non ha le idee chiare.Quindi continuiamo ad essere come siamo, con tutti i nostri campanili sempre in piedi, mai d'accordo su niente, divisi su tutto, governati da gente che si comporta come hanno fatto tutti quelli che li hanno preceduti in 1500 anni di storia, con l'aggravante che questi qua stranieri non sono, ma anzi, se andiamo a guardare quelle famose caratteristiche di cui sopra, forse loro sono più “italiani” di tutti gli altri. E l' italiano che non comanda continua a fare quello che ha sempre fatto, sopportare e sopravvivere.

In attesa di un altro padrone.